si riprende il cammino...
il mio prossimo treno e' domattina alle 6.30 e alle 20 ca. dovrei essere a Varanasi
riparto da Delhi ovviamente piu’ pesante…libri e articoli di un fortuito e fortunate seminario sul lavoro…
e soprattutto piu’ carina di nuove osservazioni, esperienze, conoscenze…
se tutto va bene dovrei ritrovare qualcuno l;ungo il cammino, a kolkata e delhi, quando tornero’…
delhi…sono andata fino a noida via pitampura e fino praticamente a rohini, ma non ho messo piede a new delhi…che scandalo!...ma il bello e’ che non mi sono sentita turista neanche per un attimo e mai mi sono sentita minacciata o abusata, come in molti mi avevano preannunciato…e certo tutto cio’ e’ molto positive per la memoria che una citta’ ti puo’ lasciare…
proprio ieri un simpatico neo-conosciuto mi ha detto che ammira persone come me che hanno il coraggio di girare da sole per una citta’ pericolosa come delhi…io continuo a dirmi che probabilmente sono le esperienze precedenti che influenzano le percezioni di posto nuovi…
ok, qui all’ostello ambedkar dell’universita’ di delhi la computer room chiude i battenti per cui questo post da delhi si chiude cosi…
buon viaggio a me!
Monday, March 31, 2008
Diarios de motocicleta
...l'ho rivisto oggi...
strano vederlo in India sottotitolato in inglese...
...e dopo i miei interrogativi mattutini a margine dei precedenti articoli...
un viaggio fatto piu' di 50 anni fa...fa impressione, davvero...
molto interessante per me in questo momento del mio viaggio, seppur totalmente diverso...
la questione della terra, la migrazione in cerca di lavoro, lo sfruttamento e le repressioni, la questione india...tutte questioni ancora cosi' dolorosamente attuali...
strano vederlo in India sottotitolato in inglese...
...e dopo i miei interrogativi mattutini a margine dei precedenti articoli...
un viaggio fatto piu' di 50 anni fa...fa impressione, davvero...
molto interessante per me in questo momento del mio viaggio, seppur totalmente diverso...
la questione della terra, la migrazione in cerca di lavoro, lo sfruttamento e le repressioni, la questione india...tutte questioni ancora cosi' dolorosamente attuali...
"gli invisibili"
All'Ambra Jovinelli di Roma, Cortellesi, Gioé e Mastandrea hanno letto e recitato
il reportage del direttore di Repubblica Ezio Mauro sulla tragedia di Torino
Il ferro, il fuoco e "gli invisibili"
In scena le morti atroci alla Thyssen
In platea uno dei superstiti segue il suo stesso racconto su quegli uomini
"che non potevano più vedere e si muovevano seguendo la mia voce"
di SILVIA FUMAROLA
ROMA - Buio e silenzio, un silenzio di attesa. Non è uno spettacolo teatrale come gli altri quello che va in scena all'Ambra Jovinelli di Roma, è il racconto di come si muore in fabbrica. Di come il fuoco divora tutto, i corpi e i pensieri, di come Antonio, detto Ragno per il tatuaggio sul gomito, Angelo, Roberto, Rocco, Rosario, Bruno e Giuseppe sono stati inghiottiti dalle fiamme. Il rogo della Thyssen-Krupp, adesso, è davanti agli occhi di tutti, ed è difficile trattenere le lacrime. "Col ferro e col fuoco - Cosa è rimasto dei ragazzi della Thyssen", la lettura del reportage del direttore di Repubblica Ezio Mauro, è dedicata a loro, i sette operai di Torino morti la notte del 5 dicembre, nell'acciaieria dove lavoravano. Gli invisibili.
Una testimonianza civile, di solidarietà (l'incasso è devoluto alle famiglie), il dovere della memoria "perché si dimenticano anche le cose più terribili, perché la vita va avanti" dice Paola Cortellesi, protagonista con Claudio Gioè e Valerio Mastandrea. La telefonata concitata di un operaio al 118, "qui è scoppiato un incendio, ci sono quattro uomini bruciati..." apre la serata. "Bruciati o carbonizzati?" chiede l'operatrice, i minuti d'attesa, l'arrivo dell'ambulanza.
La scena essenziale, sfondo nero, tre fasci di luce a illuminare i leggii. Seduto in platea, con la moglie Maria, c'è Giovanni Pignalosa, testimone di quella notte, che continua a sognare i compagni bruciati, "camminano guidati dalla mia voce". A quattro mesi dalla tragedia è disoccupato ma si è sentito meglio dopo aver parlato al magistrato: "E' importante la sicurezza, io sono operaio, è il mio lavoro. Ci sono amici che si vergognano di dire che fanno gli operai".
Arriva Francesco Rutelli, entra Walter Veltroni: "è un dovere essere qui, la sicurezza sul lavoro è un tema centrale per questo paese". Il sentimento è dolore mescolato alla rabbia; la magistratura farà giustizia, ma resta un'ingiustizia inaccettabile morire così.
Per le famiglie e gli amici dei ragazzi della Thyssen la vita si è fermata quella notte di dicembre e ora, in questo rito collettivo che è il teatro, sembra quasi di conoscerli. Le sigarette preferite, la sciarpa della Juve, la rabbia e le lacrime ai funerali. Le ore trascorse in ospedale accanto al proprio marito pensando al futuro, ai figli, un'agonia senza carezze, senza potergli stringere la mano: il corpo è carbonizzato. L'ultimo bacio sui piedi, l'unica parte integra grazie agli scarponi ignifughi.
E il racconto, lucido, di cosa sia l'inferno in terra: Giovanni Pignalosa, operaio del turno di notte l'inferno l'ha visto da vicino: "Il primo è Rocco Marzo, il capoturno. Non avevo mai visto un uomo così, anzi sì dal medico, dov'è disegnato il corpo umano senza pelle... Non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama: "Avvisa tu mia moglie Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi", mentre "Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra", "Bruno Santino e Giuseppe Demasi sono due fantasmi consumati dal fuoco eppure in piedi.... Non sanno dove andare, sono ciechi". La platea trattiene il fiato, gli attori accompagnano il pubblico nell'inferno della Thyssen. "Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo sono diventati invisibili" .
Giovanni con la sua testimonianza li ha resi visibili, ancora vivi, perché vivi nella memoria. A Torino è quasi l'alba del 6 dicembre: "Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dell'elettricità. Tutto si ferma alla Thyssen-Krupp, probabilmente per sempre". In teatro le luci si accendono, gli applausi rompono il silenzio, sembrano non finire più.
(29 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/serata-thyssen/serata-thyssen-2/serata-thyssen-2.html
...lavoratori (diventati) invisibili...ecco cosa si osserva in giro per il mondo...lavoratori che muoiono giornalmente sul posto di lavoro senza fare nessuno rumore, anche cadono da una vergognosa impalcatura in un campus universitario a mumbai o a delhi, dove TUTTI vedono e sanno che lavoro informale, precario, sfruttato, abusato e' impiegato per costruire ostelli e biblioteche, per ospitare e formare la futura classe dirigente del paese...la stessa che oggi chiude gli occhi sulle condizioni inumane a cui sono condannati quelli che sono le fondamenta di questa economia in crescita
...e la mia domanda, che mi tormenta, e' sempre la stessa: che fare?
il reportage del direttore di Repubblica Ezio Mauro sulla tragedia di Torino
Il ferro, il fuoco e "gli invisibili"
In scena le morti atroci alla Thyssen
In platea uno dei superstiti segue il suo stesso racconto su quegli uomini
"che non potevano più vedere e si muovevano seguendo la mia voce"
di SILVIA FUMAROLA
ROMA - Buio e silenzio, un silenzio di attesa. Non è uno spettacolo teatrale come gli altri quello che va in scena all'Ambra Jovinelli di Roma, è il racconto di come si muore in fabbrica. Di come il fuoco divora tutto, i corpi e i pensieri, di come Antonio, detto Ragno per il tatuaggio sul gomito, Angelo, Roberto, Rocco, Rosario, Bruno e Giuseppe sono stati inghiottiti dalle fiamme. Il rogo della Thyssen-Krupp, adesso, è davanti agli occhi di tutti, ed è difficile trattenere le lacrime. "Col ferro e col fuoco - Cosa è rimasto dei ragazzi della Thyssen", la lettura del reportage del direttore di Repubblica Ezio Mauro, è dedicata a loro, i sette operai di Torino morti la notte del 5 dicembre, nell'acciaieria dove lavoravano. Gli invisibili.
Una testimonianza civile, di solidarietà (l'incasso è devoluto alle famiglie), il dovere della memoria "perché si dimenticano anche le cose più terribili, perché la vita va avanti" dice Paola Cortellesi, protagonista con Claudio Gioè e Valerio Mastandrea. La telefonata concitata di un operaio al 118, "qui è scoppiato un incendio, ci sono quattro uomini bruciati..." apre la serata. "Bruciati o carbonizzati?" chiede l'operatrice, i minuti d'attesa, l'arrivo dell'ambulanza.
La scena essenziale, sfondo nero, tre fasci di luce a illuminare i leggii. Seduto in platea, con la moglie Maria, c'è Giovanni Pignalosa, testimone di quella notte, che continua a sognare i compagni bruciati, "camminano guidati dalla mia voce". A quattro mesi dalla tragedia è disoccupato ma si è sentito meglio dopo aver parlato al magistrato: "E' importante la sicurezza, io sono operaio, è il mio lavoro. Ci sono amici che si vergognano di dire che fanno gli operai".
Arriva Francesco Rutelli, entra Walter Veltroni: "è un dovere essere qui, la sicurezza sul lavoro è un tema centrale per questo paese". Il sentimento è dolore mescolato alla rabbia; la magistratura farà giustizia, ma resta un'ingiustizia inaccettabile morire così.
Per le famiglie e gli amici dei ragazzi della Thyssen la vita si è fermata quella notte di dicembre e ora, in questo rito collettivo che è il teatro, sembra quasi di conoscerli. Le sigarette preferite, la sciarpa della Juve, la rabbia e le lacrime ai funerali. Le ore trascorse in ospedale accanto al proprio marito pensando al futuro, ai figli, un'agonia senza carezze, senza potergli stringere la mano: il corpo è carbonizzato. L'ultimo bacio sui piedi, l'unica parte integra grazie agli scarponi ignifughi.
E il racconto, lucido, di cosa sia l'inferno in terra: Giovanni Pignalosa, operaio del turno di notte l'inferno l'ha visto da vicino: "Il primo è Rocco Marzo, il capoturno. Non avevo mai visto un uomo così, anzi sì dal medico, dov'è disegnato il corpo umano senza pelle... Non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama: "Avvisa tu mia moglie Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi", mentre "Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra", "Bruno Santino e Giuseppe Demasi sono due fantasmi consumati dal fuoco eppure in piedi.... Non sanno dove andare, sono ciechi". La platea trattiene il fiato, gli attori accompagnano il pubblico nell'inferno della Thyssen. "Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo sono diventati invisibili" .
Giovanni con la sua testimonianza li ha resi visibili, ancora vivi, perché vivi nella memoria. A Torino è quasi l'alba del 6 dicembre: "Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dell'elettricità. Tutto si ferma alla Thyssen-Krupp, probabilmente per sempre". In teatro le luci si accendono, gli applausi rompono il silenzio, sembrano non finire più.
(29 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/spettacoli_e_cultura/serata-thyssen/serata-thyssen-2/serata-thyssen-2.html
...lavoratori (diventati) invisibili...ecco cosa si osserva in giro per il mondo...lavoratori che muoiono giornalmente sul posto di lavoro senza fare nessuno rumore, anche cadono da una vergognosa impalcatura in un campus universitario a mumbai o a delhi, dove TUTTI vedono e sanno che lavoro informale, precario, sfruttato, abusato e' impiegato per costruire ostelli e biblioteche, per ospitare e formare la futura classe dirigente del paese...la stessa che oggi chiude gli occhi sulle condizioni inumane a cui sono condannati quelli che sono le fondamenta di questa economia in crescita
...e la mia domanda, che mi tormenta, e' sempre la stessa: che fare?
PICCOLA ITALIA
(Rubrica di Antonello Caporale, La Repubblica)
Cantine, fabbriche fantasma di automobili, aziende mai aperte
"Report" indaga sullo scandalo della legge 488
Che buon passito, offre lo Stato
E il 60% dei finanziamenti va perduto
Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde.
A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto.
Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente.
Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri.
Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani".
E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato.
Ah che buon passito!
Segnala una storia a a.caporale@repubblica.it
(30 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/report-488/report-488.html
Che dire?!...
Ho scelto abbastanza precocemente di studiare economia perche' mi interessava cercare di capire perche' ci fossero tante disuguaglianze al mondo...tra paesi, all'interno dei paesi...ehi! avevo pure 16-17 anni!...
Presto il mio interesse e' stato catturato dal 'sud' del mondo, dai paesi altri rispetto a Europa, USA, etc.
E viaggiare aiuta a rendersi conto che certi meccanismi perversi sembrano riprodursi con gli stessi meccanismi in posti tanto diversi...cosi come la natura si riproduce uguale a se stessa a latitudini diverse...adattandosi...
Queste riflessioni mi spaventano...
Comunque, qualche giorno fa, a tavola a casa della mia amica di Delhi, si parlava anche con i suoi genitori (entrambi docenti universitari, uno di economia) di India e Italia...e loro erano sorpresi di cio' che raccontavo loro, cosi' simile alla situazione indiana, dicevano...Ora, e' anche possibile che la mia enfasi fosse appunto sulle similitudini, ma tutto il punto di questo commento a questo articolo e' che...non so...credo semplicemente che sia una sorta di frustrazione di fronte a una realta' che, in india come in italia come altrove, e' totalmente in balia dei poteri forti, in cui la politica corrotta o incapace ha delle responsabilita enormi e in cui i cittadini sono impotenti o incapaci di incidere...
bo...credo di aver perso il punto che volevo fare...ma ormai posto lo stesso
Cantine, fabbriche fantasma di automobili, aziende mai aperte
"Report" indaga sullo scandalo della legge 488
Che buon passito, offre lo Stato
E il 60% dei finanziamenti va perduto
Una legge famigerata, la 488, una rete di amici (il politico, l'industriale, il consulente commercialista). Triangolazione perfetta e risultato chiavi in mano: ogni dieci euro che lo Stato italiano stanzia per finanziarie attività produttive, sei euro vengono perduti. Frullati da mani amiche, deviati su conti bancari misteriosi, triangolati e alla fine inghiottiti nel pozzo senza fondo di imprenditori rapaci, banchieri distratti, consulenti collusi. La politica, quando non è partecipe, devia l'occhio altrove. Non sa, e se sa non risponde.
A fondo perduto è il titolo di un severo, raccapricciante reportage che Milena Gabanelli ha esposto su Report, Raitre. Milioni come noccioline, capannoni pagati dallo Stato e arrugginiti, imprenditori calati dal profondo nord e scomparsi. Sembrano storie fantastiche di bravi romanzieri. Vai in Calabria, e non sai cosa ti perdi. Venti miliardi per agevolare un'impresa, l'Isotta Fraschini. Costruire automobili. In quattro anni dal capannone è sbucata solo una macchina di legno. I soldi inghiottiti, quattro ferraglie prototipali adagiate in un capannone vuoto e deserto.
Scendono dalla padania leghista e votata al lavoro, gli imprenditori che si fanno ricchi grazie agli aiuti di Stato. Ventidue milioni di euro per un'azienda che doveva riciclare metallo. E' stato un bresciano a fare richiesta. Il "pacco", come quelli illustrati per gioco in tv da Flavio Insinna, risulta, nella stragrande maggioranza di casi confezionato dalla sapiente dedizione di valenti commercialisti, famigerati consulenti, che inviano a Roma, al ministero dell'Attività produttive, felicissime e concludenti considerazioni: top management all'altezza, mercato in crescita, occupazione garantita. Roma, in effetti, ci crede. E ci casca. Ci ha sempre creduto tanto che i quattro ministri succedutisi (Enrico Letta, Antonio Marzano, Claudio Scajola e Pierluigi Bersani) hanno firmato assegni pari a quasi un miliardo di euro. Di questi, secondo le valutazioni degli inquirenti (Guardia di Finanza e Magistratura) e le stesse idee che se ne è fatta la commissione Antimafia, seicento milioni di euro sono stati bruciati: gestiti da incapaci, o da imprenditori inadempienti o anche, e soprattutto, inghiottiti da un circuito truffaldino perfettamente organizzato, sostanzialmente colluso con la classe dirigente.
Se ne è accorto Bersani che la legge 488 è un colabrodo, un aiuto a chi spreca e non a chi investe. Troppo tardi, si direbbe. E troppo tardi, bisogna aggiungere, il direttore generale del ministero, intervistato da Report, si accorge che le banche, che avrebbero un ruolo di vigilanza attiva nell'erogazione dei fondi, non si comportano sempre da partners leali dello Stato. Le industrie sono di carta ma troppo spesso finanziate con soldi veri.
Danno e beffa corrono sullo stesso binario. Nel capannone vuoto, l'imprenditore (leghista?) esorta l'operaio fantasma: "Non rubare, piuttosto chiedi!" "Il tuo disordine danneggia tutti". La telecamera di Report indugia disperata sui cartelli posti alle pareti di una delle mille truffe di cui è costellato il sud. Calabria, dunque. Crotone e Gioia Tauro. Ma anche Sicilia, anche Trapani. Dove lo Stato elargisce soldi per realizzare cantine, in un mercato già saturo di etichette. E a proposito di etichette: quella della tenuta Chiarelli, titolare la moglie dell'ex governatore Cuffaro, adagiata vicino a una bottiglia di un'altra azienda, naturalmente anch'essa produttrice di vino griffato, dal titolo felicissimo: "Baciamolemani".
E baciamole queste mani. Baciamole e salutiamo il nuovo modello di sviluppo. Tutti all'opera, tutti gran sommelier, fini intenditori. Con i soldi dello Stato. Anche il senatore Calogero Mannino, naturalmente, ne ha approfittato. A Pantelleria la sua famiglia possiede una bella cantina, finanziata (c'è da dirlo?) con i fondi dello Stato.
Ah che buon passito!
Segnala una storia a a.caporale@repubblica.it
(30 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/report-488/report-488.html
Che dire?!...
Ho scelto abbastanza precocemente di studiare economia perche' mi interessava cercare di capire perche' ci fossero tante disuguaglianze al mondo...tra paesi, all'interno dei paesi...ehi! avevo pure 16-17 anni!...
Presto il mio interesse e' stato catturato dal 'sud' del mondo, dai paesi altri rispetto a Europa, USA, etc.
E viaggiare aiuta a rendersi conto che certi meccanismi perversi sembrano riprodursi con gli stessi meccanismi in posti tanto diversi...cosi come la natura si riproduce uguale a se stessa a latitudini diverse...adattandosi...
Queste riflessioni mi spaventano...
Comunque, qualche giorno fa, a tavola a casa della mia amica di Delhi, si parlava anche con i suoi genitori (entrambi docenti universitari, uno di economia) di India e Italia...e loro erano sorpresi di cio' che raccontavo loro, cosi' simile alla situazione indiana, dicevano...Ora, e' anche possibile che la mia enfasi fosse appunto sulle similitudini, ma tutto il punto di questo commento a questo articolo e' che...non so...credo semplicemente che sia una sorta di frustrazione di fronte a una realta' che, in india come in italia come altrove, e' totalmente in balia dei poteri forti, in cui la politica corrotta o incapace ha delle responsabilita enormi e in cui i cittadini sono impotenti o incapaci di incidere...
bo...credo di aver perso il punto che volevo fare...ma ormai posto lo stesso
Saturday, March 22, 2008
Utili scoperte...
Grazie alla mia collega N., presso la cui famiglia sono felicemente ospite in questi giorni a Delhi, ho scoperto dei siti mooolto utili...:
www.irctc.co.in
www.indianrail.gov.in
www.makemytrip.co.in
www.irctc.co.in
www.indianrail.gov.in
www.makemytrip.co.in
Wednesday, March 19, 2008
Delhi, arrivo
sono gia' in ritardo per un appuntamento per pranzo...
i bagagli ancora da fare...
le ultimissime cose al computer...
stasera si parte per Delhi...
una nuova avventura che inizia
con 26 ore di treno...
i bagagli ancora da fare...
le ultimissime cose al computer...
stasera si parte per Delhi...
una nuova avventura che inizia
con 26 ore di treno...
...fervono i preparativi per l'Holi...
(foto fatte al mio negozietto di fiducia qui a Mumbai, giusto fuori dal campus...
il signor proprietario (credo) mi ha invitato a fotografare anche quel plasticume...non capivo...poi ho realizzato: sono le pistole ad acqua che vengono caricate con acqua colorata...la versione di plastica dell'antico Holi...)
il signor proprietario (credo) mi ha invitato a fotografare anche quel plasticume...non capivo...poi ho realizzato: sono le pistole ad acqua che vengono caricate con acqua colorata...la versione di plastica dell'antico Holi...)
Il rito della spedizione di un pacco e altri riti
Il rito inizia la sera prima con la visita all’ufficio postale all’orario di chiusura…l’ufficio e’ aperto ma mi dicono che e’ chiuso…io cerco di spiegare che ho almeno bisogno di sapere se hanno una scatola dentro cui possa mettere le cose che devo spedire…continuano a dirmi e indicarmi bruscamente di andare via…finche’ mi spediscono da una donna gentile che mi spiega che devo procurarmi la scatola da sola e di ripassare l’indomani…
Io la scatola in realta’ gia’ l’avevo cercata nei negozietti li attorno ma senza successo…mi avvio fiduciosa nel negozietto da cui compro di solito le ricariche del telefono e qualche altra cosetta…parlo con uno dei signori…che si fa un giretto nel negozio, parla qua e la’ e poi esce…dopo un po’ torna con una scatola per toner della dimensione perfetta! Non posso fare a meno di pensare che mi ha fatto questo favore perche’ in qualche modo mi conosce…
Stamattina mi presento alla posta un po’ prima dell’orario di apertura…e la trovo gia’ aperta!...non c’e’ modo di sapere quail siano gli orari effettivi…Comunque nessuno mi fila nel modo piu’ assoluto fino alle nove passate…quando il sorridente impiegato mi dice che devo far mettere della stoffa intorno al pacco…?!...provo a dirgli che no, la signora ieri mi ha detto che lui me lo avrebbe incartato…non mi ascolta, esce fuori e mi guida fuori da un signore anziano…che prende una sedia e mi dice in inglese di sedermi e aspettare…mi sembra tutto cosi’ surreale…sono in questo mini vicoletto giusto fuori dall’universita’, che ospita anche un chioscetto del te’ super movimentato…le mosche mi rondano intorno…dopo un pezzo torna il signore dell’imballaggio e inizia la fase cluo del rito…: porta una valigetta rigida tipo 24h e non capisco se il colore originario fosse grigio-ora-scrostato o celeste-ora-scrostato tanto i colori sono miscelati…prende posto a un banchetto fatto di cartoni, lo ricopre con un panno, ci poggia sopra la valigetta, la apre…inizia a trafficare con quello che c’e’ dentro piu’ con dei sacchetti e inizia a posizionare cose sotto e sopra il banchetto…ogni tanto mi distraggo perche’ altri riti hanno luogo contemporaneamente intorno a me e catturano la mia attenzione…comunque, a un certo punto dei pezzi di stoffa vengono estratti da un sacchetto, il tipo prende le misure della mia scatola, taglia la stoffa…poi infila un filo di spesso cotone bianco in un ago…e inizia a cucire!...io sono supersorpresanonriescoacredereaimieiocchi…inizio a dirmi che la paghero’ salata…ma quando avrei potuto ancora tirarmi indietro, quando il funzionario mi ha guidato fuori consegnandomi al signore, be’ in quell momento la curiosita’ ha prevalso su tutto, anche sulla diffidenza e l’istinto di non farsi fregare…
In realta’ a un certo punto mi ero anche detta che forse, per assurdo, la cosa potesse essere formale…perche’ c’erano alter persone che approcciavano il signore (ma senza pacchi) e lui aveva anche tipo un cartellina con dei fogli pre-stampati…che gli davano una certa aria di formalita’ seppur era troppo evidente che tutto era troppo accroccato (vedi banchetto di cartone) seppur molto dignitoso…
Intanto gli altri riti, dicevo, nel corto e stretto orizonte in cui poteva vagare la mia vista…:
Il rito ormai abbondantemente sperimentato della discesa e salita dagli autobus…un rito impietoso, che alle origini doveva essere riservato a giovani uomini nel pieno delle loro forze che in questa occasione dovevano misurarsi con l’avanzamento della meccanica e dimostrare di essere migliori della macchina e degli altri uomini…perche’ i bus non si fermano mai abbastanza per permettere a tutti di scendere e salire serenamente…c’e’ sempre quell brivido dell’incerto tra quando il piede lascia il bus e quando tocca il suolo…decisamente il bus ma soprattutto l’autista e ancor di piu’ il bigliettaio - che ha il potere sulla cordicella che suona la campanella che annuncia all’autista che puo’ ripartire – discriminano donne (che sono sempre pochissime), anziani e chiunque non sia in perfetta forma…non ho MAI visto salire o scendere una donna con un figlio in braccio da un autobus. Devono essere rarissime quelle che lo fanno…
Poi il rito del te’…questo gabbiotto sgangherato e rattoppato che sembra in bilico, in equilibrio precario…dentro cui c’e’ questo uomo con un segno giallo sulla fronte, tra le sopracciglia, intento a rimescolare pentole di te’ su fornelletti e a colare latte e a versare te’ ai clienti di passaggio... E un via vai di ragazzetti che partono con bicchieri pieni e tronano con bicchieri vuoti, in continuazione, in mano o dentro vassoi…li riempiono con il te sul gas per meta’ e per l’altra meta’ con te contenuto in delle brocche termiche rosa…ah! Si occupano anche di versare acqua agli avventori. La tirano su da un grosso barile nero di plastica. Quando tirano fuori la brocchetta le loro mani sono bagnate…non oso pensare ai tanti modi in cui quell’acqua possa essere contaminata…
E poi il signore che arriva in bicicletta, quattro grosse borse ai lati. Il solito sorta di cavalletto che tiene la ruota posteriore alzata e quindi la bici in equilibrio. E’ di spalle ma vedo che prende dei biscotti e li spezza, dentro un contenitore…noto che il contenitore e’ lo stesso dei barattoli che contengono altri tipi di biscotti nel chioschetto del te’…deve essere il fornitore di biscotti, mi dico…
Nel frattempo il signore dei pacchi (e che ‘pacchi’!...) ha finito di cucire…ma non finisce qui! Accende una candela e la posiziona sotto il tavolinetto (sempre quello fatto di cartoni!)…mi dico che forse vuole addirittura colare della cera sulle cuciture…ma fa di piu! Scalda della ceralacca rossa e la applica sulle cuciture comprimendola con una sorta di stampino…be’, io sono sempre piu’ allibita!...alla fine, quando mi dice di scrivere l’indirizzo con il pennarello direttamente sulla stoffa bianca cucita intorno alla mia scatola del toner, ormai piu’ niente puo’ stupirmi…: sto spedendo dall’india a una neonata italo-senegalese degli elefantini contenuti in una scatola ricoperta di stoffa a pois rossi…mezz’ora e’ passata mentro io ero spettatrice di uno spettacolo reale…
Mi dice di andare dentro la posta e poi tornare da lui. Intanto dentro c’e’ gente…io sono determinata a far valere le mie ragioni quindi mi avvicino con nonchalance allo sportello. L’impiegato sta servendo un altro cliente. Dopo ne serve ancora un altro e io mi faccio risentire. Poi si degna di prendere la mia scatola, mi dice di scrivere ‘speed mail’ e nel frattempo serve ancora un altro…
Io ne approfitto per scandagliare ancora un po’ l’ufficio postale…la cosa che piu’ mi colpisce sono delle coppette di carta appiccicate al soffitto con dentro, che pendono, delle strisce di carta colorate…e poi un sacco di volume…ed e’ tutto polveroso…e tutti I tubi sono a vista…e si intravede la zona riservata al personale tutta muri scrostati…
Arriva il mio turno e l’impiegato va a pesare il mio pacchetto da un’altra parte…torna, mi stupisce con il prezzo, ma comunque mi da la ricevuta e mi dice che il tre giorni dovrebbe essere a Roma…
Nel frattempo mi ero anche persa in una riflessione sulla maleducazione, presunzione, supponenza, arroganza degli impiegati pubblici…tanto piu’ che in inglese si chiamano ‘civil servants’…servitori…dovrebbero essere li per servire il pubblico, la comunita’…ma dde che, aho?!...
Fuori mi aspetta l’omino dei pacchi. Mi spara una cifra assurda. Provo a contrattare ma improvvisamente il suo inglese e’ peggiorato e per farmi capire cosa intende mi scrive il prezzo. Ma io avevo capito eccome…Mi sento fregata, ovviamente, ma il servizio ormai e’ stato erogato e non resta ache pagare. La tassa del ‘new comer’, del nuovo arrivato, come ho letto da Metha, rasserenata…La contrattazione – come mi ha insegnato la Casamance appena arrivata – va fatta sempre prima!
Ma comunque resta il fatto che la cifra per me e’ comunque davvero irrisoria (anche se io comunque avrei potuto comprarci varie cose/servizi). Ma e’ anche vero che magari per lui potrebbe rappresentare…che so…forse mezzo stipendio giornaliero medio…o forse di piu’…
E sopratutto, sto iniziando a mettere a fuoco (sempre della serie meglio tardi che mai) che per chi si guadagna da vivere nell’informalita’, senza nessuna sicurezza circa il guadagno giornaliero/settimanale/mensile e’ una questione di sopravvivenza riuscire a spillare quanto piu’ possible durante le occasionali transazioni/prestazioni di servizi…
Ovviamente proprio stamattina le batterie della macchina erano scariche…tornerei a spedire un altro pacco solo per fare foto!...
Io la scatola in realta’ gia’ l’avevo cercata nei negozietti li attorno ma senza successo…mi avvio fiduciosa nel negozietto da cui compro di solito le ricariche del telefono e qualche altra cosetta…parlo con uno dei signori…che si fa un giretto nel negozio, parla qua e la’ e poi esce…dopo un po’ torna con una scatola per toner della dimensione perfetta! Non posso fare a meno di pensare che mi ha fatto questo favore perche’ in qualche modo mi conosce…
Stamattina mi presento alla posta un po’ prima dell’orario di apertura…e la trovo gia’ aperta!...non c’e’ modo di sapere quail siano gli orari effettivi…Comunque nessuno mi fila nel modo piu’ assoluto fino alle nove passate…quando il sorridente impiegato mi dice che devo far mettere della stoffa intorno al pacco…?!...provo a dirgli che no, la signora ieri mi ha detto che lui me lo avrebbe incartato…non mi ascolta, esce fuori e mi guida fuori da un signore anziano…che prende una sedia e mi dice in inglese di sedermi e aspettare…mi sembra tutto cosi’ surreale…sono in questo mini vicoletto giusto fuori dall’universita’, che ospita anche un chioscetto del te’ super movimentato…le mosche mi rondano intorno…dopo un pezzo torna il signore dell’imballaggio e inizia la fase cluo del rito…: porta una valigetta rigida tipo 24h e non capisco se il colore originario fosse grigio-ora-scrostato o celeste-ora-scrostato tanto i colori sono miscelati…prende posto a un banchetto fatto di cartoni, lo ricopre con un panno, ci poggia sopra la valigetta, la apre…inizia a trafficare con quello che c’e’ dentro piu’ con dei sacchetti e inizia a posizionare cose sotto e sopra il banchetto…ogni tanto mi distraggo perche’ altri riti hanno luogo contemporaneamente intorno a me e catturano la mia attenzione…comunque, a un certo punto dei pezzi di stoffa vengono estratti da un sacchetto, il tipo prende le misure della mia scatola, taglia la stoffa…poi infila un filo di spesso cotone bianco in un ago…e inizia a cucire!...io sono supersorpresanonriescoacredereaimieiocchi…inizio a dirmi che la paghero’ salata…ma quando avrei potuto ancora tirarmi indietro, quando il funzionario mi ha guidato fuori consegnandomi al signore, be’ in quell momento la curiosita’ ha prevalso su tutto, anche sulla diffidenza e l’istinto di non farsi fregare…
In realta’ a un certo punto mi ero anche detta che forse, per assurdo, la cosa potesse essere formale…perche’ c’erano alter persone che approcciavano il signore (ma senza pacchi) e lui aveva anche tipo un cartellina con dei fogli pre-stampati…che gli davano una certa aria di formalita’ seppur era troppo evidente che tutto era troppo accroccato (vedi banchetto di cartone) seppur molto dignitoso…
Intanto gli altri riti, dicevo, nel corto e stretto orizonte in cui poteva vagare la mia vista…:
Il rito ormai abbondantemente sperimentato della discesa e salita dagli autobus…un rito impietoso, che alle origini doveva essere riservato a giovani uomini nel pieno delle loro forze che in questa occasione dovevano misurarsi con l’avanzamento della meccanica e dimostrare di essere migliori della macchina e degli altri uomini…perche’ i bus non si fermano mai abbastanza per permettere a tutti di scendere e salire serenamente…c’e’ sempre quell brivido dell’incerto tra quando il piede lascia il bus e quando tocca il suolo…decisamente il bus ma soprattutto l’autista e ancor di piu’ il bigliettaio - che ha il potere sulla cordicella che suona la campanella che annuncia all’autista che puo’ ripartire – discriminano donne (che sono sempre pochissime), anziani e chiunque non sia in perfetta forma…non ho MAI visto salire o scendere una donna con un figlio in braccio da un autobus. Devono essere rarissime quelle che lo fanno…
Poi il rito del te’…questo gabbiotto sgangherato e rattoppato che sembra in bilico, in equilibrio precario…dentro cui c’e’ questo uomo con un segno giallo sulla fronte, tra le sopracciglia, intento a rimescolare pentole di te’ su fornelletti e a colare latte e a versare te’ ai clienti di passaggio... E un via vai di ragazzetti che partono con bicchieri pieni e tronano con bicchieri vuoti, in continuazione, in mano o dentro vassoi…li riempiono con il te sul gas per meta’ e per l’altra meta’ con te contenuto in delle brocche termiche rosa…ah! Si occupano anche di versare acqua agli avventori. La tirano su da un grosso barile nero di plastica. Quando tirano fuori la brocchetta le loro mani sono bagnate…non oso pensare ai tanti modi in cui quell’acqua possa essere contaminata…
E poi il signore che arriva in bicicletta, quattro grosse borse ai lati. Il solito sorta di cavalletto che tiene la ruota posteriore alzata e quindi la bici in equilibrio. E’ di spalle ma vedo che prende dei biscotti e li spezza, dentro un contenitore…noto che il contenitore e’ lo stesso dei barattoli che contengono altri tipi di biscotti nel chioschetto del te’…deve essere il fornitore di biscotti, mi dico…
Nel frattempo il signore dei pacchi (e che ‘pacchi’!...) ha finito di cucire…ma non finisce qui! Accende una candela e la posiziona sotto il tavolinetto (sempre quello fatto di cartoni!)…mi dico che forse vuole addirittura colare della cera sulle cuciture…ma fa di piu! Scalda della ceralacca rossa e la applica sulle cuciture comprimendola con una sorta di stampino…be’, io sono sempre piu’ allibita!...alla fine, quando mi dice di scrivere l’indirizzo con il pennarello direttamente sulla stoffa bianca cucita intorno alla mia scatola del toner, ormai piu’ niente puo’ stupirmi…: sto spedendo dall’india a una neonata italo-senegalese degli elefantini contenuti in una scatola ricoperta di stoffa a pois rossi…mezz’ora e’ passata mentro io ero spettatrice di uno spettacolo reale…
Mi dice di andare dentro la posta e poi tornare da lui. Intanto dentro c’e’ gente…io sono determinata a far valere le mie ragioni quindi mi avvicino con nonchalance allo sportello. L’impiegato sta servendo un altro cliente. Dopo ne serve ancora un altro e io mi faccio risentire. Poi si degna di prendere la mia scatola, mi dice di scrivere ‘speed mail’ e nel frattempo serve ancora un altro…
Io ne approfitto per scandagliare ancora un po’ l’ufficio postale…la cosa che piu’ mi colpisce sono delle coppette di carta appiccicate al soffitto con dentro, che pendono, delle strisce di carta colorate…e poi un sacco di volume…ed e’ tutto polveroso…e tutti I tubi sono a vista…e si intravede la zona riservata al personale tutta muri scrostati…
Arriva il mio turno e l’impiegato va a pesare il mio pacchetto da un’altra parte…torna, mi stupisce con il prezzo, ma comunque mi da la ricevuta e mi dice che il tre giorni dovrebbe essere a Roma…
Nel frattempo mi ero anche persa in una riflessione sulla maleducazione, presunzione, supponenza, arroganza degli impiegati pubblici…tanto piu’ che in inglese si chiamano ‘civil servants’…servitori…dovrebbero essere li per servire il pubblico, la comunita’…ma dde che, aho?!...
Fuori mi aspetta l’omino dei pacchi. Mi spara una cifra assurda. Provo a contrattare ma improvvisamente il suo inglese e’ peggiorato e per farmi capire cosa intende mi scrive il prezzo. Ma io avevo capito eccome…Mi sento fregata, ovviamente, ma il servizio ormai e’ stato erogato e non resta ache pagare. La tassa del ‘new comer’, del nuovo arrivato, come ho letto da Metha, rasserenata…La contrattazione – come mi ha insegnato la Casamance appena arrivata – va fatta sempre prima!
Ma comunque resta il fatto che la cifra per me e’ comunque davvero irrisoria (anche se io comunque avrei potuto comprarci varie cose/servizi). Ma e’ anche vero che magari per lui potrebbe rappresentare…che so…forse mezzo stipendio giornaliero medio…o forse di piu’…
E sopratutto, sto iniziando a mettere a fuoco (sempre della serie meglio tardi che mai) che per chi si guadagna da vivere nell’informalita’, senza nessuna sicurezza circa il guadagno giornaliero/settimanale/mensile e’ una questione di sopravvivenza riuscire a spillare quanto piu’ possible durante le occasionali transazioni/prestazioni di servizi…
Ovviamente proprio stamattina le batterie della macchina erano scariche…tornerei a spedire un altro pacco solo per fare foto!...
Tuesday, March 18, 2008
...vivere in un paese 'multi-religioso' (?!)
oggi il tipo dell'agenzia di viaggi che e' riuscito a procurarmi un biglietto per Delhi per domani (pare che sia stata un'impresa! e ci e' riuscito solo perche' la prof. ha insistito...sto facendo esperienza diretta della potenza dei contatti in india...) mi ha ricordato che in questa settimana ci sono ben 4 giorni di festa, per questo i biglietti dei treni sono stati venduti da settimane (il mio biglietto e' riuscito ad averlo da una quota...non ho capito bene...e comunque non e' per Delhi ma per un posto oltre Delhi...boh, speriamo bene...).
Allora ho provato a fare una ricerchina su internet (www.mcgill.ca/student-records/dates/holydays/currentyear) ed e' uscito fuori che questi sono giorni caldi per un sacco di religioni! Di seguito le festivita' piu' rilevanti (credo, almeno...) per l'India:
March 20, 2008 - Islam - Mawlid al-Nabiy *
March 21, 2008 - Christianity - Good Friday
March 22, 2008 - Hinduism - Holi **
March 23, 2008 - Christianity - Easter
Allora ho provato a fare una ricerchina su internet (www.mcgill.ca/student-records/dates/holydays/currentyear) ed e' uscito fuori che questi sono giorni caldi per un sacco di religioni! Di seguito le festivita' piu' rilevanti (credo, almeno...) per l'India:
March 20, 2008 - Islam - Mawlid al-Nabiy *
March 21, 2008 - Christianity - Good Friday
March 22, 2008 - Hinduism - Holi **
March 23, 2008 - Christianity - Easter
Piazza Alimonda - Francesco Guccini
[Ritratti (2004)]
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo,
verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.
La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita
(per vedere un video: http://it.youtube.com/watch?v=0NugzbUZqto)
Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo,
verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.
Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.
La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita
(per vedere un video: http://it.youtube.com/watch?v=0NugzbUZqto)
Ancora Genova...
Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"
"Io, l'infame della casermache ha denunciato quelle torture"
di GIUSEPPE D'AVANZO
MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".
Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".
Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".
Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".
Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".
(18 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/infame-bolzaneto.html
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"
"Io, l'infame della casermache ha denunciato quelle torture"
di GIUSEPPE D'AVANZO
MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".
Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".
Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".
Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".
Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".
(18 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/infame-bolzaneto.html
Monday, March 17, 2008
http://rampini.blogautore.repubblica.it su Tibet
Lunedì, 17 Marzo 2008
Tibet? L’America ha ben altre preoccupazioni…
Al loro risveglio questo lunedi` mattina gli europei apprenderanno che: 1) Di domenica pomeriggio a New York la banca JP Morgan ha “salvato” la sua disastrata ex-concorrente Bear Stearns comprandola per 2 dollari ad azione mentre venerdi` il titolo Bear Stearns aveva una quotazione di Borsa di 30 dollari gia` “scontata” dopo un crollo del 50% (iene e avvoltoi sono dei dilettanti al confronto di questa gente qui…). 2) Alle 19.30 ora della East Coast (di domenica sera!) la Federal Reserve ha deciso un nuovo ribasso dello 0,25% sul tasso che pratica nel rifinanziamento delle banche ed ha annunciato l’apertura di un altro sportello di rifinanziamento per banche in difficolta` (praticamente ne annuncia uno nuovo ogni tre giorni). O il banchiere centrale degli Stati Uniti Ben Bernanke e` in preda al panico o ha capito che sta veramente per crollargli il cielo addosso. Di certo si capisce perche` gia` domenica il Tibet era stato declassato in pagina interna del New York Times, spodestato dalla prima pagina dove dominano i timori di un grande crac finanziario. Con i problemi che ha l’America - e il bisogno di capitali esteri - non e` il momento per far salire la tensione nei rapporti con il governo di Pechino.
Domenica, 16 Marzo 2008
Le vere ragioni della morsa cinese sul Tibet
Le vere ragioni della determinazione con cui Pechino da 58 anni tiene in pugno questa immensa nazione montagnosa, semidesertica e quasi inaccessibile: 1) il suo ruolo originario di cuscinetto strategico in vista di un conflitto con l’India e/o con altre potenze presenti nell’Asia centrale; 2) la scoperta piu` recente di ricchi giacimenti di materie prime e metalli rari che fanno del controllo del Tibet una risorsa essenziale per lo sviluppo industriale delle zone costiere; 3) infine il significato simbolico che questa regione ha nella storia del buddismo in una fase di riscoperta del retaggio religioso tra alcune fasce della popolazione cinese.
Domenica, 16 Marzo 2008
Tibet, perche` la protesta contagia lo Sichuan
Il dilagare degli scontri in altre regioni della Cina, a cominciare dallo Sichuan, si spiega con il fatto che il Tibet originario era molto piu` largo di quello racchiuso nei confini attuali. Dopo averlo invaso i cinesi ne hanno “ritagliato” dei pezzi che sono stati annessi alle provincie vicine come lo Sichuan e lo Yunnan. Il Tibet etnico rimane quindi ben piu` largo di quello amministrativo perche` sacche di popolazione tibetana vivono nelle zone limitrofe. E si sentono perfino piu` oppressi dei loro conterranei di Lhasa.
Sabato, 15 Marzo 2008
La storia del terrore cinese in Tibet
Da “L’ombra di Mao”:
Il Dalai Lama è la figura più odiata dai governanti cinesi. Perfino il suo volto è all’indice: l’onnipresente polizia cinese arresterebbe chiunque dovesse esibire una sua foto. Ma nessuna censura, nessuna persecuzione è riuscita a sconfiggere la religiosità diffusa, mistica e corale del popolo tibetano. Lo spettacolo dei pellegrini che invadono quotidianamente Lhasa oggi sembra “normale” perché Pechino ha ripristinato – alle sue condizioni – la libertà di culto. In realtà questo spettacolo è una dimostrazione impressionante di resistenza passiva, alla luce di quel che i buddisti hanno dovuto soffrire. Dopo l’invasione militare cinese del 1950, la tolleranza verso le tradizioni locali durò solo pochi anni. Nel 1959 una prima svolta estremista di Mao Zedong portò all’imposizione dell’ateismo di Stato. Dal 1966 al 1975la Rivoluzione culturale intensificò le violenze contro la religione, con i famigerati “processi di piazza” ai fedeli. Il Tibet fu vittima della campagna più feroce: i comunisti cinesi uccisero 1,2 milioni di persone, un quinto dell’intera popolazione. Ma la tenacia dei tibetani ingannò perfino il leader più lucido e astuto della Repubblica popolare, Deng Xiaoping. Nel 1979, insieme con la svolta politica moderata, la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente e l’avvio delle riforme di mercato, Deng allungò un simbolico ramoscello d’ulivo al Dalai Lama invitandolo a mandare suo fratello in visita in Tibet per constatare che le condizioni di vita dei suoi concittadini erano migliorate. Nei piani di Deng quell’apertura era il preludio per un negoziato con il Dalai Lama da posizioni di forza, per convincerlo a tornare in patria dopo essersi sottomesso all’autorità centrale di Pechino. Secondo le informazioni che Deng riceveva dal partito comunista locale, i tibetani ormai erano assuefatti alla dominazione cinese, e i progressi nel benessere materiale appagavano la popolazione. L’errore di calcolo di Deng fu clamoroso. La visita del fratello del Dalai Lama scatenò un delirante entusiasmo popolare, le manifestazioni di gioia degenerarono in cortei nazionalisti al grido di “Tibet indipendente” e “Han go home” (gli Han sono il ceppo etnico dominante della Cina). Ogni dialogo con il Dalai Lama è stato troncato. In compenso la pratica del buddismo è tornata a fiorire, sia pure con un “numero chiuso” che contingenta il reclutamento dei nuovi monaci: questo non impedisce che oggi nei monasteri di Lhasa molti di loro siano giovanissimi, segno che nessuna secolarizzazione è riuscita a inaridire le vocazioni. Sul fronte economico Pechino ha accelerato gli investimenti per dotare il Tibet di infrastrutture efficienti, dagli aeroporti alle autostrade, e per agganciarlo al boom economico cinese. Nei quartieri nuovi di Lhasa i grandi viali moderni oggi pullulano di gru per la costruzione di palazzi, dilagano le pubblicità e le insegne commerciali al neon, gli shopping mall, i negozi di elettronica e di moda. Ogni giorno che passa Lhasa assomiglia un po’ di più a tutte le altre città della Cina. Questo è vero anche nella composizione demografica: per accelerare lo sviluppo economico Pechino ha incoraggiato l’immigrazione degli Han, più istruiti e più intraprendenti. Eppure la marea dei pellegrini che sommerge Lhasa a tutte le ore in tutte le stagioni dell’anno, è lì a ricordare che questo è un luogo diverso. Mai nella storia millenaria del Tibet, il suo popolo aveva dovuto subìre una invasione etnica come l’attuale immigrazione dei cinesi. Il buddismo locale è pacifista, il Dalai Lama si è sempre rifiutato di appoggiare qualsiasi lotta violenta. Ma la religiosità tibetana ha già dimostrato in passato di saper custodire un nazionalismo profondo, che riemerge in momenti inaspettati e nelle forme più imprevedibili. Come nel Canto dell’Antilope Tibetana, che il gruppo hard rock Vajara intona a tutto volume all’una di notte, nella discoteca gremita di teenagers entusiasti: “Sotto questi cieli azzuri / Sotto le nuvole bianche / Vivono le più belle creature dell’universo / All’improvviso siete arrivati voi / Con le vostre armi e la vostra avidità / State uccidendo l’ultima antilope / Ci state divorando / Lasciateci vivere / Lasciateci vivere”.
Tibet? L’America ha ben altre preoccupazioni…
Al loro risveglio questo lunedi` mattina gli europei apprenderanno che: 1) Di domenica pomeriggio a New York la banca JP Morgan ha “salvato” la sua disastrata ex-concorrente Bear Stearns comprandola per 2 dollari ad azione mentre venerdi` il titolo Bear Stearns aveva una quotazione di Borsa di 30 dollari gia` “scontata” dopo un crollo del 50% (iene e avvoltoi sono dei dilettanti al confronto di questa gente qui…). 2) Alle 19.30 ora della East Coast (di domenica sera!) la Federal Reserve ha deciso un nuovo ribasso dello 0,25% sul tasso che pratica nel rifinanziamento delle banche ed ha annunciato l’apertura di un altro sportello di rifinanziamento per banche in difficolta` (praticamente ne annuncia uno nuovo ogni tre giorni). O il banchiere centrale degli Stati Uniti Ben Bernanke e` in preda al panico o ha capito che sta veramente per crollargli il cielo addosso. Di certo si capisce perche` gia` domenica il Tibet era stato declassato in pagina interna del New York Times, spodestato dalla prima pagina dove dominano i timori di un grande crac finanziario. Con i problemi che ha l’America - e il bisogno di capitali esteri - non e` il momento per far salire la tensione nei rapporti con il governo di Pechino.
Domenica, 16 Marzo 2008
Le vere ragioni della morsa cinese sul Tibet
Le vere ragioni della determinazione con cui Pechino da 58 anni tiene in pugno questa immensa nazione montagnosa, semidesertica e quasi inaccessibile: 1) il suo ruolo originario di cuscinetto strategico in vista di un conflitto con l’India e/o con altre potenze presenti nell’Asia centrale; 2) la scoperta piu` recente di ricchi giacimenti di materie prime e metalli rari che fanno del controllo del Tibet una risorsa essenziale per lo sviluppo industriale delle zone costiere; 3) infine il significato simbolico che questa regione ha nella storia del buddismo in una fase di riscoperta del retaggio religioso tra alcune fasce della popolazione cinese.
Domenica, 16 Marzo 2008
Tibet, perche` la protesta contagia lo Sichuan
Il dilagare degli scontri in altre regioni della Cina, a cominciare dallo Sichuan, si spiega con il fatto che il Tibet originario era molto piu` largo di quello racchiuso nei confini attuali. Dopo averlo invaso i cinesi ne hanno “ritagliato” dei pezzi che sono stati annessi alle provincie vicine come lo Sichuan e lo Yunnan. Il Tibet etnico rimane quindi ben piu` largo di quello amministrativo perche` sacche di popolazione tibetana vivono nelle zone limitrofe. E si sentono perfino piu` oppressi dei loro conterranei di Lhasa.
Sabato, 15 Marzo 2008
La storia del terrore cinese in Tibet
Da “L’ombra di Mao”:
Il Dalai Lama è la figura più odiata dai governanti cinesi. Perfino il suo volto è all’indice: l’onnipresente polizia cinese arresterebbe chiunque dovesse esibire una sua foto. Ma nessuna censura, nessuna persecuzione è riuscita a sconfiggere la religiosità diffusa, mistica e corale del popolo tibetano. Lo spettacolo dei pellegrini che invadono quotidianamente Lhasa oggi sembra “normale” perché Pechino ha ripristinato – alle sue condizioni – la libertà di culto. In realtà questo spettacolo è una dimostrazione impressionante di resistenza passiva, alla luce di quel che i buddisti hanno dovuto soffrire. Dopo l’invasione militare cinese del 1950, la tolleranza verso le tradizioni locali durò solo pochi anni. Nel 1959 una prima svolta estremista di Mao Zedong portò all’imposizione dell’ateismo di Stato. Dal 1966 al 1975la Rivoluzione culturale intensificò le violenze contro la religione, con i famigerati “processi di piazza” ai fedeli. Il Tibet fu vittima della campagna più feroce: i comunisti cinesi uccisero 1,2 milioni di persone, un quinto dell’intera popolazione. Ma la tenacia dei tibetani ingannò perfino il leader più lucido e astuto della Repubblica popolare, Deng Xiaoping. Nel 1979, insieme con la svolta politica moderata, la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente e l’avvio delle riforme di mercato, Deng allungò un simbolico ramoscello d’ulivo al Dalai Lama invitandolo a mandare suo fratello in visita in Tibet per constatare che le condizioni di vita dei suoi concittadini erano migliorate. Nei piani di Deng quell’apertura era il preludio per un negoziato con il Dalai Lama da posizioni di forza, per convincerlo a tornare in patria dopo essersi sottomesso all’autorità centrale di Pechino. Secondo le informazioni che Deng riceveva dal partito comunista locale, i tibetani ormai erano assuefatti alla dominazione cinese, e i progressi nel benessere materiale appagavano la popolazione. L’errore di calcolo di Deng fu clamoroso. La visita del fratello del Dalai Lama scatenò un delirante entusiasmo popolare, le manifestazioni di gioia degenerarono in cortei nazionalisti al grido di “Tibet indipendente” e “Han go home” (gli Han sono il ceppo etnico dominante della Cina). Ogni dialogo con il Dalai Lama è stato troncato. In compenso la pratica del buddismo è tornata a fiorire, sia pure con un “numero chiuso” che contingenta il reclutamento dei nuovi monaci: questo non impedisce che oggi nei monasteri di Lhasa molti di loro siano giovanissimi, segno che nessuna secolarizzazione è riuscita a inaridire le vocazioni. Sul fronte economico Pechino ha accelerato gli investimenti per dotare il Tibet di infrastrutture efficienti, dagli aeroporti alle autostrade, e per agganciarlo al boom economico cinese. Nei quartieri nuovi di Lhasa i grandi viali moderni oggi pullulano di gru per la costruzione di palazzi, dilagano le pubblicità e le insegne commerciali al neon, gli shopping mall, i negozi di elettronica e di moda. Ogni giorno che passa Lhasa assomiglia un po’ di più a tutte le altre città della Cina. Questo è vero anche nella composizione demografica: per accelerare lo sviluppo economico Pechino ha incoraggiato l’immigrazione degli Han, più istruiti e più intraprendenti. Eppure la marea dei pellegrini che sommerge Lhasa a tutte le ore in tutte le stagioni dell’anno, è lì a ricordare che questo è un luogo diverso. Mai nella storia millenaria del Tibet, il suo popolo aveva dovuto subìre una invasione etnica come l’attuale immigrazione dei cinesi. Il buddismo locale è pacifista, il Dalai Lama si è sempre rifiutato di appoggiare qualsiasi lotta violenta. Ma la religiosità tibetana ha già dimostrato in passato di saper custodire un nazionalismo profondo, che riemerge in momenti inaspettati e nelle forme più imprevedibili. Come nel Canto dell’Antilope Tibetana, che il gruppo hard rock Vajara intona a tutto volume all’una di notte, nella discoteca gremita di teenagers entusiasti: “Sotto questi cieli azzuri / Sotto le nuvole bianche / Vivono le più belle creature dell’universo / All’improvviso siete arrivati voi / Con le vostre armi e la vostra avidità / State uccidendo l’ultima antilope / Ci state divorando / Lasciateci vivere / Lasciateci vivere”.
Tibet, strage nelle vie di Lhasa - ET
Pechino parla di dieci vittime e dà la colpa all'opposizione
Per il governo tibetano in esilio i caduti sono 30: "Intervenga l'Onu"
Guerra di cifre sul numero di morti
Ultimatum cinese: "La rivolta cessi entro lunedì a mezzanotte"
Dopo l'arresto di 102 tibetani in India, pronto a partire un altro gruppo
di RAIMONDO BULTRINI
DHARAMSALA (INDIA) - Le notizie che giungono a Dharamsala dalla capitale tibetana Lhasa sono sempre più allarmanti. Se fino a ieri polizia ed esercito cinese avevano adottato una tattica di repressioni mirate, oggi le truppe sono state impiegate in tutto il distretto cittadino e altre sono in arrivo con la nuova linea ferroviaria da Pechino e Golmud destinata - nei progetti - a portare "ulteriore progresso".
Attraverso le organizzazioni degli esuli abbiamo potuto avere alcuni contatti di fonti non solo del dissenso, ma anche di stranieri e cinesi che lavorano in diversi progetti governativi. Riferiscono testimonianze agghiaccianti di sparatorie dalle auto in corsa contro manifestanti e semplici cittadini tibetani incontrati al loro passaggio. Il numero delle vittime varia dai dieci morti denunciati dai media cinesi e dalle autorità (quasi tutti commercianti, titolari e dipendenti di alberghi) ai trenta accreditati dallo stesso governo tibetano in esilio.
La polizia ha dato tempo ai rivoltosi di consegnarsi entro la giornata di lunedì, promettendo un trattamento di favore. Vuol dire che dopo l'ultimatum la situazione peggiorerà ulteriormente.
Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
"In realtà il governo mostra solo ciò che vuole", ci hanno detto diversi familiari di residenti con i quali abbiamo parlato a Dharamsala. La televisione nazionale del partito trasmette senza censure le immagini delle rivolte nell'intento affatto nascosto di mostrare il volto violento di questo popolo che distrugge negozi, auto, strutture pubbliche, uccide cittadini inermi e ferisce i poliziotti. Ma l'esasperazione - da quanto risulta ormai chiaro dalla reazione che coinvolge ogni strato della società tibetana - era ormai alle stelle.
Ieri è emersa dalle conversazioni con numerosi tibetani a Dharamsala e al telefono da Lhasa che tra i motivi scatenanti della protesta c'è stata la decisione degli Stati Uniti di declassificare la Cina nell'elenco dei paesi che violano i diritti umani. La concomitanza con i 49 anni della mancata insurrezione del 59 contro le truppe di Pechino e l'approssimarsi delle Olimpiadi ha convinto molti monaci e giovani ad utilizzare il possibile impatto mediatico per mostrare al mondo ciò che davvero sentono e pensano i tibetanti dopo 60 anni di occupazione.
Per il secondo giorno consecutivo centinaia di residenti del villaggio di Nyangra a 50 chilometri dalla capitale sono scesi in strada per protestare contro la repressione dei monaci di Sera, uno dei più grandi monasteri del Tibet. Dopo il tentato suicidio di due religiosi (vedi le foto di Lobsang Kelsang e Lobsang Damchoe) di un altro centro monastico, Drepung, che lottano tra la vita e la morte, un terzo monaco di Ganden si è dato alle fiamme e non è sopravvissuto.
Ancora incerte le conseguenze di altre manifestazioni nelle regioni lontane dal Tibet centrale dove si trova Lhasa. Di certo la gente è scesa in piazza a Shigatse, sede del grande monastero di Tashilungpo del Panchen lama, la seconda figura del buddhismo tibetano dopo il Dalai. L'importanza di Shigatse è legata a uno dei più gravi motivi di risentimento dei tibetani verso le autorità cinesi. Il Panchen insediato a Tashilungpo infatti è stato scelto dai cinesi dopo aver fatto sparire nell'ormai lontano 1995 un bambino di appena cinque anni considerato la vera reincarnazione dal Dalai lama e dagli abati del monastero.
Non è però il solo "reincarnato" deciso a tavolino dal partito: con una nuova legge ogni cosiddetto Buddha vivente deve essere sottoposto al vaglio politico dei dirigenti comunisti, e i tibetani hanno temuto di vedersi privare anche dei maestri spirituali che avevano finora alleggerito la pesantezza della condizione di servi e prigionieri dei nuovi padroni nel loro stesso paese.
L'altra regione strategica dove dilagano le rivolte è Pashu, nel Kham, una regione di confine abitata da fiere tribù guerriere e molto devote al buddismo. Le notizie giunte tra i profughi in esilio sono di un impressionante movimento di truppe che hanno bloccato tutte le strade d'accesso al distretto.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione. Se da una parte sono entusiasti della rivolta dei loro fratelli e parenti, dall'altra temono che i rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora. Già giungono voci di retate e arresti notturni nelle abitazioni dei tibetani sotto osservazione o riconoscuti durante le manifestazioni.
Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza, ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito. Lo stesso Dalai lama nel suo ultimo discorso aveva sottolineato le "massicce violazioni dei diritti umani" nel suo paese, e non aveva cercato di dissuadere i giovani tibetani partiti in marcia da Dharamsala il 10 marzo scorso per raggiungere il confine cinese in occasione delle Olimpiadi.
Dopo quattro giorni la polizia indiana, su ordine del governo preoccupato per le possibili crisi di relazioni con la Cina, li ha fermati e arrestati. Ma lunedi prossimo ne partiranno altri 44, già pronti a raggiungere la città dove sono detenuti i loro compagni.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-sabato/tibet-scontri-sabato.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/situazione-16mar/situazione-16mar.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/rischi-pugno-duro/rischi-pugno-duro.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/reportage-bultrini/reportage-bultrini.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa.html
Per il governo tibetano in esilio i caduti sono 30: "Intervenga l'Onu"
Guerra di cifre sul numero di morti
Ultimatum cinese: "La rivolta cessi entro lunedì a mezzanotte"
Dopo l'arresto di 102 tibetani in India, pronto a partire un altro gruppo
di RAIMONDO BULTRINI
DHARAMSALA (INDIA) - Le notizie che giungono a Dharamsala dalla capitale tibetana Lhasa sono sempre più allarmanti. Se fino a ieri polizia ed esercito cinese avevano adottato una tattica di repressioni mirate, oggi le truppe sono state impiegate in tutto il distretto cittadino e altre sono in arrivo con la nuova linea ferroviaria da Pechino e Golmud destinata - nei progetti - a portare "ulteriore progresso".
Attraverso le organizzazioni degli esuli abbiamo potuto avere alcuni contatti di fonti non solo del dissenso, ma anche di stranieri e cinesi che lavorano in diversi progetti governativi. Riferiscono testimonianze agghiaccianti di sparatorie dalle auto in corsa contro manifestanti e semplici cittadini tibetani incontrati al loro passaggio. Il numero delle vittime varia dai dieci morti denunciati dai media cinesi e dalle autorità (quasi tutti commercianti, titolari e dipendenti di alberghi) ai trenta accreditati dallo stesso governo tibetano in esilio.
La polizia ha dato tempo ai rivoltosi di consegnarsi entro la giornata di lunedì, promettendo un trattamento di favore. Vuol dire che dopo l'ultimatum la situazione peggiorerà ulteriormente.
Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
"In realtà il governo mostra solo ciò che vuole", ci hanno detto diversi familiari di residenti con i quali abbiamo parlato a Dharamsala. La televisione nazionale del partito trasmette senza censure le immagini delle rivolte nell'intento affatto nascosto di mostrare il volto violento di questo popolo che distrugge negozi, auto, strutture pubbliche, uccide cittadini inermi e ferisce i poliziotti. Ma l'esasperazione - da quanto risulta ormai chiaro dalla reazione che coinvolge ogni strato della società tibetana - era ormai alle stelle.
Ieri è emersa dalle conversazioni con numerosi tibetani a Dharamsala e al telefono da Lhasa che tra i motivi scatenanti della protesta c'è stata la decisione degli Stati Uniti di declassificare la Cina nell'elenco dei paesi che violano i diritti umani. La concomitanza con i 49 anni della mancata insurrezione del 59 contro le truppe di Pechino e l'approssimarsi delle Olimpiadi ha convinto molti monaci e giovani ad utilizzare il possibile impatto mediatico per mostrare al mondo ciò che davvero sentono e pensano i tibetanti dopo 60 anni di occupazione.
Per il secondo giorno consecutivo centinaia di residenti del villaggio di Nyangra a 50 chilometri dalla capitale sono scesi in strada per protestare contro la repressione dei monaci di Sera, uno dei più grandi monasteri del Tibet. Dopo il tentato suicidio di due religiosi (vedi le foto di Lobsang Kelsang e Lobsang Damchoe) di un altro centro monastico, Drepung, che lottano tra la vita e la morte, un terzo monaco di Ganden si è dato alle fiamme e non è sopravvissuto.
Ancora incerte le conseguenze di altre manifestazioni nelle regioni lontane dal Tibet centrale dove si trova Lhasa. Di certo la gente è scesa in piazza a Shigatse, sede del grande monastero di Tashilungpo del Panchen lama, la seconda figura del buddhismo tibetano dopo il Dalai. L'importanza di Shigatse è legata a uno dei più gravi motivi di risentimento dei tibetani verso le autorità cinesi. Il Panchen insediato a Tashilungpo infatti è stato scelto dai cinesi dopo aver fatto sparire nell'ormai lontano 1995 un bambino di appena cinque anni considerato la vera reincarnazione dal Dalai lama e dagli abati del monastero.
Non è però il solo "reincarnato" deciso a tavolino dal partito: con una nuova legge ogni cosiddetto Buddha vivente deve essere sottoposto al vaglio politico dei dirigenti comunisti, e i tibetani hanno temuto di vedersi privare anche dei maestri spirituali che avevano finora alleggerito la pesantezza della condizione di servi e prigionieri dei nuovi padroni nel loro stesso paese.
L'altra regione strategica dove dilagano le rivolte è Pashu, nel Kham, una regione di confine abitata da fiere tribù guerriere e molto devote al buddismo. Le notizie giunte tra i profughi in esilio sono di un impressionante movimento di truppe che hanno bloccato tutte le strade d'accesso al distretto.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione. Se da una parte sono entusiasti della rivolta dei loro fratelli e parenti, dall'altra temono che i rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora. Già giungono voci di retate e arresti notturni nelle abitazioni dei tibetani sotto osservazione o riconoscuti durante le manifestazioni.
Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza, ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito. Lo stesso Dalai lama nel suo ultimo discorso aveva sottolineato le "massicce violazioni dei diritti umani" nel suo paese, e non aveva cercato di dissuadere i giovani tibetani partiti in marcia da Dharamsala il 10 marzo scorso per raggiungere il confine cinese in occasione delle Olimpiadi.
Dopo quattro giorni la polizia indiana, su ordine del governo preoccupato per le possibili crisi di relazioni con la Cina, li ha fermati e arrestati. Ma lunedi prossimo ne partiranno altri 44, già pronti a raggiungere la città dove sono detenuti i loro compagni.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-sabato/tibet-scontri-sabato.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/situazione-16mar/situazione-16mar.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/rischi-pugno-duro/rischi-pugno-duro.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/reportage-bultrini/reportage-bultrini.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa.html
Riesplode la "polveriera" Tibet e la Cina rivive l'incubo dell'89
Le insicurezze del presidente Hu Jintao che 18 anni fa scatenò l'esercito
Il Dalai Lama non può essere accettato: è una autorità spirituale indipendente
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Sulla pacifica protesta dei monaci tibetani è scattata feroce la repressione cinese: dagli ospedali di Lhasa giungono notizie di numerosi morti e feriti. La capitale è in stato d'assedio e sotto coprifuoco, tutti i principali monasteri buddisti della regione sono circondati da reparti della polizia antisommossa.
È la più grande rivolta popolare in Tibet dal 1989, un anno di infausta memoria: allora il plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa era Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare. Hu Jintao l'8 marzo 1989 non esitò a dichiarare la legge marziale e a scatenare l'esercito contro la popolazione indifesa. Si acquistò i galloni dell'uomo forte, i suoi metodi servirono da prova generale per il massacro di Piazza Tienanmen tre mesi dopo.
Sono passati quasi vent'anni ma il Tibet non ha mai smesso di essere una polveriera dove si accumulano le tensioni create dalla politica di "assimilazione forzata". La fiammata di questi giorni può sembrare improvvisa e inaspettata, in realtà da mesi si segnalavano episodi di protesta nei monasteri, arresti, deportazioni e torture dei religiosi fedeli al Dalai Lama. C'è una logica stringente dietro questa escalation. Una maggioranza dei tibetani continua a considerare illegittima l'invasione dell'armata maoista che nel 1950 ha annesso il loro territorio. Sentono che il tempo gioca contro di loro, per l'invasione continua di immigrati "han" (l'etnia maggioritaria cinese) che sconvolge gli equilibri della popolazione locale e ne snatura l'identità culturale.
Il precedente della rivolta birmana nel settembre scorso è stato seguito con passione, solidarietà e sofferenza da parte dei buddisti tibetani: anche questo popolo ha un attaccamento straordinario alla propria religione, e non tollera le violenze contro i monaci. La gente di Lhasa che ha osato protestare in queste ore sogna di avere miglior sorte del popolo birmano. Si affida all'influenza del Dalai Lama, un leader spirituale che gode di un immenso prestigio nel mondo. Inoltre la Cina non è un piccolo paese arretrato e isolato come la Birmania. Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco, a poche ore di volo Pechino si appresta a celebrare i Giochi come una prova della sua apertura verso il resto del mondo, accogliendo milioni di turisti stranieri.
Ora o mai più: è il sentimento che ha spinto molti tibetani a scendere in piazza. C'è la speranza che nell'anno delle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati su Pechino, Hu Jintao avrà qualche esitazione prima di ordinare una nuova carneficina.
Per gli occidentali la politica cinese in Tibet appare non solo ignobile ma anche assurda. Con realismo e moderazione, il Dalai Lama ha smesso da decenni di rivendicare l'indipendenza e chiede solo una ragionevole autonomia. Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore a Hong Kong: porre dei limiti all'immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l'ambiente naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica estera e difesa. Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese come una concessione intollerabile, destabilizzante.
Pechino continua a bollare il Dalai Lama come un "secessionista" con cui è impossibile dialogare. La paura che provano i tibetani è, specularmente, la certezza di Hu Jintao: il fattore tempo gioca in favore della Cina. Con 3,8 milioni di km quadrati di superficie, quanto l'Europa occidentale, il Tibet occupa un terzo della Repubblica popolare ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5% dei cinesi. Lo squilibrio demografico è immane, è difficile resistere alla "sinizzazione".
Il regime può contare anche su un consenso reale fra la maggioranza dei cinesi sulla questione tibetana. Imbevuti di nazionalismo fin dalle scuole elementari, imparano sui manuali di storia solo la versione della propaganda ufficiale: il Tibet è "sempre" appartenuto alla Cina; dietro le velleità di autonomia ci sono forze che vogliono indebolire la nazione, proprio come nell'Ottocento e primo Novecento quando gli imperialismi occidentali e giapponese "amputarono" l'Impero Celeste di pezzi di territorio, da Hong Kong alla Manciuria.
Nazionalismo cinese, superiorità demografica, sviluppo economico, sono i rulli compressori che lavorano ad appiattire il Tibet. Mentre la nuova ferrovia rovescia fiumane di "coloni", vasti quartieri di Lhasa già hanno subito uno stravolgimento: ipermercati, shopping mall di elettronica, banche e uffici turistici sono gestiti prevalentemente dai cinesi han, più istruiti e abili negli affari. Lo stesso turismo di massa violenta l'anima dei luoghi: il Potala Palace, ex dimora del Dalai Lama trasformato in museo, è circondato dai torpedoni, invaso da comitive cinesi volgari e arroganti.
Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio. L'incapacità di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un'insicurezza. Il partito comunista cinese non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative. I culti religiosi sono stati autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedeltà assoluta al governo. La figura del Dalai Lama è inaccettabile perché è un'autorità spirituale indipendente.
Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti: guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l'idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società civile autonoma. Tra gli incubi della nomenklatura c'è lo scenario Solidarnosc, proiettato in versione buddista.
Nonostante le sue fobie totalitarie, la classe dirigente cinese gestisce tuttavia una superpotenza fortemente integrata nelle relazioni internazionali. La Repubblica popolare è membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, dell'Organizzazione del commercio mondiale; è il principale partner commerciale dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Ha l'ambizione di essere un attore responsabile nella governance globale. E' indispensabile che l'Occidente eserciti ogni pressione per far capire a Hu Jintao i rischi che corre in Tibet: vanno ben al di là dei Giochi olimpici.
Lo sviluppo con cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte della popolazione, può incappare in serie turbolenze se la Cina decide di presentarci un volto odioso e minaccioso.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/olimpiadi-avvelenate/olimpiadi-avvelenate.html
Il Dalai Lama non può essere accettato: è una autorità spirituale indipendente
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Sulla pacifica protesta dei monaci tibetani è scattata feroce la repressione cinese: dagli ospedali di Lhasa giungono notizie di numerosi morti e feriti. La capitale è in stato d'assedio e sotto coprifuoco, tutti i principali monasteri buddisti della regione sono circondati da reparti della polizia antisommossa.
È la più grande rivolta popolare in Tibet dal 1989, un anno di infausta memoria: allora il plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa era Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare. Hu Jintao l'8 marzo 1989 non esitò a dichiarare la legge marziale e a scatenare l'esercito contro la popolazione indifesa. Si acquistò i galloni dell'uomo forte, i suoi metodi servirono da prova generale per il massacro di Piazza Tienanmen tre mesi dopo.
Sono passati quasi vent'anni ma il Tibet non ha mai smesso di essere una polveriera dove si accumulano le tensioni create dalla politica di "assimilazione forzata". La fiammata di questi giorni può sembrare improvvisa e inaspettata, in realtà da mesi si segnalavano episodi di protesta nei monasteri, arresti, deportazioni e torture dei religiosi fedeli al Dalai Lama. C'è una logica stringente dietro questa escalation. Una maggioranza dei tibetani continua a considerare illegittima l'invasione dell'armata maoista che nel 1950 ha annesso il loro territorio. Sentono che il tempo gioca contro di loro, per l'invasione continua di immigrati "han" (l'etnia maggioritaria cinese) che sconvolge gli equilibri della popolazione locale e ne snatura l'identità culturale.
Il precedente della rivolta birmana nel settembre scorso è stato seguito con passione, solidarietà e sofferenza da parte dei buddisti tibetani: anche questo popolo ha un attaccamento straordinario alla propria religione, e non tollera le violenze contro i monaci. La gente di Lhasa che ha osato protestare in queste ore sogna di avere miglior sorte del popolo birmano. Si affida all'influenza del Dalai Lama, un leader spirituale che gode di un immenso prestigio nel mondo. Inoltre la Cina non è un piccolo paese arretrato e isolato come la Birmania. Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco, a poche ore di volo Pechino si appresta a celebrare i Giochi come una prova della sua apertura verso il resto del mondo, accogliendo milioni di turisti stranieri.
Ora o mai più: è il sentimento che ha spinto molti tibetani a scendere in piazza. C'è la speranza che nell'anno delle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati su Pechino, Hu Jintao avrà qualche esitazione prima di ordinare una nuova carneficina.
Per gli occidentali la politica cinese in Tibet appare non solo ignobile ma anche assurda. Con realismo e moderazione, il Dalai Lama ha smesso da decenni di rivendicare l'indipendenza e chiede solo una ragionevole autonomia. Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore a Hong Kong: porre dei limiti all'immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l'ambiente naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica estera e difesa. Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese come una concessione intollerabile, destabilizzante.
Pechino continua a bollare il Dalai Lama come un "secessionista" con cui è impossibile dialogare. La paura che provano i tibetani è, specularmente, la certezza di Hu Jintao: il fattore tempo gioca in favore della Cina. Con 3,8 milioni di km quadrati di superficie, quanto l'Europa occidentale, il Tibet occupa un terzo della Repubblica popolare ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5% dei cinesi. Lo squilibrio demografico è immane, è difficile resistere alla "sinizzazione".
Il regime può contare anche su un consenso reale fra la maggioranza dei cinesi sulla questione tibetana. Imbevuti di nazionalismo fin dalle scuole elementari, imparano sui manuali di storia solo la versione della propaganda ufficiale: il Tibet è "sempre" appartenuto alla Cina; dietro le velleità di autonomia ci sono forze che vogliono indebolire la nazione, proprio come nell'Ottocento e primo Novecento quando gli imperialismi occidentali e giapponese "amputarono" l'Impero Celeste di pezzi di territorio, da Hong Kong alla Manciuria.
Nazionalismo cinese, superiorità demografica, sviluppo economico, sono i rulli compressori che lavorano ad appiattire il Tibet. Mentre la nuova ferrovia rovescia fiumane di "coloni", vasti quartieri di Lhasa già hanno subito uno stravolgimento: ipermercati, shopping mall di elettronica, banche e uffici turistici sono gestiti prevalentemente dai cinesi han, più istruiti e abili negli affari. Lo stesso turismo di massa violenta l'anima dei luoghi: il Potala Palace, ex dimora del Dalai Lama trasformato in museo, è circondato dai torpedoni, invaso da comitive cinesi volgari e arroganti.
Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio. L'incapacità di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un'insicurezza. Il partito comunista cinese non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative. I culti religiosi sono stati autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedeltà assoluta al governo. La figura del Dalai Lama è inaccettabile perché è un'autorità spirituale indipendente.
Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti: guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l'idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società civile autonoma. Tra gli incubi della nomenklatura c'è lo scenario Solidarnosc, proiettato in versione buddista.
Nonostante le sue fobie totalitarie, la classe dirigente cinese gestisce tuttavia una superpotenza fortemente integrata nelle relazioni internazionali. La Repubblica popolare è membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, dell'Organizzazione del commercio mondiale; è il principale partner commerciale dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Ha l'ambizione di essere un attore responsabile nella governance globale. E' indispensabile che l'Occidente eserciti ogni pressione per far capire a Hu Jintao i rischi che corre in Tibet: vanno ben al di là dei Giochi olimpici.
Lo sviluppo con cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte della popolazione, può incappare in serie turbolenze se la Cina decide di presentarci un volto odioso e minaccioso.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/olimpiadi-avvelenate/olimpiadi-avvelenate.html
POLITICA - Il drammatico errore dell'euro alle stelle
di EUGENIO SCALFARI
C'È ANCORA molto da dire sulla situazione economica italiana dopo gli ultimi dati dell'Istat, della Banca d'Italia e della "Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica" (Ruef) che sostituisce la vecchia "Trimestrale di cassa". Stando a quest'ultimo documento il nostro debito pubblico alla fine del 2007 era diminuito di 2,5 punti in rapporto al Pil scendendo dal 106,5 al 104. Ben oltre le previsioni dello stesso Padoa-Schioppa.
Non si è riflettuto abbastanza su questo dato. I tanti Soloni (e Catoni) che sdottoreggiano sui mancati tagli della spesa, sulla dissipazione delle risorse e sul cattivo impiego del "tesoretto" tirando la croce addosso al governo Prodi e ai suoi ministri economici, hanno pressoché ignorato la diminuzione del debito sottolineando invece il rallentamento del Pil previsto per il 2008 dall'1,5 allo 0,6 per cento.
Capisco che il dimezzamento di una crescita già fiacca fa più notizia, ma i due fenomeni sono profondamente diversi. Il secondo dipende infatti interamente dall'andamento pessimo della congiuntura internazionale che è fuori dal controllo dei governi nazionali. Il primo invece è opera nostra e riguarda uno degli aspetti più delicati della nostra finanza pubblica.
L'andamento virtuoso del debito ha infatti una sola causa: la diminuzione della spesa corrente e quindi del disavanzo del Tesoro. Nel quinquennio berlusconiano la spesa aumentò di 2,5 punti di Pil, in cifre assolute 35 miliardi di euro. Nel biennio prodiano l'aumento della spesa è stato invece dell'1,4 (inferiore alla crescita del Pil).
Ci si dovrebbe chiedere da che cosa sia stato causato un divario così rilevante tra la maggiore spesa del governo Berlusconi-Tremonti e quella molto minore del governo Prodi-Padoa-Schioppa. Forse il primo ha alleviato i redditi individuali, i salari, le pensioni?
Oppure ha intrapreso una politica di lavori pubblici e di infrastrutture particolarmente consistente? Ha sostenuto i giovani, le famiglie, gli anziani? Non risulta che vi siano stati miglioramenti consistenti in queste voci della spesa sociale. I pochi provvedimenti in favore di quei settori e di quelle categorie sono stati effettuati in gran parte con sgravi fiscali e quindi con minori entrate. Ma la spesa è nel frattempo cresciuta in cifre relative e in cifre assolute. Dove sono andati a finire quei soldi?
In gran parte nella spesa sanitaria, abbandonata a se stessa senza controlli; e poi nei cosiddetti consumi intermedi della pubblica amministrazione, acquisti di beni e servizi che rappresentano quasi la metà della spesa corrente. Lì c'è stata la dilapidazione delle risorse senza alcun beneficio né per la crescita dell'economia né per la riorganizzazione della pubblica amministrazione centrale e locale.
Stupisce che questi processi siano passati quasi inavvertiti dinanzi all'opinione pubblica e ai cosiddetti esperti. Oggi ne abbiamo ufficiale conferma, certificata anche dalle autorità internazionali: la spesa pubblica è tornata sotto controllo mentre la lotta contro l'evasione ha fornito un surplus di entrate di 20 miliardi.
Tra maggiori entrate e minori spese si tratta dunque di 40 miliardi di euro che, pur in mezzo alla tempesta internazionale cominciata dal giugno scorso, hanno fatto diminuire il deficit ereditato dalla precedente legislatura dal 4 all'1,9 per cento, hanno ridotto il debito pubblico di 2,5 punti rispetto al Pil, hanno portato il disavanzo dello Stato al punto più basso degli ultimi nove anni.
* * *
Purtroppo a questi buoni risultati nella pubblica finanza non hanno corrisposto analoghi segnali positivi nell'economia e nel benessere degli italiani. Anzi quel benessere è stato seriamente colpito, le condizioni degli individui e delle famiglie sono decisamente peggiorate, il costo della vita è aumentato, le retribuzioni (salari, stipendi, pensioni) sono sempre più insufficienti costringendo a diminuire i consumi sia in quantità sia in qualità.
L'Istat stima l'inflazione ufficiale intorno al 2,6 per cento ma quella dei generi di largo consumo ad oltre il 5. Particolarmente elevati i prezzi dei cereali, dell'energia, dei trasporti. Insomma l'ossatura del sistema, sia dal lato dei consumi sia da quello degli investimenti.
A che cosa si deve questa situazione di sofferenza e di precarietà economica e sociale? Aggravata da aspettative ancor più negative che si trasformano, come sempre avviene in questi casi, in ulteriori peggioramenti percepiti prima ancora di essere avvenuti?
La risposta è nei fatti: un miliardo di persone, soprattutto nei paesi asiatici, sta gradualmente entrando nel circuito dei consumi di qualità; quattro o cinque governi (India, Cina, Corea, Singapore, Indonesia) stanno investendo massicciamente nella modernizzazione dei rispettivi paesi.
Tutti questi elementi sono fuori dal controllo dei governi nazionali europei, dell'Europa nel suo insieme e perfino degli Stati Uniti d'America. È la nuova domanda a spingere in alto i prezzi dei cereali, del petrolio e dell'energia. Accrescere l'offerta di questi beni non è impossibile, ma procede con rapidità molto minore dell'irruente aumento di domanda dei nuovi consumatori. Per di più l'aumento dell'offerta non avverrà che in presenza di prezzi non inferiori al livello attualmente raggiunto.
Siamo così, in tutto l'Occidente, dinanzi ad un'inflazione importata dall'estero da paesi con sistemi economici diversi dai nostri, livelli retributivi decisamente più bassi, monete inconvertibili, Banche centrali non integrate con quelle occidentali. Da questo punto di vista la politica dei tassi d'interesse (e quindi il valore del cambio estero della moneta europea) attuata ormai da un anno dalla Banca europea è del tutto insensata. Per il rispetto dovuto a una grande istituzione la stampa si è finora astenuta dal prender di mira la Bce; i governi e l'Ecofin hanno fatto altrettanto. Ma ora l'errore e l'inspiegabile tenacia con cui la Banca mantiene un livello dei tassi sempre più squilibrato non può esser sottaciuto. Mantenere il tasso ufficiale dell'euro al 4 per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi bendati verso il disastro.
Questa politica ha già spinto il cambio con il dollaro ad un'altezza insostenibile. Non soltanto con il dollaro ma anche con le altre monete che hanno cambi fissi con quella americana e quindi si svalutano con essa, a cominciare dallo yuan cinese. La conseguenza è quella di render difficilissime le esportazioni dell'Europa verso il resto del mondo, di bloccare il turismo diretto verso i nostri paesi e tra di essi di colpire soprattutto quelli come l'Italia le cui imprese operano principalmente in settori convenzionali con scarso valore aggiunto e bassa produttività.
Il futuro governo che uscirà tra un mese dalle urne dovrà dunque affrontare questi problemi in primissima battuta. L'indipendenza della Bce nella politica dei tassi d'interesse non può e non deve essere intaccata, ma la sua sovranità non si estende al cambio estero. Si tratta di due grandezze strettamente collegate ma che fanno capo ad istituzioni diverse. Perciò una dialettica tra il Consiglio dei ministri europei e la Banca centrale non è soltanto auspicabile ma a questo punto urgente e necessaria.
* * * *
I nostri due maggiori partiti che si fronteggiano in questa campagna elettorale dovranno comunque adottare provvedimenti rivolti a sostenere il potere d'acquisto dei ceti medi e inferiori della nostra società. Le tecnicalità sono diverse ma l'intento non può che esser comune: intervenire a sorreggere una domanda di consumi e di investimenti particolarmente calante e un flusso di esportazioni anch'esso in preoccupante ristagno.
Le risorse per finanziare questa strategia sono scarse sicché una politica anticiclica di "deficit spending" è diventata inevitabile. È la sola strada per sollevare il livello di crescita del Pil almeno fino al livello dell'1 per cento dall'attuale previsione dello 0,6. Ma poiché questa politica non potrà attuarsi prima del prossimo mese di maggio e avrà dunque dinanzi a sé soltanto il secondo semestre dell'anno, diventerà necessario adottare misure di impatto immediato sulla realtà economica. Soprattutto bisognerà iniettare nel sistema non solo risorse materiali ma anche fiducia per rovesciare le aspettative dei consumatori e delle imprese.
Si discute tra gli economisti se un'operazione di sostegno della domanda avrà gli effetti desiderati oppure - come in altre occasioni è accaduto - non sarà immobilizzata dai beneficiari in impegni liquidi anziché in un'espansione dell'economia. Ma l'attuale compressione della domanda è arrivata ad un punto tale da rendere impensabile la tesorizzazione della liquidità. Perciò l'effetto desiderato avrà sicuramente luogo.
Al timore che si possa determinare accanto all'inflazione importata un'ulteriore impennata dovuta al rilancio della domanda interna si dovrà rispondere aumentando il livello della libera concorrenza, spingendo avanti le liberalizzazioni e agganciando le retribuzioni non all'inflazione ma alla produttività del sistema.
Lo ripeto: non c'è altra via. Da questo punto di vista è stato un gravissimo errore quello del centrodestra di non aver risposto positivamente all'invito di Veltroni, ancora rinnovato in questi ultimi giorni, di render possibile da subito un accordo bipartisan sull'attuazione di provvedimenti di detassazione dei salari dei lavoratori dipendenti. Avremmo guadagnato mesi preziosi, riconciliato imprenditori e sindacati, diminuito la distanza tra società e istituzioni. Forze politiche che avessero a cuore gli interessi del paese avrebbero accettato quella proposta. Tanto più sbagliato e odioso appare il rifiuto che è stato opposto e l'egoismo elettorale che l'ha motivato.
Post Scriptum. Una parola sul "protezionismo" sostenuto da Tremonti nelle sue recenti sortite. Molti l'hanno preso sul serio e ne hanno fatt o motivo di polemica mostrandone gli aspetti perversi che avrebbe sull'economia.
Concordo sulla loro perversità ma debbo avvertire che un protezionismo nazionale è del tutto incompatibile con la nostra appartenenza all'Unione europea che è la sede esclusiva per poter decidere se le frontiere debbano restare aperte o invece presidiate da dazi e contingentamenti nei confronti del resto del mondo. Lo stesso Tremonti ne è del resto pienamente consapevole e l'ha scritto nel pamphlet che contiene quell'improvvida proposta.
La sua era dunque soltanto una provocazione, forse un "lanciare la palla in tribuna" per non affrontare argomenti assai più spinosi e realistici d'un protezionismo al di fuori della nostra portata. Poiché l'ex ministro dell'Economia berlusconiana conosce bene i problemi che abbiamo di fronte avrebbe potuto impegnare assai meglio il suo talento e la sua influenza inducendo il leader di Forza Italia ad accettare la proposta di Veltroni. Così pure avrebbe potuto spendersi per far accettare l'altra proposta del Partito democratico di tagliare fin da ora il costo del finanziamento pubblico dei partiti. Due segnali importanti che avrebbero potuto esser dati e che invece sono stati soffocati dall'assordante silenzio di chi parla nei momenti sbagliati e tace in quelli opportuni.
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/euro-alle-stelle/euro-alle-stelle.html
C'È ANCORA molto da dire sulla situazione economica italiana dopo gli ultimi dati dell'Istat, della Banca d'Italia e della "Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica" (Ruef) che sostituisce la vecchia "Trimestrale di cassa". Stando a quest'ultimo documento il nostro debito pubblico alla fine del 2007 era diminuito di 2,5 punti in rapporto al Pil scendendo dal 106,5 al 104. Ben oltre le previsioni dello stesso Padoa-Schioppa.
Non si è riflettuto abbastanza su questo dato. I tanti Soloni (e Catoni) che sdottoreggiano sui mancati tagli della spesa, sulla dissipazione delle risorse e sul cattivo impiego del "tesoretto" tirando la croce addosso al governo Prodi e ai suoi ministri economici, hanno pressoché ignorato la diminuzione del debito sottolineando invece il rallentamento del Pil previsto per il 2008 dall'1,5 allo 0,6 per cento.
Capisco che il dimezzamento di una crescita già fiacca fa più notizia, ma i due fenomeni sono profondamente diversi. Il secondo dipende infatti interamente dall'andamento pessimo della congiuntura internazionale che è fuori dal controllo dei governi nazionali. Il primo invece è opera nostra e riguarda uno degli aspetti più delicati della nostra finanza pubblica.
L'andamento virtuoso del debito ha infatti una sola causa: la diminuzione della spesa corrente e quindi del disavanzo del Tesoro. Nel quinquennio berlusconiano la spesa aumentò di 2,5 punti di Pil, in cifre assolute 35 miliardi di euro. Nel biennio prodiano l'aumento della spesa è stato invece dell'1,4 (inferiore alla crescita del Pil).
Ci si dovrebbe chiedere da che cosa sia stato causato un divario così rilevante tra la maggiore spesa del governo Berlusconi-Tremonti e quella molto minore del governo Prodi-Padoa-Schioppa. Forse il primo ha alleviato i redditi individuali, i salari, le pensioni?
Oppure ha intrapreso una politica di lavori pubblici e di infrastrutture particolarmente consistente? Ha sostenuto i giovani, le famiglie, gli anziani? Non risulta che vi siano stati miglioramenti consistenti in queste voci della spesa sociale. I pochi provvedimenti in favore di quei settori e di quelle categorie sono stati effettuati in gran parte con sgravi fiscali e quindi con minori entrate. Ma la spesa è nel frattempo cresciuta in cifre relative e in cifre assolute. Dove sono andati a finire quei soldi?
In gran parte nella spesa sanitaria, abbandonata a se stessa senza controlli; e poi nei cosiddetti consumi intermedi della pubblica amministrazione, acquisti di beni e servizi che rappresentano quasi la metà della spesa corrente. Lì c'è stata la dilapidazione delle risorse senza alcun beneficio né per la crescita dell'economia né per la riorganizzazione della pubblica amministrazione centrale e locale.
Stupisce che questi processi siano passati quasi inavvertiti dinanzi all'opinione pubblica e ai cosiddetti esperti. Oggi ne abbiamo ufficiale conferma, certificata anche dalle autorità internazionali: la spesa pubblica è tornata sotto controllo mentre la lotta contro l'evasione ha fornito un surplus di entrate di 20 miliardi.
Tra maggiori entrate e minori spese si tratta dunque di 40 miliardi di euro che, pur in mezzo alla tempesta internazionale cominciata dal giugno scorso, hanno fatto diminuire il deficit ereditato dalla precedente legislatura dal 4 all'1,9 per cento, hanno ridotto il debito pubblico di 2,5 punti rispetto al Pil, hanno portato il disavanzo dello Stato al punto più basso degli ultimi nove anni.
* * *
Purtroppo a questi buoni risultati nella pubblica finanza non hanno corrisposto analoghi segnali positivi nell'economia e nel benessere degli italiani. Anzi quel benessere è stato seriamente colpito, le condizioni degli individui e delle famiglie sono decisamente peggiorate, il costo della vita è aumentato, le retribuzioni (salari, stipendi, pensioni) sono sempre più insufficienti costringendo a diminuire i consumi sia in quantità sia in qualità.
L'Istat stima l'inflazione ufficiale intorno al 2,6 per cento ma quella dei generi di largo consumo ad oltre il 5. Particolarmente elevati i prezzi dei cereali, dell'energia, dei trasporti. Insomma l'ossatura del sistema, sia dal lato dei consumi sia da quello degli investimenti.
A che cosa si deve questa situazione di sofferenza e di precarietà economica e sociale? Aggravata da aspettative ancor più negative che si trasformano, come sempre avviene in questi casi, in ulteriori peggioramenti percepiti prima ancora di essere avvenuti?
La risposta è nei fatti: un miliardo di persone, soprattutto nei paesi asiatici, sta gradualmente entrando nel circuito dei consumi di qualità; quattro o cinque governi (India, Cina, Corea, Singapore, Indonesia) stanno investendo massicciamente nella modernizzazione dei rispettivi paesi.
Tutti questi elementi sono fuori dal controllo dei governi nazionali europei, dell'Europa nel suo insieme e perfino degli Stati Uniti d'America. È la nuova domanda a spingere in alto i prezzi dei cereali, del petrolio e dell'energia. Accrescere l'offerta di questi beni non è impossibile, ma procede con rapidità molto minore dell'irruente aumento di domanda dei nuovi consumatori. Per di più l'aumento dell'offerta non avverrà che in presenza di prezzi non inferiori al livello attualmente raggiunto.
Siamo così, in tutto l'Occidente, dinanzi ad un'inflazione importata dall'estero da paesi con sistemi economici diversi dai nostri, livelli retributivi decisamente più bassi, monete inconvertibili, Banche centrali non integrate con quelle occidentali. Da questo punto di vista la politica dei tassi d'interesse (e quindi il valore del cambio estero della moneta europea) attuata ormai da un anno dalla Banca europea è del tutto insensata. Per il rispetto dovuto a una grande istituzione la stampa si è finora astenuta dal prender di mira la Bce; i governi e l'Ecofin hanno fatto altrettanto. Ma ora l'errore e l'inspiegabile tenacia con cui la Banca mantiene un livello dei tassi sempre più squilibrato non può esser sottaciuto. Mantenere il tasso ufficiale dell'euro al 4 per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi bendati verso il disastro.
Questa politica ha già spinto il cambio con il dollaro ad un'altezza insostenibile. Non soltanto con il dollaro ma anche con le altre monete che hanno cambi fissi con quella americana e quindi si svalutano con essa, a cominciare dallo yuan cinese. La conseguenza è quella di render difficilissime le esportazioni dell'Europa verso il resto del mondo, di bloccare il turismo diretto verso i nostri paesi e tra di essi di colpire soprattutto quelli come l'Italia le cui imprese operano principalmente in settori convenzionali con scarso valore aggiunto e bassa produttività.
Il futuro governo che uscirà tra un mese dalle urne dovrà dunque affrontare questi problemi in primissima battuta. L'indipendenza della Bce nella politica dei tassi d'interesse non può e non deve essere intaccata, ma la sua sovranità non si estende al cambio estero. Si tratta di due grandezze strettamente collegate ma che fanno capo ad istituzioni diverse. Perciò una dialettica tra il Consiglio dei ministri europei e la Banca centrale non è soltanto auspicabile ma a questo punto urgente e necessaria.
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I nostri due maggiori partiti che si fronteggiano in questa campagna elettorale dovranno comunque adottare provvedimenti rivolti a sostenere il potere d'acquisto dei ceti medi e inferiori della nostra società. Le tecnicalità sono diverse ma l'intento non può che esser comune: intervenire a sorreggere una domanda di consumi e di investimenti particolarmente calante e un flusso di esportazioni anch'esso in preoccupante ristagno.
Le risorse per finanziare questa strategia sono scarse sicché una politica anticiclica di "deficit spending" è diventata inevitabile. È la sola strada per sollevare il livello di crescita del Pil almeno fino al livello dell'1 per cento dall'attuale previsione dello 0,6. Ma poiché questa politica non potrà attuarsi prima del prossimo mese di maggio e avrà dunque dinanzi a sé soltanto il secondo semestre dell'anno, diventerà necessario adottare misure di impatto immediato sulla realtà economica. Soprattutto bisognerà iniettare nel sistema non solo risorse materiali ma anche fiducia per rovesciare le aspettative dei consumatori e delle imprese.
Si discute tra gli economisti se un'operazione di sostegno della domanda avrà gli effetti desiderati oppure - come in altre occasioni è accaduto - non sarà immobilizzata dai beneficiari in impegni liquidi anziché in un'espansione dell'economia. Ma l'attuale compressione della domanda è arrivata ad un punto tale da rendere impensabile la tesorizzazione della liquidità. Perciò l'effetto desiderato avrà sicuramente luogo.
Al timore che si possa determinare accanto all'inflazione importata un'ulteriore impennata dovuta al rilancio della domanda interna si dovrà rispondere aumentando il livello della libera concorrenza, spingendo avanti le liberalizzazioni e agganciando le retribuzioni non all'inflazione ma alla produttività del sistema.
Lo ripeto: non c'è altra via. Da questo punto di vista è stato un gravissimo errore quello del centrodestra di non aver risposto positivamente all'invito di Veltroni, ancora rinnovato in questi ultimi giorni, di render possibile da subito un accordo bipartisan sull'attuazione di provvedimenti di detassazione dei salari dei lavoratori dipendenti. Avremmo guadagnato mesi preziosi, riconciliato imprenditori e sindacati, diminuito la distanza tra società e istituzioni. Forze politiche che avessero a cuore gli interessi del paese avrebbero accettato quella proposta. Tanto più sbagliato e odioso appare il rifiuto che è stato opposto e l'egoismo elettorale che l'ha motivato.
Post Scriptum. Una parola sul "protezionismo" sostenuto da Tremonti nelle sue recenti sortite. Molti l'hanno preso sul serio e ne hanno fatt o motivo di polemica mostrandone gli aspetti perversi che avrebbe sull'economia.
Concordo sulla loro perversità ma debbo avvertire che un protezionismo nazionale è del tutto incompatibile con la nostra appartenenza all'Unione europea che è la sede esclusiva per poter decidere se le frontiere debbano restare aperte o invece presidiate da dazi e contingentamenti nei confronti del resto del mondo. Lo stesso Tremonti ne è del resto pienamente consapevole e l'ha scritto nel pamphlet che contiene quell'improvvida proposta.
La sua era dunque soltanto una provocazione, forse un "lanciare la palla in tribuna" per non affrontare argomenti assai più spinosi e realistici d'un protezionismo al di fuori della nostra portata. Poiché l'ex ministro dell'Economia berlusconiana conosce bene i problemi che abbiamo di fronte avrebbe potuto impegnare assai meglio il suo talento e la sua influenza inducendo il leader di Forza Italia ad accettare la proposta di Veltroni. Così pure avrebbe potuto spendersi per far accettare l'altra proposta del Partito democratico di tagliare fin da ora il costo del finanziamento pubblico dei partiti. Due segnali importanti che avrebbero potuto esser dati e che invece sono stati soffocati dall'assordante silenzio di chi parla nei momenti sbagliati e tace in quelli opportuni.
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/euro-alle-stelle/euro-alle-stelle.html
Esteban, clandestino per troppa solidarieta'
Le vicende dell'immigrazione in Italia offrono materiale straordinario per l'elaborazione di nuove commedie degli equivoci. Lo scambio di persona e l'errore sull'identità sono qua da noi incentivati a corroborati dall'incrociarsi dei meccanismi delle leggi con alcuni tratti del nostro costume.
Le assunzioni internazionali, per esempio: decine di migliaia di datori di lavoro presentano una domanda di assunzione del loro dipendente facendo finta che ancora risieda nel paese di origine. Se la domanda viene accolta, lo straniero non fa altro che tornare in patria e subito dopo, col timbro fresco sul passaporto, sale sul primo aereo per l'Italia. Dunque, quando comincia a lavorare, è come se prendesse il posto del fantasma di se stesso. Altre volte la domanda di assunzione internazionale serve a formare una famiglia o a salvare un amore. Abbiamo già segnalato il caso di un italiano che, non avendo ancora ottenuto il divorzio e dunque non potendo risposarsi, ha assunto come badante la propria fidanzata serba.
Gli spunti tragicomici sono davvero infiniti. Specie quando la norma incontra le nostre diffidenze verso le leggi e le nostre astuzie. Probabilmente Esteban C., cittadino dell'Ecuador, ci riderebbe sopra se non ci fosse di mezzo il suo futuro. Ma prima di tutto bisogna sapere che il Testo Unico sull'immigrazione elenca una serie di situazioni nelle quali lo straniero non può essere espulso. Una di queste è la sua convivenza con un italiano che sia suo parente entro il quarto grado. Questo caso - attraverso le acquisizioni di cittadinanza e i matrimoni misti - sta diventando sempre più frequente. E, conseguentemente, sono sempre più numerose le richieste di permesso di soggiorno fondate sulla parentela. Tanto numerose che la polizia le vede con crescente sospetto: le verifiche sulla effettività della convivenza sono sempre più minuziose.
Ma Esteban giura che lui con la sorella - diventata cittadina italiana dopo aver sposato un italiano - convive per davvero. E perciò ci è rimasto molto male quando la sua domanda di permesso di soggiorno è stata respinta perché, proprio nel momento in cui la polizia effettuava la verifica, lui non si trovava a casa. Nemmeno la dichiarazione del cognato è stata presa sul serio. "Potete chiedere anche ai vicini", ha detto allora Esteban ai poliziotti. E' rimasto di sale quando ha saputo che i condomini erano stati già sentiti e avevano detto di non conoscerlo.
Poi ha capito. Il fatto è che Estaban è un giovane simpatico, benvoluto da tutti. Parla perfettamente l'italiano, solo con un leggera inflessioni sudamericana. Fa l'idraulico e l'elettricista ed è sempre disponibile. Così i vicini, benché informati del fatto che è un immigrato irregolare, lo chiamano quando c'è qualche lavoro da fare. Arriva Esteban e ripara l'interruttore difettoso o aggiusta il rubinetto.
Quando i poliziotti si sono presentati nel condominio con la sua fotografia, i vicini non hanno pensato che si trattasse di una semplice verifica dell'effettiva residenza di Estaban nel palazzo. Sapendolo "irregolare" - benché fratello e cognato di quella coppia di italiani - hanno ipotizzato che la questura intendesse notificargli un ordine di espulsione o qualcosa del genere. E hanno creduto di fargli un favore affermando di averlo solo visto di sfuggita in occasione delle sue "rare" visite alle sorella e di ignorarne il domicilio.
Ma questa parte della storia Esteban non l'ha scritta nel ricorso che ha presentato al tribunale. Ed è questa la ragione per cui abbiamo cambiato il suo nome e non abbiamo indicato la città dove vive.
(glialtrinoi@repubblica. it)
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/esteban/esteban.html
Le assunzioni internazionali, per esempio: decine di migliaia di datori di lavoro presentano una domanda di assunzione del loro dipendente facendo finta che ancora risieda nel paese di origine. Se la domanda viene accolta, lo straniero non fa altro che tornare in patria e subito dopo, col timbro fresco sul passaporto, sale sul primo aereo per l'Italia. Dunque, quando comincia a lavorare, è come se prendesse il posto del fantasma di se stesso. Altre volte la domanda di assunzione internazionale serve a formare una famiglia o a salvare un amore. Abbiamo già segnalato il caso di un italiano che, non avendo ancora ottenuto il divorzio e dunque non potendo risposarsi, ha assunto come badante la propria fidanzata serba.
Gli spunti tragicomici sono davvero infiniti. Specie quando la norma incontra le nostre diffidenze verso le leggi e le nostre astuzie. Probabilmente Esteban C., cittadino dell'Ecuador, ci riderebbe sopra se non ci fosse di mezzo il suo futuro. Ma prima di tutto bisogna sapere che il Testo Unico sull'immigrazione elenca una serie di situazioni nelle quali lo straniero non può essere espulso. Una di queste è la sua convivenza con un italiano che sia suo parente entro il quarto grado. Questo caso - attraverso le acquisizioni di cittadinanza e i matrimoni misti - sta diventando sempre più frequente. E, conseguentemente, sono sempre più numerose le richieste di permesso di soggiorno fondate sulla parentela. Tanto numerose che la polizia le vede con crescente sospetto: le verifiche sulla effettività della convivenza sono sempre più minuziose.
Ma Esteban giura che lui con la sorella - diventata cittadina italiana dopo aver sposato un italiano - convive per davvero. E perciò ci è rimasto molto male quando la sua domanda di permesso di soggiorno è stata respinta perché, proprio nel momento in cui la polizia effettuava la verifica, lui non si trovava a casa. Nemmeno la dichiarazione del cognato è stata presa sul serio. "Potete chiedere anche ai vicini", ha detto allora Esteban ai poliziotti. E' rimasto di sale quando ha saputo che i condomini erano stati già sentiti e avevano detto di non conoscerlo.
Poi ha capito. Il fatto è che Estaban è un giovane simpatico, benvoluto da tutti. Parla perfettamente l'italiano, solo con un leggera inflessioni sudamericana. Fa l'idraulico e l'elettricista ed è sempre disponibile. Così i vicini, benché informati del fatto che è un immigrato irregolare, lo chiamano quando c'è qualche lavoro da fare. Arriva Esteban e ripara l'interruttore difettoso o aggiusta il rubinetto.
Quando i poliziotti si sono presentati nel condominio con la sua fotografia, i vicini non hanno pensato che si trattasse di una semplice verifica dell'effettiva residenza di Estaban nel palazzo. Sapendolo "irregolare" - benché fratello e cognato di quella coppia di italiani - hanno ipotizzato che la questura intendesse notificargli un ordine di espulsione o qualcosa del genere. E hanno creduto di fargli un favore affermando di averlo solo visto di sfuggita in occasione delle sue "rare" visite alle sorella e di ignorarne il domicilio.
Ma questa parte della storia Esteban non l'ha scritta nel ricorso che ha presentato al tribunale. Ed è questa la ragione per cui abbiamo cambiato il suo nome e non abbiamo indicato la città dove vive.
(glialtrinoi@repubblica. it)
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/esteban/esteban.html
La gogna di Genova per gli aborti proibiti
Reportage/Le donne indagate in rivolta: "Viviamo un dramma e vogliono linciarci"
Le vite delle pazienti del ginecologo suicida raccontano storie diverse
di CONCITA DE GREGORIO
GENOVA - Sì è vero, questa sembra una storia di piani alti. Di ipocrisia e di menzogna: un suicidio per la vergogna, otto imbarazzi da eliminare in fretta e di nascosto, pagando e senza dire niente a casa. Uno scenario di palazzetti ottocenteschi coi capitelli di marmo, di grattacieli e di condomini esclusivi con le grate alle finestre e il citofono che non porta cognomi ma numeri. Suonare al quattro, chiedere del dottore. "Centro polifunzionale" c'è scritto fuori dalla porta dello studio dove si abortiva a Rapallo, undicesimo piano del grattacielo.
Polifunzionale, che vuol dire? Poi però vai a vedere da vicino e l'insegna alla porta è attaccata storta con la colla, l'ascensore è rivestito di formica come le cucine economiche degli anni Cinquanta, il cemento del palazzo è rosso di ruggine che cola, al piano terra c'è la Upim. Un posto sdrucito, un brutto posto. L'altro studio, quello a Genova in centro, sembra austero ma è sciatto: pareti scrostate, scale sporche. Un posto grigio, un palazzo di uffici qualunque.
È tutto così, opaco e difficile da mettere a fuoco: i luoghi e le storie. Si è detto "una faccenda della Genova bene". Signore agiate e annoiate che abortivano a pagamento nello studio del medico famoso, obiettore in pubblico e compiacente in privato, cinquecento o mille euro e via il fastidio. Bovary di provincia tradite da una distrazione dell'amante. Commesse che non volevano avere nausee nell'imminente viaggio alle Maldive. Starlette televisive che eliminano il figlio per partecipare al prossimo show. Ecco di seguito i manifesti del nuovo partito di Giuliano Ferrara, difatti: "Genova, bimbo abortito per un reality show". Ecco lo slogan da affiggere alle pareti dei palazzi del centro e delle cliniche incriminate: "Abort macht frei", l'aborto rende liberi, Genova la nuova Auschwitz.
Genova la capitale dell'aborto clandestino, un suicidio e otto aborti facili da sbandierare in una campagna elettorale che non si fa scrupoli. Del resto il capitano dei Nas che ha avviato le indagini l'ha chiamata "operazione Erode". Era ottobre dell'anno scorso, la moratoria di Ferrara non c'entra: il titolo è stata un'idea sua e non è difficile immaginare cosa abbia pensato Ermanno Rossi il ginecologo quando ha letto l'intestazione del fascicolo. La strage degli innocenti. Erode in questa storia chi è?
La realtà però sa essere più complessa degli slogan. Non ci sono Bovary né commesse in procinto di andare alle Maldive fra le otto donne indagate per aver abortito: tutte entro i 90 giorni ma fuori dall'ospedale pubblico come la legge prevede. Non c'è nemmeno la starlette che doveva andare al reality show. Susanna Torretta era la giovane amica della contessa Agusta, testimone della sua morte nella villa di Portofino. Ha avuto qualche momento di notorietà televisiva, ha partecipato all'Isola dei famosi nel 2003. Oggi vive a Rapallo, è impiegata in una profumeria, ha 37 anni.
"Non è bastato che si sia buttato di sotto il dottore, vogliono che mi ci butti anche io. Questo è un linciaggio ma non ce la faranno. Hanno inseguito mia madre fino dentro al supermercato, ieri sera si è sentita male. I miei nipoti piangono mi chiedono cosa ho fatto. Una pressione micidiale. Il dottor Rossi era il mio ginecologo da 12 anni. Una persona magnifica, mi fidavo ciecamente. Se mi avesse detto prendi l'arsenico per il mal di pancia lo avrei preso. L'ho chiamato sabato per un appuntamento, sono stata sentita dal magistrato perché ero nella sua agenda. Sono anni che non faccio tv e non ho in programma di farne più: è una storia passata. Se quella dei manifesti sono io dico che questa è istigazione al suicidio. Non ho abortito per andare in tv e se qualcuno mi chiede cosa sono andata a fare dal mio ginecologo rispondo che sono fatti miei. Sono a posto con la mia coscienza".
"Tirano fuori la storia della contessa ma io non sono mai stata incriminata per la sua morte, ero una sua amica, non ho avuto niente in eredità. Sono dieci anni che mi mettono alla gogna. Alla domanda se ho abortito o no non rispondo, è vergognoso farla. Però le dico: molte persone non sanno che quel che si può fare in ospedale è vietato in un ambulatorio. Se lei deve fare un'ecografia può aspettare sei mesi in ospedale o andare il giorno dopo da un privato e pagare duecento euro. È una colpa? Oppure è vero che si dovrebbe anche, e non si può, poter andare in ospedale in tempi decenti? Rossi non c'è più. Ha pagato lui. Quelli che strillano sono gente che libera i criminali e lapida le persone per bene".
La seconda donna indagata, la presunta Bovary amante di un uomo sposato, è una ventottenne di Sestri Levante. È andata a Rapallo perché quello era il suo medico. Anche lei non sapeva, dice, che abortire in un centro privato fosse illegittimo. "Col mio ragazzo è finita. Quando ho scoperto di essere incinta non me la sono sentita. Abbiamo rotto molto male, soffro già abbastanza, non credo di dovere spiegare a nessuno. Scusatemi". Rossi non le ha fatto pagare niente, dice. Solo la visita.
La terza è l'assistente del medico. La quarta una donna di 35 anni, impiegata in un'azienda privata, madre di due figli. "Sono stata senza lavorare otto anni, da quando è nato il mio primo figlio finora. Avevo ricominciato da sei mesi con un contratto di collaborazione. Mi hanno detto subito che non me lo avrebbero rinnovato se fossi rimasta incinta. Il mio secondo figlio è piccolo. Non ce la facevo, non ce la faccio a restare un'altra volta senza lavoro. Mio marito mi ha accompagnata dal medico. Era d'accordo". La quinta e la sesta sono le due donne che hanno subito un raschiamento nella clinica delle suore, villa Serena: ufficialmente un raschiamento dopo un aborto spontaneo, le indagini diranno. Delle ultime due donne nulla si sa. C'è il medico, poi. Ermanno Rossi - ginecologo del Gaslini, ospedale cattolico dove non si praticano aborti - lunedì sera dopo aver subito la perquisizione dei Nas è tornato a cena a casa, a Genova. Un condominio rosa in fondo a una strada senza uscita, grate alle finestre e numeri al citofono. Ha pranzato con la moglie, avvocato, e col figlio undicenne. Alle nove è uscito ancora, è tornato allo studio di Rapallo. È salito da solo nell'ascensore di formica, ha aperto la porta con l'insegna storta. Ha mandato un sms alla moglie: "Le chiavi della macchina sono in garage, dentro la borsa rossa quella che non ti piace. Scusa di tutto". Poi ha aperto la finestra dell'undicesimo piano e si è buttato.
Da qui di sotto, nel vicolo, si vedono solo - piccoli come giocattoli - i cassonetti dell'immondizia circondati da una grata. Si è buttato sulla spazzatura. Per cadere dall'undicesimo piano ci vuole molto tempo, quasi dieci secondi. Bisogna contare per capire. Stamani attaccati ai cassonetti ci sono sette mazzi di fiori, tutti bianchi. Un biglietto dice "Grazie Ermanno". Suo cognato, Pietro Tuo, è primario al Gaslini. "Non so se Ermanno fosse obiettore, non ne abbiamo mai parlato. Non ricordo se vent'anni o più fa, per prendere servizio in quell'ospedale, avessimo dovuto firmare un documento. Davvero non ricordo ma non mi pare. Non si pone il problema, al Gaslini le interruzioni non si fanno e basta. Escludo che Ermanno ne facesse in ambulatorio per denaro. Non ne aveva bisogno. So per certo che parlava molto con le sue pazienti e che le aveva a cuore una per una. L'inchiesta dirà quel che deve. D'altra parte, operazione Erode, lei capisce...".
Le donne incriminate, avendo tutte abortito nei termini di legge, rischiano 51 euro di multa. Ermanno Rossi, se fosse vivo, avrebbe dovuto rispondere di un illecito che prevede come pena massima tre anni. Avrebbe forse perso il lavoro al Gaslini, a discrezione della direzione sanitaria. Avrebbe anche dovuto spiegare a suo figlio, prima o poi, chi fosse Erode. Il magistrato che indaga, Sabrina Monteverde, spiega che questo è il filone secondario di un'inchiesta più ampia "sui medici genovesi". Agli aborti si è arrivati per caso, nessuna denuncia del Movimento per la vita: una semplice intercettazione e si è aperto il nuovo fascicolo. E l'inchiesta principale di che tratta? Tangenti, favori, traffici illeciti, cosa? È ancora presto, nessun commento: serve tempo. Nell'ufficio accanto, in Procura, ci sono i fascicoli su Bolzaneto. In quello più in là c'è il magistrato che si occupa della corruzione al porto. Di aborti a Genova nessuno parla volentieri: un tema minore. Giusto il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, aveva denunciato mesi fa la lentezza degli ospedali pubblici e il gran numero di obiettori di coscienza. I due ospedali principali sono della Curia, del resto. Oggi poi è sabato e si va a passeggio in centro, ci si distrae. Nell'antico caffè accanto alla cattedrale una coppia di coniugi discute col barista. "Quel pover'uomo", dice lui. "E poi basterebbe che le donne stessero più attente invece di pensarci dopo", dice lei. Che le donne stessero più attente, e arrivederci che comincia la messa.
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/ginecologo-suicida/gogna-genova/gogna-genova.html
Le vite delle pazienti del ginecologo suicida raccontano storie diverse
di CONCITA DE GREGORIO
GENOVA - Sì è vero, questa sembra una storia di piani alti. Di ipocrisia e di menzogna: un suicidio per la vergogna, otto imbarazzi da eliminare in fretta e di nascosto, pagando e senza dire niente a casa. Uno scenario di palazzetti ottocenteschi coi capitelli di marmo, di grattacieli e di condomini esclusivi con le grate alle finestre e il citofono che non porta cognomi ma numeri. Suonare al quattro, chiedere del dottore. "Centro polifunzionale" c'è scritto fuori dalla porta dello studio dove si abortiva a Rapallo, undicesimo piano del grattacielo.
Polifunzionale, che vuol dire? Poi però vai a vedere da vicino e l'insegna alla porta è attaccata storta con la colla, l'ascensore è rivestito di formica come le cucine economiche degli anni Cinquanta, il cemento del palazzo è rosso di ruggine che cola, al piano terra c'è la Upim. Un posto sdrucito, un brutto posto. L'altro studio, quello a Genova in centro, sembra austero ma è sciatto: pareti scrostate, scale sporche. Un posto grigio, un palazzo di uffici qualunque.
È tutto così, opaco e difficile da mettere a fuoco: i luoghi e le storie. Si è detto "una faccenda della Genova bene". Signore agiate e annoiate che abortivano a pagamento nello studio del medico famoso, obiettore in pubblico e compiacente in privato, cinquecento o mille euro e via il fastidio. Bovary di provincia tradite da una distrazione dell'amante. Commesse che non volevano avere nausee nell'imminente viaggio alle Maldive. Starlette televisive che eliminano il figlio per partecipare al prossimo show. Ecco di seguito i manifesti del nuovo partito di Giuliano Ferrara, difatti: "Genova, bimbo abortito per un reality show". Ecco lo slogan da affiggere alle pareti dei palazzi del centro e delle cliniche incriminate: "Abort macht frei", l'aborto rende liberi, Genova la nuova Auschwitz.
Genova la capitale dell'aborto clandestino, un suicidio e otto aborti facili da sbandierare in una campagna elettorale che non si fa scrupoli. Del resto il capitano dei Nas che ha avviato le indagini l'ha chiamata "operazione Erode". Era ottobre dell'anno scorso, la moratoria di Ferrara non c'entra: il titolo è stata un'idea sua e non è difficile immaginare cosa abbia pensato Ermanno Rossi il ginecologo quando ha letto l'intestazione del fascicolo. La strage degli innocenti. Erode in questa storia chi è?
La realtà però sa essere più complessa degli slogan. Non ci sono Bovary né commesse in procinto di andare alle Maldive fra le otto donne indagate per aver abortito: tutte entro i 90 giorni ma fuori dall'ospedale pubblico come la legge prevede. Non c'è nemmeno la starlette che doveva andare al reality show. Susanna Torretta era la giovane amica della contessa Agusta, testimone della sua morte nella villa di Portofino. Ha avuto qualche momento di notorietà televisiva, ha partecipato all'Isola dei famosi nel 2003. Oggi vive a Rapallo, è impiegata in una profumeria, ha 37 anni.
"Non è bastato che si sia buttato di sotto il dottore, vogliono che mi ci butti anche io. Questo è un linciaggio ma non ce la faranno. Hanno inseguito mia madre fino dentro al supermercato, ieri sera si è sentita male. I miei nipoti piangono mi chiedono cosa ho fatto. Una pressione micidiale. Il dottor Rossi era il mio ginecologo da 12 anni. Una persona magnifica, mi fidavo ciecamente. Se mi avesse detto prendi l'arsenico per il mal di pancia lo avrei preso. L'ho chiamato sabato per un appuntamento, sono stata sentita dal magistrato perché ero nella sua agenda. Sono anni che non faccio tv e non ho in programma di farne più: è una storia passata. Se quella dei manifesti sono io dico che questa è istigazione al suicidio. Non ho abortito per andare in tv e se qualcuno mi chiede cosa sono andata a fare dal mio ginecologo rispondo che sono fatti miei. Sono a posto con la mia coscienza".
"Tirano fuori la storia della contessa ma io non sono mai stata incriminata per la sua morte, ero una sua amica, non ho avuto niente in eredità. Sono dieci anni che mi mettono alla gogna. Alla domanda se ho abortito o no non rispondo, è vergognoso farla. Però le dico: molte persone non sanno che quel che si può fare in ospedale è vietato in un ambulatorio. Se lei deve fare un'ecografia può aspettare sei mesi in ospedale o andare il giorno dopo da un privato e pagare duecento euro. È una colpa? Oppure è vero che si dovrebbe anche, e non si può, poter andare in ospedale in tempi decenti? Rossi non c'è più. Ha pagato lui. Quelli che strillano sono gente che libera i criminali e lapida le persone per bene".
La seconda donna indagata, la presunta Bovary amante di un uomo sposato, è una ventottenne di Sestri Levante. È andata a Rapallo perché quello era il suo medico. Anche lei non sapeva, dice, che abortire in un centro privato fosse illegittimo. "Col mio ragazzo è finita. Quando ho scoperto di essere incinta non me la sono sentita. Abbiamo rotto molto male, soffro già abbastanza, non credo di dovere spiegare a nessuno. Scusatemi". Rossi non le ha fatto pagare niente, dice. Solo la visita.
La terza è l'assistente del medico. La quarta una donna di 35 anni, impiegata in un'azienda privata, madre di due figli. "Sono stata senza lavorare otto anni, da quando è nato il mio primo figlio finora. Avevo ricominciato da sei mesi con un contratto di collaborazione. Mi hanno detto subito che non me lo avrebbero rinnovato se fossi rimasta incinta. Il mio secondo figlio è piccolo. Non ce la facevo, non ce la faccio a restare un'altra volta senza lavoro. Mio marito mi ha accompagnata dal medico. Era d'accordo". La quinta e la sesta sono le due donne che hanno subito un raschiamento nella clinica delle suore, villa Serena: ufficialmente un raschiamento dopo un aborto spontaneo, le indagini diranno. Delle ultime due donne nulla si sa. C'è il medico, poi. Ermanno Rossi - ginecologo del Gaslini, ospedale cattolico dove non si praticano aborti - lunedì sera dopo aver subito la perquisizione dei Nas è tornato a cena a casa, a Genova. Un condominio rosa in fondo a una strada senza uscita, grate alle finestre e numeri al citofono. Ha pranzato con la moglie, avvocato, e col figlio undicenne. Alle nove è uscito ancora, è tornato allo studio di Rapallo. È salito da solo nell'ascensore di formica, ha aperto la porta con l'insegna storta. Ha mandato un sms alla moglie: "Le chiavi della macchina sono in garage, dentro la borsa rossa quella che non ti piace. Scusa di tutto". Poi ha aperto la finestra dell'undicesimo piano e si è buttato.
Da qui di sotto, nel vicolo, si vedono solo - piccoli come giocattoli - i cassonetti dell'immondizia circondati da una grata. Si è buttato sulla spazzatura. Per cadere dall'undicesimo piano ci vuole molto tempo, quasi dieci secondi. Bisogna contare per capire. Stamani attaccati ai cassonetti ci sono sette mazzi di fiori, tutti bianchi. Un biglietto dice "Grazie Ermanno". Suo cognato, Pietro Tuo, è primario al Gaslini. "Non so se Ermanno fosse obiettore, non ne abbiamo mai parlato. Non ricordo se vent'anni o più fa, per prendere servizio in quell'ospedale, avessimo dovuto firmare un documento. Davvero non ricordo ma non mi pare. Non si pone il problema, al Gaslini le interruzioni non si fanno e basta. Escludo che Ermanno ne facesse in ambulatorio per denaro. Non ne aveva bisogno. So per certo che parlava molto con le sue pazienti e che le aveva a cuore una per una. L'inchiesta dirà quel che deve. D'altra parte, operazione Erode, lei capisce...".
Le donne incriminate, avendo tutte abortito nei termini di legge, rischiano 51 euro di multa. Ermanno Rossi, se fosse vivo, avrebbe dovuto rispondere di un illecito che prevede come pena massima tre anni. Avrebbe forse perso il lavoro al Gaslini, a discrezione della direzione sanitaria. Avrebbe anche dovuto spiegare a suo figlio, prima o poi, chi fosse Erode. Il magistrato che indaga, Sabrina Monteverde, spiega che questo è il filone secondario di un'inchiesta più ampia "sui medici genovesi". Agli aborti si è arrivati per caso, nessuna denuncia del Movimento per la vita: una semplice intercettazione e si è aperto il nuovo fascicolo. E l'inchiesta principale di che tratta? Tangenti, favori, traffici illeciti, cosa? È ancora presto, nessun commento: serve tempo. Nell'ufficio accanto, in Procura, ci sono i fascicoli su Bolzaneto. In quello più in là c'è il magistrato che si occupa della corruzione al porto. Di aborti a Genova nessuno parla volentieri: un tema minore. Giusto il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, aveva denunciato mesi fa la lentezza degli ospedali pubblici e il gran numero di obiettori di coscienza. I due ospedali principali sono della Curia, del resto. Oggi poi è sabato e si va a passeggio in centro, ci si distrae. Nell'antico caffè accanto alla cattedrale una coppia di coniugi discute col barista. "Quel pover'uomo", dice lui. "E poi basterebbe che le donne stessero più attente invece di pensarci dopo", dice lei. Che le donne stessero più attente, e arrivederci che comincia la messa.
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/ginecologo-suicida/gogna-genova/gogna-genova.html
COME UN'ILLUSIONE
Thursday, March 13, 2008
Tibet, esplode la rivolta buddista
Dieci anni dopo le ultime repressioni la follaamaranto sfida nuovamente il regime
Tibet, esplode la rivolta buddistala polizia arresta settanta monaci
di RAIMONDO BULTRINI
Tibet, esplode la rivolta buddistala polizia arresta settanta monaci"
DHARAMSALA - Dopo i monaci buddisti birmani è la volta dei loro compagni di fede del Tibet. Per la prima volta a distanza di dieci anni dalle repressioni cinesi dell'88 e '89, l'esercito in amaranto dei grandi monasteri di Lhasa è sceso in strada in occasione del 49esimo anniversario della fallita rivolta contro l'occupazione delle truppe di Pechino. Tra i 3 e i 400 religiosi, usciti da due dei più grandi complessi di studio e preghiera attorno alla capitale tibetana, hanno sfilato in corteo chiedendo il rilascio di un gruppo di religiosi e laici arrestati a ottobre con l'accusa di aver inneggiato alla consegna della medaglia d'oro del Congresso americano al Dalai Lama, e per chiedere il ritorno in Tibet del loro leader spirituale esule nella città di Dharamsala, in India.
In una serie di contraddittorie dichiarazioni, diverse autorità cinesi hanno prima smentito poi ammesso di aver effettuato degli arresti. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri "qualche monaco ignorante di Lhasa, sostenuto da un manipolo di persone, ha commesso delle illegalità con l'intenzione di sfidare la stabilità sociale, e sarà punite secondo la legge". Per minimizzare ulteriormente, il capo del governo tibetano Champa Phuntsok ha detto che "non è davvero successo niente, ogni cosa è a posto".
Ma Radio Free Asia cita fonti locali che parlano di oltre 70 arresti, alcuni dei quali effettuati in pieno centro di Lhasa, nell'affollata area del Barkhor dove pellegrini da tutto il Tibet giungono prostrandosi di fronte alle enormi immagini dei Buddha custodite nel tempio Jockang. Tra questi anche un lama "reincarnato" e diversi altri cittadini dei quali i siti web del dissenso hanno diffuso nomi e cognomi.
Notizie di proteste sono giunte anche dalla remota regione dell'Amdo, dove numerosi cittadini avrebbero boicottato una funzione ufficiale nel distretto di Mangra e gridato alla Lunga vita del Dalai lama, originario di queste montagne.
Il vento della rivolta, che secondo i tibetani esuli di Dharamsala soffierà fino ai Giochi Olimpici, è partito lunedì dal monastero di Drepung, la più grande delle istituzioni religiose a pochi chilometri dalla capitale del Tibet. Costruito come una cittadella con centinaia di edifici, un tempo ospitava oltre settemila monaci. Oggi sono meno della metà e i più ribelli vengono costretti a seguire corsi di "rieducazione" politica. Oltre trecento di loro hanno tentato di marciare verso il leggendario Palazzo Potala, ex dimora del Dio Re, ma sono stati bloccati a arrestati in massa. In misura minore anche i monaci di Sera sono riusciti a uscire dal perimetro del monastero, e alcuni hanno raggiunto i manifestanti del Barkhor, prima di venire fermati e - alcuni di loro - arrestati. Secondo i siti del dissenso, da lunedì pomeriggio tutti i più grandi centri religiosi sono stati circondati dalla polizia, nel timore che questi inediti e rischiosi focolai di ribellione possano prendere piede su tutto l'altipiano occupato 60 anni fa dalle truppe dell'esercito popolare. In realtà la prospettiva delle Olimpiadi aperte ai mass media di tutto il mondo sembrano aver offerto ai tibetani dentro e fuori dal paese un'occasione unica, come non si presentava da anni. Oltre alle proteste di Katmandu - durante le quali oltre 150 monaci e civili sono stati feriti dalla polizia - continua nonostante il divieto delle forze dell'ordine la marcia di un centinaio di tibetani esuli partiti lunedì da Dharamsala con l'intenzione di attraversare il confine del Tibet cinese alla vigilia dei Giochi in agosto.
(12 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/cina-diritti/tibet-proteste/tibet-proteste.html
Tibet, esplode la rivolta buddistala polizia arresta settanta monaci
di RAIMONDO BULTRINI
Tibet, esplode la rivolta buddistala polizia arresta settanta monaci"
DHARAMSALA - Dopo i monaci buddisti birmani è la volta dei loro compagni di fede del Tibet. Per la prima volta a distanza di dieci anni dalle repressioni cinesi dell'88 e '89, l'esercito in amaranto dei grandi monasteri di Lhasa è sceso in strada in occasione del 49esimo anniversario della fallita rivolta contro l'occupazione delle truppe di Pechino. Tra i 3 e i 400 religiosi, usciti da due dei più grandi complessi di studio e preghiera attorno alla capitale tibetana, hanno sfilato in corteo chiedendo il rilascio di un gruppo di religiosi e laici arrestati a ottobre con l'accusa di aver inneggiato alla consegna della medaglia d'oro del Congresso americano al Dalai Lama, e per chiedere il ritorno in Tibet del loro leader spirituale esule nella città di Dharamsala, in India.
In una serie di contraddittorie dichiarazioni, diverse autorità cinesi hanno prima smentito poi ammesso di aver effettuato degli arresti. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri "qualche monaco ignorante di Lhasa, sostenuto da un manipolo di persone, ha commesso delle illegalità con l'intenzione di sfidare la stabilità sociale, e sarà punite secondo la legge". Per minimizzare ulteriormente, il capo del governo tibetano Champa Phuntsok ha detto che "non è davvero successo niente, ogni cosa è a posto".
Ma Radio Free Asia cita fonti locali che parlano di oltre 70 arresti, alcuni dei quali effettuati in pieno centro di Lhasa, nell'affollata area del Barkhor dove pellegrini da tutto il Tibet giungono prostrandosi di fronte alle enormi immagini dei Buddha custodite nel tempio Jockang. Tra questi anche un lama "reincarnato" e diversi altri cittadini dei quali i siti web del dissenso hanno diffuso nomi e cognomi.
Notizie di proteste sono giunte anche dalla remota regione dell'Amdo, dove numerosi cittadini avrebbero boicottato una funzione ufficiale nel distretto di Mangra e gridato alla Lunga vita del Dalai lama, originario di queste montagne.
Il vento della rivolta, che secondo i tibetani esuli di Dharamsala soffierà fino ai Giochi Olimpici, è partito lunedì dal monastero di Drepung, la più grande delle istituzioni religiose a pochi chilometri dalla capitale del Tibet. Costruito come una cittadella con centinaia di edifici, un tempo ospitava oltre settemila monaci. Oggi sono meno della metà e i più ribelli vengono costretti a seguire corsi di "rieducazione" politica. Oltre trecento di loro hanno tentato di marciare verso il leggendario Palazzo Potala, ex dimora del Dio Re, ma sono stati bloccati a arrestati in massa. In misura minore anche i monaci di Sera sono riusciti a uscire dal perimetro del monastero, e alcuni hanno raggiunto i manifestanti del Barkhor, prima di venire fermati e - alcuni di loro - arrestati. Secondo i siti del dissenso, da lunedì pomeriggio tutti i più grandi centri religiosi sono stati circondati dalla polizia, nel timore che questi inediti e rischiosi focolai di ribellione possano prendere piede su tutto l'altipiano occupato 60 anni fa dalle truppe dell'esercito popolare. In realtà la prospettiva delle Olimpiadi aperte ai mass media di tutto il mondo sembrano aver offerto ai tibetani dentro e fuori dal paese un'occasione unica, come non si presentava da anni. Oltre alle proteste di Katmandu - durante le quali oltre 150 monaci e civili sono stati feriti dalla polizia - continua nonostante il divieto delle forze dell'ordine la marcia di un centinaio di tibetani esuli partiti lunedì da Dharamsala con l'intenzione di attraversare il confine del Tibet cinese alla vigilia dei Giochi in agosto.
(12 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/cina-diritti/tibet-proteste/tibet-proteste.html
Lavoro precario...
da http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/operaio-suicida/operaio-suicida/operaio-suicida.html di MAURIZIO CROSETTI
(...)
Perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo. Lì stava Luigi da quattro anni, con i suoi 39 già addosso e la paura di non uscire mai più dal precariato. Per assurdo, la mazzata finale è giunta proprio dall'illusione di esserne fuori.
(...)
Così lui ha scelto l'albero in un bosco vicino a casa, ha preso la corda ma prima la carta e la penna. Tre lettere. Ai genitori ha chiesto perdono. Alla moglie Barbara ha scritto: "In questo tipo di vita serve una forza che io non ho. Non lo dico per giustificarmi, ma perché tutti possiate perdonarmi. Ho valutato le conseguenze del mio gesto ma non ce la faccio, ho perso lavoro e dignità". L'ultima lettera, per i due figli piccoli. "Non mi giudicate e comportatevi bene. Trattate bene la mamma e conservate di me la parte buona che vi ho lasciato".
(13 marzo 2008)
(...)
Perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo. Lì stava Luigi da quattro anni, con i suoi 39 già addosso e la paura di non uscire mai più dal precariato. Per assurdo, la mazzata finale è giunta proprio dall'illusione di esserne fuori.
(...)
Così lui ha scelto l'albero in un bosco vicino a casa, ha preso la corda ma prima la carta e la penna. Tre lettere. Ai genitori ha chiesto perdono. Alla moglie Barbara ha scritto: "In questo tipo di vita serve una forza che io non ho. Non lo dico per giustificarmi, ma perché tutti possiate perdonarmi. Ho valutato le conseguenze del mio gesto ma non ce la faccio, ho perso lavoro e dignità". L'ultima lettera, per i due figli piccoli. "Non mi giudicate e comportatevi bene. Trattate bene la mamma e conservate di me la parte buona che vi ho lasciato".
(13 marzo 2008)
Tuesday, March 11, 2008
En attendant Godot...
portatori-moto-auto-autopubblicita’,
in un crescendo verso la modernita’...
(lo so che le foto non si dovrebbero spiegare...ma ci tenevo...)
Il costo del pellegrinaggio...
MAHALAXMI TEMPLE
Il cammino verso la moschea
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