Monday, March 17, 2008

http://rampini.blogautore.repubblica.it su Tibet

Lunedì, 17 Marzo 2008
Tibet? L’America ha ben altre preoccupazioni…
Al loro risveglio questo lunedi` mattina gli europei apprenderanno che: 1) Di domenica pomeriggio a New York la banca JP Morgan ha “salvato” la sua disastrata ex-concorrente Bear Stearns comprandola per 2 dollari ad azione mentre venerdi` il titolo Bear Stearns aveva una quotazione di Borsa di 30 dollari gia` “scontata” dopo un crollo del 50% (iene e avvoltoi sono dei dilettanti al confronto di questa gente qui…). 2) Alle 19.30 ora della East Coast (di domenica sera!) la Federal Reserve ha deciso un nuovo ribasso dello 0,25% sul tasso che pratica nel rifinanziamento delle banche ed ha annunciato l’apertura di un altro sportello di rifinanziamento per banche in difficolta` (praticamente ne annuncia uno nuovo ogni tre giorni). O il banchiere centrale degli Stati Uniti Ben Bernanke e` in preda al panico o ha capito che sta veramente per crollargli il cielo addosso. Di certo si capisce perche` gia` domenica il Tibet era stato declassato in pagina interna del New York Times, spodestato dalla prima pagina dove dominano i timori di un grande crac finanziario. Con i problemi che ha l’America - e il bisogno di capitali esteri - non e` il momento per far salire la tensione nei rapporti con il governo di Pechino.

Domenica, 16 Marzo 2008
Le vere ragioni della morsa cinese sul Tibet
Le vere ragioni della determinazione con cui Pechino da 58 anni tiene in pugno questa immensa nazione montagnosa, semidesertica e quasi inaccessibile: 1) il suo ruolo originario di cuscinetto strategico in vista di un conflitto con l’India e/o con altre potenze presenti nell’Asia centrale; 2) la scoperta piu` recente di ricchi giacimenti di materie prime e metalli rari che fanno del controllo del Tibet una risorsa essenziale per lo sviluppo industriale delle zone costiere; 3) infine il significato simbolico che questa regione ha nella storia del buddismo in una fase di riscoperta del retaggio religioso tra alcune fasce della popolazione cinese.

Domenica, 16 Marzo 2008
Tibet, perche` la protesta contagia lo Sichuan
Il dilagare degli scontri in altre regioni della Cina, a cominciare dallo Sichuan, si spiega con il fatto che il Tibet originario era molto piu` largo di quello racchiuso nei confini attuali. Dopo averlo invaso i cinesi ne hanno “ritagliato” dei pezzi che sono stati annessi alle provincie vicine come lo Sichuan e lo Yunnan. Il Tibet etnico rimane quindi ben piu` largo di quello amministrativo perche` sacche di popolazione tibetana vivono nelle zone limitrofe. E si sentono perfino piu` oppressi dei loro conterranei di Lhasa.

Sabato, 15 Marzo 2008
La storia del terrore cinese in Tibet
Da “L’ombra di Mao”:
Il Dalai Lama è la figura più odiata dai governanti cinesi. Perfino il suo volto è all’indice: l’onnipresente polizia cinese arresterebbe chiunque dovesse esibire una sua foto. Ma nessuna censura, nessuna persecuzione è riuscita a sconfiggere la religiosità diffusa, mistica e corale del popolo tibetano. Lo spettacolo dei pellegrini che invadono quotidianamente Lhasa oggi sembra “normale” perché Pechino ha ripristinato – alle sue condizioni – la libertà di culto. In realtà questo spettacolo è una dimostrazione impressionante di resistenza passiva, alla luce di quel che i buddisti hanno dovuto soffrire. Dopo l’invasione militare cinese del 1950, la tolleranza verso le tradizioni locali durò solo pochi anni. Nel 1959 una prima svolta estremista di Mao Zedong portò all’imposizione dell’ateismo di Stato. Dal 1966 al 1975la Rivoluzione culturale intensificò le violenze contro la religione, con i famigerati “processi di piazza” ai fedeli. Il Tibet fu vittima della campagna più feroce: i comunisti cinesi uccisero 1,2 milioni di persone, un quinto dell’intera popolazione. Ma la tenacia dei tibetani ingannò perfino il leader più lucido e astuto della Repubblica popolare, Deng Xiaoping. Nel 1979, insieme con la svolta politica moderata, la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente e l’avvio delle riforme di mercato, Deng allungò un simbolico ramoscello d’ulivo al Dalai Lama invitandolo a mandare suo fratello in visita in Tibet per constatare che le condizioni di vita dei suoi concittadini erano migliorate. Nei piani di Deng quell’apertura era il preludio per un negoziato con il Dalai Lama da posizioni di forza, per convincerlo a tornare in patria dopo essersi sottomesso all’autorità centrale di Pechino. Secondo le informazioni che Deng riceveva dal partito comunista locale, i tibetani ormai erano assuefatti alla dominazione cinese, e i progressi nel benessere materiale appagavano la popolazione. L’errore di calcolo di Deng fu clamoroso. La visita del fratello del Dalai Lama scatenò un delirante entusiasmo popolare, le manifestazioni di gioia degenerarono in cortei nazionalisti al grido di “Tibet indipendente” e “Han go home” (gli Han sono il ceppo etnico dominante della Cina). Ogni dialogo con il Dalai Lama è stato troncato. In compenso la pratica del buddismo è tornata a fiorire, sia pure con un “numero chiuso” che contingenta il reclutamento dei nuovi monaci: questo non impedisce che oggi nei monasteri di Lhasa molti di loro siano giovanissimi, segno che nessuna secolarizzazione è riuscita a inaridire le vocazioni. Sul fronte economico Pechino ha accelerato gli investimenti per dotare il Tibet di infrastrutture efficienti, dagli aeroporti alle autostrade, e per agganciarlo al boom economico cinese. Nei quartieri nuovi di Lhasa i grandi viali moderni oggi pullulano di gru per la costruzione di palazzi, dilagano le pubblicità e le insegne commerciali al neon, gli shopping mall, i negozi di elettronica e di moda. Ogni giorno che passa Lhasa assomiglia un po’ di più a tutte le altre città della Cina. Questo è vero anche nella composizione demografica: per accelerare lo sviluppo economico Pechino ha incoraggiato l’immigrazione degli Han, più istruiti e più intraprendenti. Eppure la marea dei pellegrini che sommerge Lhasa a tutte le ore in tutte le stagioni dell’anno, è lì a ricordare che questo è un luogo diverso. Mai nella storia millenaria del Tibet, il suo popolo aveva dovuto subìre una invasione etnica come l’attuale immigrazione dei cinesi. Il buddismo locale è pacifista, il Dalai Lama si è sempre rifiutato di appoggiare qualsiasi lotta violenta. Ma la religiosità tibetana ha già dimostrato in passato di saper custodire un nazionalismo profondo, che riemerge in momenti inaspettati e nelle forme più imprevedibili. Come nel Canto dell’Antilope Tibetana, che il gruppo hard rock Vajara intona a tutto volume all’una di notte, nella discoteca gremita di teenagers entusiasti: “Sotto questi cieli azzuri / Sotto le nuvole bianche / Vivono le più belle creature dell’universo / All’improvviso siete arrivati voi / Con le vostre armi e la vostra avidità / State uccidendo l’ultima antilope / Ci state divorando / Lasciateci vivere / Lasciateci vivere”.

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