Thursday, April 17, 2008

...e vogliamo parlare di politica?!...

in tutto questo, da domenica sera nell'internet caffè di Kol, e poi lunedì pomeriggio dall'internet di fiducia fuori dal campus, e poi stamattina/primo pomeriggio ho seguito a spizzichi e bocconi il delineamento del disastro elettorale italiano...

...ero attonita...

ieri sera mi facevo raccontare un po' al telefono da mia mamma che aria si respirava...ancora non riesco a darmi pace al pensiero che potenzialmente la metà degli italiani che mi capiterà di incontrare hanno votato centro destra (o peggio lega...) e di fatto deciso di mettere il governo nelle mani di Berlusconi...ma come c$&(“°#çzo è possibile, mi chiedo io...

stamattina ho letto qlch articolo (ché il computer era estremamente restio ad aprirli, non so perché...), ho letto e riflettuto sulle mails dei miei amici farafini (nel pomeriggio ho persino chiamato S., che sembra senz'altro quella più provata dalla situazione...), ho scritto qualche mail, chattato sull'argomento con M. e brevemente con C....

volevo rispondere alla mailing list farafina, scrivere un post...alla fine ho rimandato fino a stasera...sulle note della musica senegalese ricevuta con gratitudine da faraVa...una delle nostre preoccupazioni sono le politiche sull'immigrazione che questo governo (e, speriamo di no, il comune di Roma...) potrebbero decidere di implementare...

la mail di faraFa mi ha fatto molto riflettere sugli scarsi consensi raccolti dalla sinistra arcobaleno...anche se in realtà mi è capitato di parlare con vari familiari e amici stanchi del modo di fare politica della 'sinistra radicale'...non so, io avrei avuto seri problemi a votare...è che l'esperimento Pd non mi è piaciuto proprio...io vorrei una sinistra laica e forte nel mio paese...e sinceramente sono rimasta sconcertata dai risultati della sinistra radicale...magari molti non ne hanno condiviso le posizioni e molti altri, magari, hanno preferito non disperdere il voto, chissà...sta di fatto che il crollo è evidente e per me preoccupante...e poi probabilmente i risultati elettorali hanno dato ragione alla mossa di creare il Pd, con il risultato attuale di avere un parlamento fatto di 6 partiti soltanto che dovrebbero garantire una maggiore governabilità

ovviamente più sconvolgente il vasto consenso per il centro destra...

ma il punto di questo post in realtà voleva essere quello di condividere un barlume di speranza che è emerso in me mentre riflettevo sulla situazione...
piccola digressione: tra Delhi e Calcutta ho avuto modo di incontrare dei giovani studenti/ricercatori e attivisti...quelli di Delhi sono impegnati in vari fronti politici e sociali, sono preparati, determinati, organizzati...davvero, spero di incontrarli di nuovo e capire meglio...il West Bengol è l'unico stato in India in cui c'è un governo 'comunista' da più di trent'anni...mi sembra che sia più difficile, per gente di 'sinistra', essere critici...significa mettersi contro un governo che in qualche modo ti rappresenta...
a Kolkata ho incontrato di nuovo un giovane ricercatore della Guyana che è in India da qualche anno. ci siamo ritrovati a parlare di quanto sia importante impegnarsi nel proprio paese per ciò in cui si crede...probabilmente avendo entrambi in mente i ragazzi indiani di cui sopra...
fine della digressione...
tutto questo per cercare di spiegare che forse quello che spero è che il Pd che dovrebbe essere questa compatta forza di opposizione faccia bene il suo lavoro in Parlamento, e soprattutto che tutti quelli che sono rimasti sconvolti dalla vittoria del centro destra – inclusi quelli che per primi e direttamente sono scesi in campo formando piccole liste civiche – trovino la forza per impegnarsi in questi anni a essere vigili e informati e a cercare di informare e sensibilizzare altri, in modo coeso, se possibile...la speranza è che siamo attenti a ogni mossa di questo governo e che siamo capaci di movimentarci e far sentire l'opinione della piazza, se necessario, in caso di attacchi a diritti che riteniamo intoccabili per il nostro paese, da parte di qualsiasi governo...(e questo, ovviamente, non per negare la legittimità di un'istituzione regolarmente eletta, ci mancherebbe...)
bo...non so se quello che ho scritto ha senso...ma domani posto ugualmente...

'notte

Back in Mumbai

...dovevo saperlo che la buona stella che mi aveva accolto al mio primo arrivo a Mumbai – con stanza prenotata in una guest house del campus e successivo trasferimento nello sfacciatamente economico, per me, ostello per studentesse – mi avrebbe voltato le spalle prima o poi...
...così prima lunedì mattina, appena arrivata da Kolkata dopo una notte insonne, ho scoperto che l'hotel in cui pensavo di appoggiarmi era carissimo, quindi ho passato la notte (a farmi mangiare dalle zanzare) ospite di P. che tanto è rimasta tutta la notte sveglia a studiare in camera di M.; e poi, ieri mattina sono stata rimpallata da un posto all'altro e per ora di pranzo l'unica opzione sembrava una stanza nel campus che costa il doppio del già caro hotel di cui sopra...le mie amichette indiane troppo prese dai loro esami per preoccuparsi di me...
così ho fatto ricorso alle italian connections...: ho chiamato Mo., conosciuta a Kolkata, che mi ha dato il numero di Pa. che mi ha fatto chiamare da Iv...la catena ha funzionato e si è materializzata un'offerta di ospitalità!
nel frattempo nella canteen dell'ostello viene pranzo La., conosciuta la sera prima nel solito negozietto di fiducia appena fuori dal campus...è incredibile come non ci fossimo incontrate per tre settimane e poi due giorni di seguito! tra l'altro le avevo detto che l'avrei cercata nel suo dipartimento ma con la mattinatina che avevo avuto...
insomma, per farla corta mi offre ospitalità per la notte, dopo una cena con altre due amiche! e dopo pranzo siamo andate a casa sua, dove ho conosciuto una delle commensali serali e coinquilina, Em.
ovviamente il mio umore, che aveva avuto una precipitazione all'ora di pranzo, quando mi veniva solo da piangere dal nervoso, si era risollevato alla grande!
tra l'altro in serata P. e M. hanno insistito perché stessi con loro in questi giorni perché tanto loro sono sempre in una stanza a studiare e l'altra rimane libera! che care, no?!
oggi pomeriggio alla fine Iv. mi ha chiamato spiegandomi i problemi di spazio nella nuova casa ma comunque dandomi il numero di una persona che poteva aiutarmi a trovare qualcosa e comunque offrendomi la casa nuova per la notte...è incredibile quanto lui e Pa. siano stati infinitamente gentili senza conoscermi nemmeno...
alla fine di tutto questo smovimento di mari e monti...eccomi qui nel mio ostello per studentesse...nella speranza, ora, di poter aver la stanza di El., altra amica di La. e Em. ...domani si vedrà...

ah! La. è stata carinissima, davvero...e Em. e El. sono piacevoli e simpatiche!...ma La. fa capoeira e mi sa che stavolta ce la faccio a iniziare anch'io!...

a yoga alla fine ancora non sono tornata...non sapevo e non so ancora che ritmi avrei avuto e non me la sono sentita di cominciare qualcosa che non so se posso portare avanti...ho trovato anche un altro corso, pomeriggio e qui vicino...volevo provare, ma idem come sopra...

comunque, la morale è che davvero nei momenti di crisi bisogna avere fiducia e mantenere il sangue freddo ed essere aperti a evoluzioni positive addirittura oltre ogni più rosea aspettativa...

(16.04.08)

Sunday, April 13, 2008

...fortunato chi puo' andare...

MUSICA: CELESTINI DOMANI A "THE PLACE" IN WEB STREAMING
Ascanio Celestini sara' in concerto al "Place" di Roma domani 14 aprile a partire dalle 22,45. Il live di Celestini, che presentera' gran parte dell'album "Parole sante", sara' trasmesso in streaming su www.theplace.it. Ad aprire il disco e la serata al "Place", sara' "Rivoluzione", cio' che sarebbe potuto essere, ma non e' stato. Un brano molto cantautorale proprio come "Noi siamo gli asini" che ricorda molto Fabrizio De Andre'. A seguire "Il popolo e' un bambino", che ritorna ben 4 volte nel disco e, recitato da Ascanio Celestini, evidenzia come il popolo puo' essere manipolato dalla politica, dai mezzi di informazione. Seguira' il brano "Cadaveri vivi". Una delle caratteristiche di Ascanio Celestini e' il sapersi distinguere per la sua liberta' di espressione. Un esempio e' la rabbia presente in "Poveri Partigiani": "Poveri nomi e cognomi dei caduti di tutte le guerre, che stanno sempre sulla bocca degli onorevoli politici la loro lingua e' un Camposanto dove resuscitano ogni tanto". Cantera' anche la magnifica "La morte del disertore". Il risultato rispecchia sia l'attore-autore Ascanio Celestini, sia la societa' in cui viviamo. Con Ascanio Celestini sul palco, Roberto Boarini (violoncello), Gianluca Casadei (fisarmonica), Matteo D'Agostino (chitarra) e Andrea Pesce (suono).

Youness, il "terrorista" col visto del consolato

Se Youness Zarli fosse veramente un terrorista, avremmo rischiato grosso. Fortunatamente, per quanto fino a ora è stato accertato, non sembra esserlo. Lo ha escluso persino la magistratura del suo paese, il Marocco, che davanti a sospetti del genere non va molto per il sottile. Ma Youness Zarli è ormai marchiato indelebilmente dal "decreto Pisanu" e in ogni caso non può rientrare in Italia. Non conta né l'assoluzione, né il fatto che abbia sposato una donna italiana e stia per diventare padre.

Youness Zarli, 27 anni, giunse in Italia, nella provincia di Bergamo, nel 1997, quando era ancora minorenne. Fino a tre anni e mezzo fa ha condotto una vita normale: permesso di soggiorno, nessun problema con la giustizia, il fidanzamento con Jessica, la sua attuale moglie, e anche la soddisfazione di conquistare, con la "Boxe Bergamo" il titolo di campione italiano di light contact. Questo qualche mese prima del 3 dicembre del 2005.

Quel giorno Youness Zarli riceve a casa una visita degli agenti della Digos che lo portano in questura e, dopo quarantotto ore, lo sistemano su un aereo per Casablanca. Il decreto di espulsione gli attribuisce un "consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo islamico".

La frase citata è un frammento di una formula un po' più lunga che, sempre identica, viene utilizzata in casi di questo genere. Il "decreto Pisanu" fu emanato nel 2005 dopo gli attentati di Londra e appartiene alla categoria di quelle norme antiterrorismo che, in nome delle esigenze di sicurezza, sacrificano in tutto o in parte i diritti della persona. L'idea di base è che, davanti a un grave pericolo, alcune garanzie possono anche essere accantonate. Il fondamento della norma è dunque l'efficacia della prevenzione. Se esiste un sospetto, è opportuno intervenire. Nel caso di Youness Zarli, il sospetto - mai menzionato nel provvedimento di espulsione - nasceva dal coinvolgimento di uno dei suoi fratelli in un'inchiesta su attentati compiuti in Marocco dai fondamentalisti islamici.

Alcune settimane fa abbiamo ricordato che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per le espulsioni in paesi che utilizzano verso i detenuti la tortura o trattamenti inumani o degradanti. Youness Zarli quei "trattamenti" li ha subiti. Appena è sceso dall'aereo è stato arrestato dalla polizia marocchina, duramente interrogato per due settimane e quindi trasferito in un carcere speciale. L'assoluzione è arrivata il 29 novembre del 2006, dopo quasi un anno di reclusione, e alla fine di un processo che era stato istruito soprattutto sulla base dei sospetti della nostra polizia.

Una volta tornato in libertà, Youness Zarli, che intanto era stato raggiunto dalla fidanzata Jessica, si è presentato al consolato italiano di Casablanca, si è sposato con la nostra connazionale e ha chiesto e ottenuto un "visto per ricongiungimento familiare". Quindi, assieme alla moglie, è tornato in Italia e si è presentato alla questura di Bergamo per chiedere il permesso di soggiorno.

Mai l'avesse fatto. Il giorno dopo era nuovamente sull'aereo per Casablanca. Infatti, essendo stato espulso, non avrebbe potuto tornare in Italia. Non lo sapeva. Era convinto che l'assoluzione in Marocco avesse annullato gli effetti della decisione italiana. Il fatto è che non lo sapeva nemmeno il nostro consolato che dunque - stando nella logica del decreto Pisanu - ha rilasciato il visto a un presunto terrorista. A quanto pare c'è un problema di coordinamento tra le varie amministrazioni. Il risultato è che la norma antiterrorismo diventa, nello stesso tempo, inefficace e vessatoria.

Non è finita. Perché nel novembre scorso, Youness Zarli, quando ha saputo della gravidanza della moglie, ha deciso di infischiarsene dell'espulsione e di tornare in Italia. E, incredibilmente, ha potuto farlo nel più semplice dei modi: imbarcandosi su un aereo e mostrando alla frontiera il suo passaporto. Non gli era stato ritirato. E inoltre, con tutta probabilità, il suo status non era stato registrato negli archivi del sistema Schengen. La polizia si è accorta del rientro quando Youness Zarli era nuovamente a Bergamo. L'ha fermato ancora una volta e l'ha espulso di nuovo. Perché il sospetto terrorista era, come al solito, a casa con la moglie.
(glialtrinoi@repubblica.it)

(13 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/youness-zarli/youness-zarli.html

blog interessante

http://netmonitor.blogautore.repubblica.it/

Carmen Chacon, nuova ministra della difesa spagnola - incinta ...a quando in Italia?!...

Zapatero, dopo il giuramento al re Juan Carlos, annuncia il nuovo esecutivo
Il ministero della Difesa sarà assegnato da Carme Chacon, 37 anni, incinta
Spagna, ecco il governo Zapatero
Nove donne e otto uomini

MADRID - Il nuovo governo socialista spagnolo schiera più donne ministro che uomini: 9 a 8. Dopo aver giurato per il secondo mandato davanti a re Juan Carlos, il premier Jose Luis Rodriguez Zapatero ha presentato il suo esecutivo. E per la prima volta nella storia politica della Spagna le donne sono più numerose degli uomini.

Oltre ad essere in maggioranza, alle donne è andato anche il ministero della Difesa, che verrà assegnato a Carme Chacon, 37 anni. La donna, che aspetta un figlio, è una delle figure in ascesa all'interno del Partito Socialista. Diversi dei membri chiave del precedente governo resteranno al loro posto, come il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, il ministro dell'Economia Pedro Solbes e quello degli Interni Alfredo Perez Rubalcaba.

Sono cinque i ministri nuovi e quattro quelli non confermati, come il dicastero del Lavoro, Jesus Caldera. Fra le novità, il Ministero dell'Uguaglianza affidato a Bibiana Aido, 31 anni, il ministro più giovane
della democrazia spagnola e quello delle Scienze e dell'Innovazione, ruolo che sarà di Cristina Garmendia, 45 anni.

(12 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/spagna-zapatero/spagna-zapatero/spagna-zapatero.html

IL CASO / La stampa straniera

Il solito melodramma
di VITTORIO ZUCCONI

Tra il "comic book" e il melodramma, come la sceneggiatura di un brutto film che rimastica se stesso senza mai arrivare a un finale, queste elezioni italiane del 2008 sembrano a chi le guarda da oltre i confini ancor meno comprensibili e ancor più deprimenti di quelle che le hanno precedute. Un personaggio da fumetti, che ripropone 14 anni dopo sempre lo stesso "mix di gaffes, potere mediatico, promesse stravaganti e gigioneria" (Il Times di Londra) duella contro un "Mr. Nice Guy", il signor Gentile, lo "Italy's Obama" come lo aveva battezzato lo stesso quotidiano londinese, che si propone come "tutto ciò che Berlusconi non è", "un unificatore contro un polarizzatore", un possibile campione dei più giovani contro i più vecchi.

E attorno a loro il pulviscolo orbitante di "usual suspects" che fanno, a chi ci vuole ancora bene e di noi si occupa, tristezza, nella concorde profezia internazionale del "declino".

Ci fu, vissuto a Washington, a Londra o a Bruxelles, il tempo teso dei moniti paternalistici lanciati dai tutori americani a votare "bene", vale a dire qualunque partito non fosse comunista. Ci furono poi il tempo dell'angoscia, per la nostra nazione che sembrava sbandare verso la guerriglia, il tempo dello sbalordimento, per un'Italia che in pochi mesi finse di rifondare la Repubblica, il tempo dello stupore per i secessionisti da commedia dialettale con le ampolle di acqua santa del Po, dell'ironica sorpresa per il "tycoon" venuto dal nulla che l'Economist pronunciò seccamente, nel 2001, "unfit to govern", incapace e inadatto a governare. E venne infine questo 2008, il tempo brutto della commiserazione per questa elezione sempre incomprensibile, ma in fondo perfettamente simbolica, scrive il Guardian, di "una nazione che non riesce a sbarazzarsi della propria spazzatura dalle strade delle città e dei rottami dai palazzi del potere".

L'autoannunciato ritorno di "Mr. Berlusconi" non è un evento semplice da capire e spiegare per i media e per il pubblico di grandi nazioni che negli stessi 14 anni dalla sua prima vittoria hanno attraversato le nostre stesse crisi internazionali, ma sono riusciti a cambiare completamente e serenamente la propria dirigenza politica. Quando "l'uomo dei fumetti" assurse alla prima carica esecutiva d'Italia nel 1994, in Francia governavano François Mitterrand e Pierre Beregovoy; in Inghilterra John Major; in Spagna Felipe Gonzalez; in Germania Helmuth Kohl; in Russia Boris Eltsin; in Grecia Costantino Mitsotakis; in Portogallo Cavao Silva; negli Stati Uniti Bill Clinton. Le ruote delle democrazie oltre confine hanno compiuto, in questi tre lustri, rotazioni complete di leader e di personale dirigente. In Italia, ritornano. "Silvio Berlusconi - scrivono in Australia i commentatori della Abc network - si è rifatto la faccia con la plastica, si è rifatto il cuore con il pacemaker, si è rifatto la capigliatura con una sorta di astroturf di erba artificiale" e si prepara, se i sondaggi sono veritieri, a smentire la legge secondo la quale "in politica non ci sono seconde chance dopo le sconfitte, ma ce ne possono essere per lui addirittura una terza o una quarta".

Dagli anni dei governi delle porte girevoli, vige una benevola e sardonica indifferenza per la vita politica italiana, raccontata come un'opera buffa con qualche acuto tragico e largamente irrilevante, per il resto del mondo. Ma questo generale "benign neglect", questa in fondo affettuosa trascuratezza per il melodramma italiana, ha preso, negli anni 2000, una coloritura assai più torva e inquieta. La convergenza di fatti e di simboli, dalla spazzatura di Napoli alla agitazione per l'umile mozzarella, dalla rivelazione dello stato di profonda corruzione sistemica e para mafiosa affiorata con Mani Pulite alla preoccupazione per l'agonia della settima economia mondiale incapace di reagire allo shock dell'11 settembre come altre seppero fare, ha cambiato i toni e strappato gli occhiali affettuosamente paternalistici a chi ci guarda.

Dalle copertine dei grandi settimanali alle inconsuete e irrituali interviste dell'ambasciatore americano uscente, Richard Spogli, sul rischio di declino e di irrilevanza italiana, i giudizi sull'Italia si sono tutti via via incupiti. Anche oltre la tentazione giornalistica del "peggiorismo" che fa notizia, gli occhi che ci guardano da lontano non possono fare a meno di notare, come di nuovo fa un giornale moderato ed editorialmente conservatore quale il Wall Street Journal, la peculiarità di una nazione nella quale "un uomo politico può essere oggetto di almeno una dozzina di inchiesta giudiziarie e imputato in sei processo penali e ancora essere in testa nei sondaggi di popolarità, mentre in altri paesi la sua carriera politica sarebbe stata stroncata".

Se la spazzatura napoletana dilaga sui teleschermi, altrettanto fa sulle pagine dei giornali la storia squallida dei cannoli di Totò Cuffaro, e il New York Times tenta di ridere di fronte allo "endless clowning", alle continue buffonerie del candidato di testa che finge di stramazzare dopo avere addentato una mozzarella alla diossina e "dice qualunque cosa gli passi per la testa, compresa la proposta di sottoporre i magistrati a esami psichiatrici". E ironizza, con molto understatement anglosassone sulle lamentazioni di lui che geme "sotto la croce sempre più pesante del governo che vuole caricarsi in spalla per la terza volta". Il risultato dell'opera buffa, del "clowning", delle promesse, rischia di essere alla fine, almeno "inconcludente", se non "paralizzante". La croce, sembra voler dire il giornale, alla fine non la porta lui, ma noi.

Impossibile, per chiunque sia avvicinato da un conoscente o da un intervistatore straniero, spiegare come sia stato possibile arrivare a una nuova elezione organizzandola con la stessa legge che rese fallimentare la precedente. E che ora "paradossalmente potrebbe rivoltarsi proprio contro Berlusconi che la volle per danneggiare gli avversarsi e che ha rifiutato di modificarla" (New York Times).

Incredibile, per cittadini americani, francesi, inglesi, spagnoli, tedeschi, immaginare che gli italiani abbiano permesso che i due contendenti principali, Berlusconi e Veltroni, non si siano misurati in un confronto diretto, o anche plurimo ma almeno contemporaneo, mentre soltanto fra Barack Obama e Hillary Clinton se ne sono tenuti, se i conteggi sono corretti, ventitré dall'inizio della stagione elettorale, nascondendosi dietro un cavillo leguleio che si sarebbe facilmente superato con la volontà di chi si è sottratto e con la pressione dell'opinione pubblica.

"La politica italiana è sempre stata un teatro dell'assurdo" commentava arrendendosi il New York Times, mentre notava che il duello finale si svolge fra un "baby boomer amante del rock 'n' roll" e "un politico che tenta per la terza volta di rinascere dalle proprie ceneri". Il risultato, secondo il sito di dritte per le scommesse, www.ibetips.com, è scontato. Berlusconi paga appena 20 centesimi per ogni euro puntato e le probabilità di vittoria sono calcolate al 100 per 100. Per i giocatori esteri, altri cinque anni di "endless clowning" ci attendono. Per lui, la croce.

(13 aprile 2008)

...Possiamo?!...

Oggi possiamo
cambiare il Paese
di EUGENIO SCALFARI

SOLE e nuvole si alternano nei cieli d'Italia in questi giorni di un aprile che trattiene ancora una coda d'inverno ma preannuncia col verde dei prati e il profumo dei fiori la più dolce stagione dell'anno. Così ci auguriamo che sia anche per la società italiana, appesantita dai tanti fardelli del passato ma desiderosa di riprendere slancio e di lavorare per un futuro meno avaro di speranze e di risultati.

Vedo che la preoccupazione maggiore di molti osservatori delle vicende politiche, giunti alla scadenza della campagna elettorale, si appunta sul dopo elezioni. Quale che sia l'esito, vinca l'uno o l'altro dei due principali competitori, si teme che dalle urne non esca una netta vittoria e di conseguenza un governo più affannato a durare che capace di affrontare i problemi di fondo che incombono sull'Italia, sull'Europa e sul mondo intero.

Si ripropone a questo punto un tema con il quale siamo alle prese da quindici anni, cioè dall'irruzione di Silvio Berlusconi nella politica: quello della sua legittimità, quello dell'anomalia da lui introdotta nella democrazia italiana e della sua demonizzazione da parte di quella metà del Paese che non si riconosce in lui e lo considera a tutti gli effetti il nemico pubblico numero uno.

Questo diffuso sentimento di delegittimazione che provoca inevitabilmente un'analoga reazione, condizionerà la fase politica successiva al voto? Renderà ancora più arduo governare? Spingerà il vincitore a esercitare vendette e discriminazioni contro i perdenti? Trasformerà l'autorevolezza in autoritarismo seguendo uno schema purtroppo frequente nella nostra storia?

La maggior parte degli osservatori indipendenti riconosce a Walter Veltroni d'aver condotto una campagna elettorale misurata e responsabile, senza toni di rissa, senza attacchi scomposti all'avversario, innovativa ed equilibrata sugli impegni assunti con gli elettori. Il timore che si fa strada in queste ore di pausa e di attesa, anche di fronte alle frequenti incontinenze del leader di centrodestra, è che questo clima possa radicalmente cambiare.

L'esperienza dei due anni passati, durante i quali l'opposizione di centrodestra non ha fatto altro che puntare sulla "spallata" per sgominare l'esile maggioranza di Prodi al Senato pesa giustamente nel ricordo di quanti seguono con attenzione le vicende della politica. Non potendo chiedere a Berlusconi di correggere la sua natura, lo chiedono a Veltroni: quale che sarà la sua posizione post-elettorale, spetterebbe a lui e sopportare con inesauribile pazienza gli spiriti animali dell'avversario.

Doppio gravame per Veltroni e per quella metà del paese che non si riconosce in Berlusconi: blandirlo in caso di vittoria dei democratici, sopportarlo se fosse lui a prevalere di poco senza imitare quanto lui stesso fece. Chiedere che i democratici ed il loro leader si assumano questa duplice responsabilità significa considerarli come la parte politica più responsabile. Per certi aspetti suona come un titolo di merito, per altri somiglia ad una "mission impossible": fare da punching ball non piace a nessuno e non sta scritto in nessun luogo che sia sempre e comunque utile al Paese.

In realtà - chi lo conosce bene lo sa - non è un fascista e neppure un dittatore nel senso militaresco del termine. Non è spietato. Non è xenofobo. Non è razzista. Berlusconi è un pubblicitario. Un venditore. Venderebbe qualunque cosa. Sia detto senza offesa per i pubblicitari di professione: lui è pubblicitario nell'anima, venditore nell'anima.

Quando vende patacche (e gli accade spesso) si convince rapidamente che la sua patacca vale oro zecchino. Perciò è bugiardo con la ferma convinzione di dire sempre la verità. Come tutti i venditori bugiardi è un imbonitore. Come tutti gli imbonitori è un demagogo. Non ha il senso della misura. Strafà. Non rispetta nessuna regola perché le regole le fa solo lui. Guardate l'ultimo atto della sua campagna elettorale, venerdì sera. Pochi minuti alla mezzanotte. Matrix, cioè casa sua, Canale 5. Conduttore Enrico Mentana.

Prima di lui aveva parlato Veltroni per cinquanta minuti. Lui era stato brevemente intervistato da Mimun per il telegiornale delle 20. Poi si era ritirato nello studio del direttore e di lì aveva ascoltato il "récit" del suo avversario. Infine è arrivato il suo turno e ha impiegato gran parte del tempo a ribattere gli argomenti di chi l'aveva preceduto con molta enfasi e parecchi insulti.

Tanto Veltroni era stato pacato e raziocinante tanto lui ha mostrato i denti e la rabbia, ma fin qui niente di speciale, il bello, anzi il bruttissimo, è venuto dopo quando il suo show era terminato, Mentana aveva dichiarato chiusa la trasmissione e aveva cominciato ad illustrare il modo di votare correttamente con davanti un tabellone che riportava un facsimile di scheda elettorale.

Lui non se n'era andato dallo studio, era sempre lì ma fuoricampo. A un certo punto, nello stupore generale, è rientrato in campo, si è sostituito a Mentana ed ha indicato lui il modo di mettere la crocetta sulle schede. Prima che accadesse il peggio, che in realtà stava già accadendo, Mentana ha chiamato la pubblicità e l'indebito spettacolo è stato oscurato. Quest'episodio rivela meglio di qualunque discorso la natura del personaggio e dei suoi spiriti animali.

L'Economist ha scritto che Berlusconi è inadatto a governare una nazione. "Unfit". Non è un insulto e neppure una demonizzazione. Semplicemente una constatazione. "Unfit". Inadatto. Metà degli italiani, da Casini fino a Bertinotti passando per i democratici, la pensano esattamente allo stesso modo e così pure i governi e il Parlamento europei.
Si dirà: contano i voti che usciranno dalle urne. Giustissimo, contano i voti e solo i voti. Resta un Paese diviso in due non soltanto per differenze politiche ma anche da un giudizio sulla persona: "unfit", inadatto, imbonitore, demagogo, venditore di patacche. Metà del Paese pensa questo, ne ha conferma tutti i giorni e sarà molto difficile che cambi idea.

Ci sono infinite altre prove della sua "unfitness" oltre alla miseranda scenetta a Matrix. La più rivoltante è la proclamazione di Mangano, il finto stalliere di Arcore ad eroe. Non si capisce quale tipo di eroismo sia stato il suo, ma sappiamo che è stato condannato a tre ergastoli per associazione mafiosa.

Sappiamo anche che Dell'Utri è in qualche modo connesso a un tentativo di taroccare le schede degli italiani all'estero: un mafioso latitante in Argentina gli ha telefonato proponendogli quell'imbroglio ma Dell'Utri ha risposto di non esser lui la persona adatta e l'ha indirizzato al responsabile del suo partito per gli elettori all'estero, senza però informare di quel contatto né la magistratura né il ministero dell'Interno. Mentre brogli veri si preparano, il leader già ora, in via preventiva, manda in scena una campagna contro i brogli supposti per precostituirsi un alibi in caso di sconfitta elettorale come già fece per tutti i due anni del governo Prodi. "Unfit".

Sostiene di aver lasciato nel 2006 i conti pubblici in perfetto ordine. La controprova sta nelle cifre a causa delle quali siamo stati per due anni messi sotto processo dall'Europa e ne siamo usciti solo dopo le leggi finanziarie di Paoda-Schioppa.

Sostiene anche di aver realizzato il suo "contratto con gli italiani" per l'85 per cento durante gli anni del suo governo, ma in realtà non ha realizzato se non il 15 perché nessuna delle proposte è diventata legge pur disponendo di 100 voti di maggioranza alla Camera e 50 al Senato. Quei voti servivano ad approvare le leggi a suo personale beneficio, dall'abolizione del falso in bilancio alle norme giudiziarie che accorciavano i tempi di prescrizione dei processi, alla Gasparri che ha mantenuto in vita Retequattro contro le reiterate sentenze della Corte.

"Unfit". Si potrebbe e forse si dovrebbe continuare, ma a che pro? L'altro giorno ho ricevuto una lettera da un lettore che mi rimprovera perché - dice lui - ho un pregiudizio contro. Io non ho pregiudizi contro e neppure a favore. Esamino la realtà e conosco le persone. Lui è inadatto.

Venderebbe la Cupola di San Pietro al primo che ci creda. Purtroppo molti ci credono. Forse gli inadatti sono adatti ad una parte di questo Paese il quale, non a caso, è in declino. L'altro ieri l'Ocse ha dimostrato che il nostro declino ha toccato il culmine nel quinquennio 2001-2006. È proprio il quinquennio del suo governo. Sarà magari un caso ma è un dato di fatto e coi dati di fatto non si può polemizzare.

Il pareggio elettorale non ci sarà, o vince uno o vince l'altro. Ma al Senato questa regola vale di meno. Può accadere che uno vinca con una maggioranza relativa e non assoluta. Oppure con una maggioranza di pochissimi voti come fu per Prodi. Tuttavia chi vince anche per un solo voto dovrà governare perché questa è la regola in democrazia.

Veltroni ha proposto un patto di "lealtà repubblicana" che significa un'opposizione che controlla, propone alternative, ma non paralizza l'azione del governo votato dalla maggioranza. Berlusconi ha rifiutato questa proposta.

Questo è lo stato dei fatti. Voglio ancora una volta ricordare la frase di Petrolini a chi l'aveva fischiato.
Disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t'hanno buttato de sotto". È la terza volta che la cito perché descrive splendidamente la situazione e mi sembra una buona chiusura nel giorno in cui andiamo a votare.

Si è creato in queste ultime ore un sommovimento nella pubblica opinione che ricorda quanto avvenne nel 1991 con il referendum di Mario Segni: un voto corale che fece saltare la Prima Repubblica ormai logora e dominata da una logora casta. Questo stesso sentimento può prevalere domani. Domani si può voltar pagina e aprire un ciclo nuovo che rimetta la politica al livello di un'Italia desiderosa di cambiare. Non sprecate questa grande occasione. Siate popolo sovrano perché è questo il vostro giorno.

(13 aprile 2008)

Siamo stanchi di miracoli

Siamo stanchi di miracoli
di ILVO DIAMANTI

Riflettere sul voto il giorno in cui si vota rischia di essere frustrante. Per chi scrive e per chi legge. Nel giorno del voto si attende solo l'esito del voto. Il dopo. Sul "prima" è stato detto tutto quel che c'era da dire. Semmai, qualcosa di più. Ma questa volta la frustrazione dell'analista, se possibile, supera le occasioni precedenti. Per due ragioni, almeno.
La prima: si ha l'impressione di assistere al secondo turno delle elezioni del 2006. Che si svolge non due settimane, ma due anni dopo. L'equilibrio sostanziale del voto, alla Camera; la mancanza di una maggioranza reale al Senato: hanno costretto Prodi quasi a "fingere" di governare.

Un tentativo generoso quanto improbabile. Assediato dall'esterno e dall'interno. Dall'opposizione di Berlusconi, che ha continuato a "disconoscere" la legittimità del risultato. E dai sedicenti alleati, mossi da fini particolari e particolaristici, alla ricerca continua di visibilità e distinzione.

La seconda ragione che rende difficile presentare questa consultazione riguarda l'incertezza. (a) Quella degli elettori, che continua ad essere alta. D'altronde, due anni fa il 9% dichiarò di aver deciso per chi votare nelle ultime 24 ore. Il 6% il giorno stesso. E questa volta l'indecisione è accentuata, in parte, dalle novità dell'offerta politica. Partiti nuovi, sigle nuove, alleanze nuove. (b) L'incertezza degli analisti, degli esperti di opinione pubblica, dei pollster (sondaggisti). Mai come in questa occasione i sondaggi sono stati citati, presentati e pubblicati un po' dovunque. Da sigle e figure note e da altre meno note. Alcune perfino ignote. Usati dai candidati in campagna elettorale, come strumenti di persuasione. Branditi come armi di propaganda. O ancora: ripudiati. Sondaggi e sondaggisti. A seconda dell'interesse e dell'opportunità. Anche a prescindere dagli abusi che hanno contrassegnato il ricorso ai sondaggi, è diffusa, fra gli esperti, l'impressione che al fondo della decisione di voto vi sia un fondo difficile da esplorare. Irraggiungibile a ogni tentativo di scavo. Non solo per imperfezioni e imprecisioni metodologiche. Perché, più semplicemente, molti elettori, alla fine, decidono diversamente da come pensavano solo pochi giorni prima. Perché, inoltre, in molti casi oppongono un atteggiamento reticente a chi si propone di sondare la loro scelta. Talora - non di rado - mentono.
D'altronde, diversamente da altrove, in Italia il voto continua a marcare l'identità personale. Un segno di riconoscimento. E di stigmatizzazione.

Per cui, incerti gli elettori, gli analisti e i sondaggisti: l'esercizio di pre-vedere diventa frustrante. Molto meglio, allora, vedere. Dopo che l'esito sarà più chiaro.

Più che riproporre bilanci oppure lanciare appelli (non ne saremmo capaci), dunque, di questa elezione sembra utile sottolineare i numerosi, rilevanti elementi di novità proposti. Insieme alla continuità di fondo che li lega.

1) In queste elezioni si sperimenta la capacità di attrazione di due nuovi partiti "larghi": Pd e Pdl. Due contenitori, in cui convergono identità, componenti sociali, interessi e culture differenti. Due partiti maggioritari e personalizzati. Presidenziali, diremmo. Un modello imposto dal Pd, alle primarie dello scorso ottobre. Dopo un cammino lungo 12 anni. E riprodotto, in fretta, da Berlusconi, un mese dopo, con il Pdl. Non solo per il timore di recitare la parte del "vecchio avanzato"; lui, che, dopo il crollo della prima Repubblica, ha interpretato "il nuovo che avanza". Anche perché, in questo modo, ha potuto allargare il suo "partito personale", facendo confluire, nel medesimo alveo, An accanto a Fi. Senza congressi, dibattiti, confronti. Senza consultazioni né primarie. Così: con un colpo d'ala. Secondo lo stile - e il temperamento - del Cavaliere.

2) Nuovo appare anche l'orientamento della campagna elettorale. Per la prima volta, dal 1994 a oggi, non ha riprodotto i toni e l'andamento di una campagna militare. Anzi, semmai, è apparsa un po' pallida. Sottovoce. Rutilante solo per quel che riguarda le promesse promesse. Tante, troppe. Spesso poco credibili. Comunque, poco fondate. Una campagna sottotraccia. Fino alla vigilia. A una settimana dal voto. Quando il Cavaliere ha ceduto alla sua indole. È tornato il Caimano. In pochi giorni, ha attaccato Di Pietro e i magistrati. Le istituzioni ostili. Ha suggerito (come "ipotesi di scuola", ovviamente) le dimissioni di Napolitano. Si è, finalmente, liberato dell'atteggiamento "educato" verso Veltroni e il Pd. Ultimi eredi - mascherati - della tradizione comunista. Ha permesso, in questo modo, a Walter di smettere, per un momento, il volto sorridente di Obama. E di usare, come un'arma, lo stile politicamente corretto. Marcando la distanza fra Obama e il Caimano.

3) Decisamente nuovi, infine, gli attori. Il confronto personale, infatti, non ha opposto Berlusconi a Prodi. Per la prima volta, dal 1994. Perché, anche nel 2001, quando il centrosinistra candidò Rutelli, si percepiva l'ombra lunga di Prodi. Il leader dell'Ulivo. Ma oggi il professore è fuori gioco. Il leader del Pd è Veltroni. Il che costituisce una novità. Come è nuova la presenza autonoma di altri leader. Casini: fino ad oggi fedele a Berlusconi. Lo stesso Bertinotti. Il cui avversario da battere è la logica del voto utile. Impersonata da Veltroni.

4) Tante novità, tuttavia, avvengono dentro strutture politiche e normative largamente tradizionali, per non dire vecchie. È il paradosso italiano. L'ossimoro nazionale. Per cui partiti maggioritari, partiti personalizzati e quasi personali si sviluppano dentro una legge elettorale proporzionale e "partitocratica". Si assiste a una campagna di tipo presidenzialista, fra due candidati presidenziali: senza presidenzialismo. Alla sfida diretta, quasi "privata", fra Berlusconi e Veltroni: senza neppure un faccia a faccia in televisione. Si mira, esplicitamente, a superare l'antiberlusconismo, ad abbattere il muro di Arcore. Con la presenza e il contributo di Silvio Berlusconi. Inventore della seconda Repubblica; dal 1993, al centro della scena politica e di ogni competizione elettorale.

È proprio vero: noi italiani siamo "strani", come ha rammentato ieri Marc Lazar, sulle colonne di questo giornale. Confidiamo sempre della nostra proverbiale "arte di arrangiarci". Contiamo di cambiare tutto lasciando tutto uguale a prima. Bravi a reagire alle emergenze, noi italiani. A inventare qualcosa di nuovo, quando tutti ci danno per finiti. A sorprendere e a sorprenderci. In attesa di uomini della provvidenza, inviati (e, magari, unti) dal Signore.
Personalmente, però, saremmo stanchi di miracoli.

(13 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/verso-elezioni-21/mappe-13apr/mappe-13apr.html

Buon voto...

Saturday, April 12, 2008

Che coraggio...

La ragazza era stata sepolta nuda in un fosso. Arrestato un uomo reo confesso
Le aveva dato un passaggio poi l'ha violentata e strangolata. La salma in Italia lunedì
Istanbul, trovata morta
l'artista milanese scomparsa

ISTANBUL - Violentata e uccisa. Giuseppina Pasqualino, 33 anni, l'artista milanese nota come Pippa Bacca scomparsa la scorsa settimana mentre sull'autostrada di Istanbul faceva autostop vestita da sposa per una sua performance, è stata ritrovata. Morta, nuda, in un fosso, fra le cittadine di Kocaeli e Gebze, poco dopo la grande metropoli sul Bosforo.

Arrestato anche il suo assassino. Un uomo che avrebbe confessato, dopo aver portato agenti e magistrati sul luogo dove aveva lasciato il corpo. Si tratta di un giovane che aveva dato alla donna un passaggio alla periferia di Istanbul. Un benzinaio l'aveva notato aprire la portiera della sua jeep alla donna in abito da sposa. Ne aveva parlato alla polizia che ha controllato i video registrati dalle telecamere installate nella zona. Su un filmato, era rimasto impresso il volto dell'assassino in compagnia della donna. Risalire all'identità dello sconosciuto non è stato difficile: il nome e l'indirizzo dell'uomo era schedato da tempo negli archivi dei pregiudicati. Bloccato dagli agenti, l'uomo ha ammesso di aver bruciato i documenti della vittima e di aver sepolto l'artista nei pressi del villaggio di Tavsanli, vicino a Gebze. Nella sua jeep c'era ancora la macchina fotografica della giovane donna.

La notizia del ritrovamento del cadavere è stata data ieri notte dalle forze dell'ordine turche. L'autopsia ha chiarito che Giuseppina Pasqualino è stata strangolata. Ad Istanbul è toccato alla sorella e al fidanzato dell'artista che da giorni erano in Turchia per seguire le indagini, riconoscere la salma. Il feretro di Pippa Barca rientrerà in Italia lunedì.

Elena Manzoni, madre della vittima e sorella di Piero, l'autore della "merda d'artista", pensa di organizzare una mostra con il vestito da sposa che la figlia indossava in Turchia quando è scomparsa. "Mia figlia stava sistemando un seminterrato a Milano per realizzare i suoi progetti artistici. Adesso pensiamo di concludere noi i lavori: lì potremmo anche tenere la mostra, com'era previsto all'inizio, con il vestito da sposa di mia figlia al centro del progetto".

L'artista milanese era in viaggio verso Israele in autostop con un'amica: i vestiti bianchi da sposa sgualciti da migliaia di chilometri, oltre alle foto realizzate dalle due artiste, avrebbero dovuto rappresentare il prodotto finale del loro viaggio-performance nelle zone non pacificate del Mediterraneo.

Simpatica, estroversa, allegra e spontanea, Pippa Bacca aveva già compiuto numerose esperienze, da sola in Europa e in Centro America, in autostop. L'idea dell'ultima performance era nata dall'incontro con Silvia Moro. Le due donne sono partite insieme, l'8 marzo scorso, da Milano. I primi chilometri li hanno fatti sulle vecchie Vespe dei fidanzati, poi sulle autostrade italiane, slovene e croate chiedendo un passaggio, esibendo i loro vestiti bianchi e il cartello di cartone che indica a pennarello la località che si prefiggevano di raggiungere. Così Pippa e Silvia si sono fotografate apparentemente felici sulla strada per Zagabria, come comparivano infatti sulla home page del sito dedicato al progetto.

LE IMMAGINI

"Il nostro sogno - raccontava Pippa - è di percorrere in autostop quei paesi che sono stati sconvolti da guerre recenti e non sempre completamente sedate, un viaggio un po' ardito, lo so, quello di due bellissime spose vestite per un matrimonio. Un matrimonio che forse è già avvenuto e che forse non avverrà, o che forse è rappresentato dal viaggio stesso".

Le notizie si erano fermate al 31 marzo. La famiglia aveva subito denunciato la sua scomparsa, e nei giorni scorsi la sorella Antonietta e il fidanzato Giovanni Chiari erano partiti per Ankara, dove avevano trovato il sostegno delle autorità diplomatiche italiane e degli inquirenti turchi. In breve, si è formata una rete, anche attraverso le radio, le tv, i giornali, per trovare Giuseppina. La sua compagna, rintracciata ad Ankara, non era riuscita però ad essere utile per le indagini: da quando si erano separate, non aveva più notizie di Giuseppina. Avrebbero dovuto ritrovarsi in Libano.

A Milano, la denuncia per la sua scomparsa era arrivata sul tavolo del pubblico ministero Ilda Boccassini. Per la donna amici e parenti avevano appena lanciato una campagna per appendere lenzuola e striscioni ai balconi, con la scritta "Salvate Pippa Bacca".

(12 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/turchia-sposa-scomparsa/trovata-morta/trovata-morta.html

...e poi la politica...

...qui a Calcutta e' incredibile quanto i ragazzi e le persone in generale sappiano dell'Italia!...soprattutto arte e letteratura...ti nominano Dante, Decamerone, Monna Lisa, Cappella Sistina...e la lista sarebbe troppo lunga!...sono anche abbastanza politicizzati, cosi mi e' capitato spesso, in questi giorni, di parlare di politica italiana, in questa vigilia di elezioni...e ogni volta mi facevo piu' cupa...ci ho marciato, quest'anno...mi sono detta che non sarei mai riuscita a mettermi in regola x votare a delhi...quindi non ci ho nemmeno provato...ora me ne pento...sono convintissima che votare sia importantissimo - lo sono sempre stata - se non altro per tutti coloro che hanno lottato per conquistare questo diritto...quello che mi intristisce (e qui mi si potrebbe sputare in un occhio, visto che ci sarebbero tanti altri motivi per intrisirsi...) e' che la politica e' diventata semplicemente 'partitica'...e' cosi' che la dovrebbero chiamare, ormai...e non deturpare un sostantivo ben piu' denso di contenuti...

ultima da calcutta (direi...)

(estratto di mail alle mie fantastiche farfine)

...a meno k domani nn mi rimetta scrivervi...il k e' possibilissimo...
poi lun torno a mumbai...

k dire...kolkata e' stata proprio tutta ricerca, peggio di delhi...poco turismo ma mi va bene cosi...

oggi sono stravoltaz...a nanna a mezzanotte passata ieri, e sveglia alle 4 di mattina e fino alle 3 in giro a vedere e parlare con lavoratori edili...a meta' mattinata gia' mi chiedevo come fanno a resistere alla vita d'inferno k fanno...io ero sfiancata da sonno e caldo tremendo...e avevo solo scritto! pensare loro a trasportare mattoni e sacchi di sabbia e a salire e scendere da scale e impalcature e chi piu' ne ha piu' ne metta...

e poi ancora due-tre ore con il traduttore k mi ha accompagnato a tirare giu' gli appunti...e due chiacchiere con i lavoratori nella zone dell'ostello...e ancora nn e' finita...

e poi squarci di poverta' e umiliazione e nn so piu' cosa qua e la...

mamma mia...

nn so cosa ne sara' di questa ricerca, se riusciro' a fare qlcs di sensato...ma in qlch modo continuo a essere convinta della scelta del settore...questa gente vive in condizioni di merda e sta costruendo appartamenti che non potra' mai e poi mai permettersi...i ragazzini e i bambibni sono quelli k mi hanno fatto piu' impressione oggi...la tragedia del loro destino segnato in un cantiere...

raga...la botta mi sta venendo...proprio perseguendo la mia ricerca, proprio parlando con gente che lascia terra e famiglia x venire a sopravvivere confinato in un cantiere o in una porzione di citt' super affollata, x mandare due soldi a casa k perettono alla famiglia di tirare avanti...che merda!

vi lascio e vi auguro la buona notte, decisamente in anticipo per voi, ma anche per me...ma quando le giornate cominciano alle quattro di mattina...

Thursday, April 10, 2008

Sulle tracce dell'ostaggio da sei anni nelle mani delle Farc

Reportage dal villaggio di El Capricho, in Colombia
A fine febbraio l'hanno portata in questo piccolo ambulatorio
Poi è scomparsa di nuovo. Il parroco: "Tutti sanno ma tutti tacciono"
dal nostro inviato OMERO CIAI
EL CAPRICHO (COLOMBIA) - A fine febbraio un gruppo di guerriglieri ha portato fin qui Ingrid Bétancourt, per curarla dopo i sei anni trascorsi nella giungla. La sua ultima apparizione risale al 23 marzo in un altro villaggio della zona dove vennero rilasciate Clara Rojas insieme al figlio Emmanuel e Consuelo Gonzalez. Tre stanzette spoglie e sporche, due barelle, uno scaffale polveroso con piccole ampolle di medicinali in un assolato villaggio ai margini della selva. Poi, come fantasmi, sono scomparsi tutti. Il giovane medico, Andres Mauricio Teheran, ha abbandonato il Pronto soccorso; l'infermiera ha chiesto il trasferimento e suo marito, autista dell'ambulanza, si è messo in ferie. All'esercito che li ha interrogati hanno smentito di aver incontrato l'ostaggio numero uno di tutta la Colombia. E quando un tenente ha minacciato di sottoporli alla "macchina della verità" si sono dileguati. Oggi nell'ambulatorio di El Capricho c'è un nuovo dottore. Temporaneo, perché qui non ci vuole venire nessuno e il Ministero della Sanità ci spedisce i giovani laureati in missione obbligatoria per sei mesi. Nel villaggio, un centinaio di case di legno, vivono 700 abitanti. È gente di frontiera. Ultimo lembo di una colonizzazione iniziata negli anni Sessanta ed esplosa alla fine degli anni Ottanta quando, con Pablo Escobar re del narcotraffico, migliaia di coloni raggiunsero questa regione nel sud-est del paese per strappare alla giungla la terra propizia per le piantagioni di foglia di coca. La guerriglia li proteggeva, l'esercito non c'era e la legge era quella che ognuno aveva la forza di imporre. Questa vita li ha resi chiusi e sospettosi. "Per sopravvivere quaggiù - racconta Jorge, un giovanotto nato nel boom della colonizzazione - non devi dare confidenza a nessuno. Perché un anno comandano i soldati, l'anno dopo la guerriglia e quello dopo ancora un gruppo di paramilitari. Vanno e vengono come le stagioni. Se ti leghi a qualcuno, se collabori, gli altri ti ammazzano".

L'ultima apparizione di Ingrid Betancourt risale alla mezzanotte del 23 marzo in un altro villaggio della zona, El Retorno, non lontano da quello, La Libertad, dove grazie alla mediazione del presidente venezuelano Chavez, a gennaio vennero rilasciate Clara Rojas (l'assistente della senatrice franco-colombiana) insieme al figlio Emmanuel, avuto durante la prigionia, e Consuelo Gonzalez, una ex deputata. A rivelarlo è il parroco, Manuel Mancera, unico custode della confessione di un anonimo contadino. L'incontro sarebbe avvenuto fuori dal paese lungo un sentiero sterrato che si perde nella vegetazione rigogliosa della giungla. Il contadino ha raccontato al prete di aver incontrato la Betancourt nel corso di un trasferimento notturno da una prigione ad un'altra e di averla riconosciuta grazie alle fotografie che aveva visto in tv. Era debole, aveva l'aria dimessa. Il contadino le avrebbe stretto la mano cercando di rianimarla, dicendole "Forza, forza". E lei, senza parlare, gli avrebbe sorriso. Mancera è un Padre istrionico, vulcanico. Durante la messa suona con brio un pianoforte appoggiato al lato dell'altare e canta insieme ai fedeli pregando per la libertà di Ingrid. Sul breve ricovero dell'ostaggio nel Pronto soccorso di El Capricho e sul successivo avvistamento di El Retorno non ha dubbi: "Tutti sanno ma tutti tacciono". Per il timore di rappresaglie, aggiunge. La regione del Guaviare è diventata in questi mesi l'epicentro della politica colombiana. Sei ostaggi sono stati rilasciati in quest'area. Le prime due donne a La Libertad, gli altri quattro nel villaggio di La Paz. La Betancourt è stata curata nel piccolo ospedale di El Capricho e più tardi avvistata a El Retorno. "Capriccio", "Ritorno", "Pace", "Libertà". E' come se le Farc stessero utilizzando il linguaggio di un messaggio in codice, e un buon investigatore, esaminando territorio e toponomastica, potrebbe individuare il luogo della prossima rivelazione.

El Capricho, il villaggio dove è stata vista per l'ultima volta, Ingrid BetancourtIn cima al triangolo dell'area colonizzata c'è la capitale del Guaviare, San José, 400 chilometri a sud di Bogotà e 60 mila abitanti che oggi, dopo l'arrivo dell'esercito spinto fin qui dai programmi di "tolleranza zero" del "Plan Colombia" finanziato dagli Stati Uniti, vivono l'illusione di potersi finalmente riconvertire: da coltivatori nelle piantagioni di coca all'allevamento del bestiame e alla produzione di frutta tropicale. Dall'altra parte, nell'apice che si incunea verso la giungla, c'è Calamar, trenta case addossate alla pista di un aeroporto militare. Tutt'intorno è selva, giù fino all'orizzonte verso le frontiere con l'Ecuador, il Perù e il Brasile. L'immensa terra delle Farc e delle sue inaccessibili prigioni. Nella guarnigione di San José ci sono settemila soldati e la gente del posto dice di aver visto anche molti "gringos", i consiglieri militari statunitensi. Ma controllare la miriade di piccoli villaggi che appaiono improvvisi con le loro baracche di latta e legno confuse con la vegetazione, è quasi impossibile. Le strade sono tortuosi sentieri di terra battuta che diventano pozze di fango e scompaiono nella stagione delle piogge. Ogni sei mesi bisogna tracciarle di nuovo. Fino all'inizio di questo secolo nella grande piazza rettangolare che disegna il centro di San José ogni settimana si teneva il Gramaje, la vendita a peso delle foglie di coca agli intermediari dei grandi cartelli di Calì o di Medellin. Atterravano quaggiù su piccoli aerei che oggi trasportano gli inviati di tutta la stampa francese e delle grandi agenzie. Ma l'arrivo dell'esercito ha cambiato la vita dei coloni e trasformato il mercato della coca. Oggi le piantagioni sono molto più a sud e i narcos hanno allestito i laboratori chimici nella giungla: in tal modo non devono più trasportare le foglie ma direttamente la pasta base della cocaina. La guerriglia vigila e incassa la tassa sulla produzione.

L'interno dell'ambulatorio di El CaprichoA San José si dice che i trafficanti siano in difficoltà, che le incursioni sempre più frequenti delle Forze armate, i bombardamenti e il rastrellamento degli aerei spia, abbiano indebolito le Farc. Fino al punto che Uribe, il presidente colombiano, si sarebbe convinto del fatto che saranno dei disertori, prima o poi, a restituirgli la Betancourt senza che lui debba piegarsi ai ricatti dei leader guerriglieri. Ed effettivamente le taglie, milioni di dollari, che vengono elargite dal governo ai ribelli che uccidono i loro capi e si consegnano ai soldati, cominciano a funzionare. L'ultimo caso è quello di Ivan Rios, il membro del Segretariato delle Farc (dieci uomini in tutto), ammazzato nel sonno dalla sua truppa. Ma sono appena voci che si rincorrono. Proprio come le apparizioni di Ingrid. L'area della giungla è talmente vasta che le versioni cambiano di villaggio in villaggio come parole che sfidano il vento. Non appena Marulanda, l'anziano leader della guerriglia, ha respinto la missione sanitaria francese, il Falcon 50 dell'Eliseo ha immediatamente lasciato l'aeroporto militare di Catam, a Bogotà, per tornarsene mestamente a Parigi. Eppure non c'è altro modo che scendere nel ventre del Guaviare per capire questa guerra civile che dissangua la Colombia da cinquant'anni. Il dominio delle Farc è direttamente proporzionale all'abbandono istituzionale di queste aree, all'avidità dei narcos e all'assenza di infrastrutture, strade e aeroporti in primis. Ne sa qualcosa Alejandro, un giovane contadino, già padre di quattro figli, che ha riciclato la sua piantagione di coca in papaya. Peccato che da qui nessuno si prenda la briga di trasportargli la papaya in aereo verso qualche ricco mercato: costerebbe troppo. "Se ci fosse una buona strada, un magazzino con i frigoriferi per conservare la frutta - sogna Alejandro - chissà, magari sarebbe diverso". Del resto non solo lo spazio ma anche lo scorrere del tempo in questi luoghi tropicali ha una dimensione astratta. I tempi di Parigi non sono quelli di Marulanda. Se nessuno cederà qualcosa la prigionia della Betancourt potrebbe durare ancora molto a lungo. Perché per le Farc è un ostaggio prezioso tanto quanto la sopravvivenza della guerriglia.

(10 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/betancourt-farc/betancourt-reportage-ciai/betancourt-reportage-ciai.html

Fuga dei disperati dalla Birmania 54 morti nel cassone di un camion

La tragedia scoperta in Thailandia dove i poveretti (molte donne) cercavano di arrivare per trovare un lavoro. Un guasto all'impianto di areazione
BANGKOK - Tragedia della disperazione tra la Birmania e la Thailandia: 54 birmani, che erano riusciti ad attraversare illegalmente il confine, sono rimasti soffocati all'interno del frigorifero di un camion per il trasporto del pesce. Al viaggio, organizzato dai trafficanti di lavoratori, sono sopravvissuti 67 altri disperati, molti dei quali però sono stati ricoverati in ospedale, in stato di semi-incoscienza. La tragedia, l'ultima in una serie di fatalità che hanno coinvolto birmani in fuga dalle precarie condizioni di vita nel loro Paese, uno dei più poveri del mondo, è accaduta nella provincia di Ranong, una zona al confine dove sono molte attive le bande di criminali dedite al contrabbando degli immigrati destinati al lavoro illegale in Thailandia. La polizia ha spiegato che i clandestini, in gran parte donne, sono rimasti chiusi per ore all'interno del container, con l'aria che scarseggiava man mano che il tempio trascorreva, perchè il sistema di ventilazione aerea non funzionava per un guasto. I birmani avevano pagato circa cinquemila bat a testa (più o meno 160 dollari) nella speranza di arrivare a Phuket, la località turistica distante circa 150 chilometri a sud di Ranong, dove lavorano illegalmente decine di migliaia di birmani in cerca di una vita migliore.

(10 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/birmania-54-morti/birmania-54-morti/birmania-54-morti.html

Monday, April 7, 2008

In India il Muro della vergogna. Le foto segrete dell'orrore in Tibet

Il reportage / A McLeod Ganj, casa indiana del Dalai Lama, le istantanee della rivolta di Lhasa che hanno aggirato la censura
Gli scatti provano la repressone: cadaveri e corpi deformati dalle botte dei militari
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Le foto della rivolta di Lhasa repressa nel sangue

DHARAMSALA - Le foto sono sbiadite, i colori spenti, le figure sgranate. Le hanno immortalate con il cellulare, tra le vie, gli anfratti, le case anonime di Lhasa: scatti frettolosi, rubati, mentre i reparti speciali della polizia e l'esercito cinese davano la caccia ai feriti e portavano via i morti della rivolta. Adesso sono lì, prove crude e concrete; per un mondo che prima inorridisce, s'indigna, condanna e poi, sommessamente, chiude gli occhi e rimuove, schiacciato dagli interessi economici, deciso a non alterare gli equilibri geopolitici di un'area che resta e deve restare immutata. Corpi nudi, di uomini. Corpi deformati dai colpi, dalle percosse, le bocche chiuse in una smorfia che non sai se attribuire al dolore o all'ultimo respiro di un'agonia infinita.

Cadaveri distesi pieni di sangue rattrappito, i fori dei proiettili all'altezza del viso, del petto, dei fianchi, delle gambe, della schiena, della testa. Qualcuno ha avuto la forza e il coraggio di spedirli ad altri cellulari, a siti sicuri e protetti del web in una corsa contro il tempo. Prima del black-out, dei ripetitori disattivati, del blocco delle linee telefoniche, delle tv oscurate, delle retate porta a porta, nei monasteri, nelle università, negli alberghi, negli ospedali. Prima degli arresti e del cerchio di acciaio e piombo che ha sigillato l'intero Tibet.

Le foto, stampate come un manifesto, campeggiano su un filo di naylon teso sopra il cancello d'ingresso del "Tsuglakhang complex", la residenza ufficiale in esilio del Dalai Lama immersa nel cuore di McLeod Ganj, India del nord, il villaggio-simbolo del Tibet in fuga abbarbicato sul costone di una montagna che si arrampica verso la catena dell'Himalaya. Quaranta uomini e quaranta donne del villaggio, seduti in due distinti recinti, gli uni di fronte alle altre, proseguono da tre settimane lo sciopero della fame e della sete.

Si danno il cambio ogni 12 ore. Cantano a voce bassa, pregano, sollevano provati le dita della mano in segno di vittoria. Le voci si affievoliscono con il passare delle ore, i corpi si distendono, qualcuno crolla tra coperte e giacche, teli, cartelli con gli slogan, incensi che bruciano. Davanti ondeggiano le foto, sospinte da folate di vento gelido che scende dalle vette innevate dell'Himalaya. Sono un pugno allo stomaco. Centinaia di persone le osservano, le fotografano, le filmano, le studiano da vicino. Chi per riconoscere un familiare, un amico, un conoscente.

Chi soltanto per inorridire di fronte ad una mattanza che difficilmente troverà giustizia. Nonostante le proteste di mezzo mondo, pochissimi paesi hanno insistito per sapere la verità. Il mitico "Shangri-là", il tetto del mondo, la terra nella quale il buddismo, simbolo di pace e di tolleranza, affonda le sue radici, resta chiuso agli stranieri e ai turisti cinesi. Bisognerà attendere il primo maggio, festa dei lavoratori, data scelta da Pechino con chiara valenza politica, per capire e vedere con i propri occhi cosa sta veramente accadendo dal 10 scorso a Lhasa e nelle province vicine di Sichan, Gansu e Qinghai.

Attraverso il segretario del partito comunista del Tibet, la Cina ha annunciato che da quel giorno la regione centroasiatica riaprirà i battenti al mondo. Perché l'industria turistica ha risentito del blocco e perché Pechino vuole presentarsi a testa alta all'appuntamento con le Olimpiadi di agosto.

Le voci che giungono qui raccontano di carri armati schierati nei principali incroci di Lhasa, di monasteri ancora chiusi e assediati, di pattugliamenti incessanti su tutte le strade e di elicotteri che volteggiano in cielo pronti a mitragliare il primo assembramento sospetto. Non sappiamo se sia vero. Sappiamo solo ciò che raccontano le testimonianze raccolte e riproposte ogni giorno a McLeod Ganj durante il corteo che si snoda lungo le vie del villaggio per tenere accesa l'attenzione sul Tibet.

Storie che si assomigliano tutte, per l'orrore che svelano e per il terrore di chi le racconta. Il tempo, però, tende a smorzare i sentimenti. Più passano i giorni più l'appuntamento delle sei del pomeriggio, un pellegrinaggio di monaci, sostenitori, turisti, ragazzi e ragazze venuti da ogni angolo del pianeta, le candele accese, bandiere tibetane, preghiere e slogan, sembra un rito stanco. Un ragazzo, armato di megafono, passa per tutte le vie del villaggio e invita la gente a radunarsi.

L'appello è accolto, più per forma che per sostanza. E ogni giorno la folla dei primi momenti, quando questa fetta di Tibet in esilio si radunava in massa, chiudeva negozi, bar e ristoranti e gridava la sua rabbia mista al dolore, si assottiglia sempre di più.

Resistono l'orgoglio di un popolo defraudato della sua terra, il desiderio di verità e di giustizia, una solidarietà diffusa, istintiva. Ma in giro si respira un sentimento di impotenza. Per ben quattro volte, negli ultimi dieci giorni, i vertici di India e Cina si sono sentiti al telefono: Pechino ha chiesto a New Delhi garanzie sul percorso della fiaccola olimpica che il 17 aprile passerà nella capitale e ha sollecitato una presa di posizione più decisa sul tema del Tibet.

Il premier Manmohan Singh si è detto contrario al boicottaggio dei Giochi e ha sollecitato il Dalai Lama a non svolgere alcuna attività politica anticinese fino a quando sarà ospitato. Perfino il gesto di Baichung Bhutia, capitano della nazionale di calcio indiana, considerato una vera star per aver diffuso il football in un paese che vive solo per il cricket, è caduto nel vuoto. Ha respinto l'invito a portare la fiaccola quando passerà a New Delhi. Ma è rimasto solo. Nessuna delle altre 50 celebrità dello spettacolo e dello sport coinvolte nell'operazione politico-diplomatica si è tirata indietro. Ammir Khan, stella di Bollywood a cui si era appellato lo Tibetan youth congress, si è detto "orgoglioso" di alzare la fiamma olimpica. "Nessuno rifiuta", ha motivato, "non vedo perché l'India dovrebbe rinunciare a questo onore".

Sorride nervoso il presidente della Tibetan youth congress, Tsewang Rigzin: "Da un punto di vista religioso rispettiamo le opinioni del Dalai Lama ma sul piano politico siamo favorevoli al boicottaggio. Far passare per Lhasa e piantare sulla cima dell'Everest la fiaccola è un gesto politico, non sportivo".

Anche la gente di McLeod Ganj non si rassegna. Ma la vita deve ricominciare. Riaprono i negozi, gli alberghi, i bar, le sale da tè, i ristoranti. I turisti di sempre arrivano giorno e notte, con gli autobus carichi all'inverosimile, i taxi traballanti, i treni colmi di passeggeri. Un fiume umano di donne, uomini, spesso giovanissimi, che qui cerca la soluzione ai propri affanni. Con corsi di filosofia tibetana, di magia, di massaggi, di lingua, di astrologia, di yoga e di meditazione. Tra nobile volontariato, bonzi fuggiti da un inferno, qualche cialtrone e i soliti approfittatori. La gente segue, studia, partecipa. S'immerge fino al collo in questo ambiente, rispettando alla lettera valori e usanze. Sveglia all'alba, niente alcol, fumo e cibo solo vegetariano. C'è chi rimane un mese, chi un anno, chi il resto dei propri giorni. Vanno e vengono. La comunità tibetana vive anche su questo. Sognando, da mezzo secolo, di tornare un giorno a casa.

Gruppi di ragazzi si allenano correndo sulle strade in salita del paese, altri si riscaldano con esercizi sulle terrazze dei campi coltivati a grano. Forse pensano alle Olimpiadi. Quelle vere, libere. Con la bandiera gialla, blu e rossa del Tibet che garrisce al vento.

(6 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-4/tibet-scontri-lhasa-4/tibet-scontri-lhasa-4.html

Torcia olimpica a Londra, proteste. Manifestanti cercano di spegnerla

Centinaia di dimostranti pro-Tibet nella capitale britannica
Scontri con le forze dell'ordine, arrestate almeno 30 persone
L'ambasciatore cinese Fu Ying fa il tedoforo, ma con un cambio di programma
L'imbarazzo di Downing Street: "Il passaggio non rappresenta un appoggio a Pechino"

LONDRA - Proteste contro la repressione cinese in Tibet anche a Londra, tappa odierna del viaggio della fiaccola olimpica. Scontri tra polizia e un piccolo gruppo di manifestanti sono scoppiati fuori dallo stadio di Wembley, da dove la torcia ha iniziato il suo giro per la capitale britannica, imbiancata da una nevicata fuori stagione. Un dimostrante ha cercato di impadronirsi della torcia e di spegnerla con un estintore durante il suo passaggio per le strade a bordo di un tipico bus londinese a due piani. Altri tafferugli nella zona di Trafalgar Square. Almeno 30 persone sono state arrestate. Malgrado l'imponente dispositivo di sicurezza, centinaia di militanti pro-Tibet con cartelli e bandiere hanno atteso il passaggio della fiaccola lungo il percorso. L'ambasciatore cinese, la signora Fu Ying, che doveva portarla per un breve tratto accanto al British Museum, ha fatto da tedoforo a Chinatown, dove c'erano minori rischi di incontrare contestatori.

LE IMMAGINI

La cerimonia. La cerimonia è iniziata poco dopo le 10.30 ora locale (le 11.30 italiane) allo stadio di Wembley, mentre cadeva la neve. Il primo degli 80 tedofori è stato il canottiere Steve Redgrave, vincitore di cinque medaglie d'oro olimpiche. Accanto a lui, nel momento in cui è uscito dallo stadio, correvano alcuni giovani e dei poliziotti. Redgrave ha poi ceduto la fiaccola a una giovane atleta che è salita su un autobus scoperto. Sportivi e celebrità devono portarla in giro a piedi, in bicicletta, in barca e in autobus per otto ore facendole percorrere in totale 50 chilometri.

L'assalto. L'assalto è avvenuto nella zona di Ladbroke Road, all'angolo con Holland Park Avenue (ovest di Londra). Due militanti, Martin Wyness e Ashley Darby, che avevano scritto 'estintori di propaganda' sui due estintori, si sono gettati sul tedoforo Chris Parker, mentre questi stava passando la fiaccola al tedoforo successivo. Sono stati immediatamente bloccati dalla polizia. I due avevano diffuso una dichiarazione in cui dicono di non avercela "con il popolo cinese, ma con il brutale regime che li governa, con il suo orribile trattamento dei diritti umani. La Cina non ha diritto di far passare la fiaccola da Londra". Un altro arresto, poco distante, è stato mostrato dalle tv: un dimostrante che tentava di strappare la torcia a una presentatrice della Bbc, Konnie Huq.

Gli scontri. Poco prima che la fiaccola arrivasse a Downing Street, dove ad attenderla c'era il premier Gordon Brown, scontri sono avvenuti tra i manifestanti pro-Tibet e quelli, pure presenti, pro-Cina. La polizia tentava di tenerli separati, ma i gruppi sono entrati in contatto. Diversi gli arresti. Ogni tanto, durante il percorso, la polizia ha dovuto fermare qualche manifestante che cercava di buttarsi davanti ai diversi tedofori - in tutto 80 per i circa 50 chilometri di percorso fino a North Greenwich (sudest di Londra) - per bloccare la corsa. Alla fine, i fermati sono stati almeno 36, secondo quanto ha riferito Scotland Yard.

L'imbarazzo di Downing Street. La giornata è stata politicamente difficile per il governo di Londra, che ha negato che questa parata della fiaccola sia stata un implicito appoggio alla Cina: "Il passaggio attraverso Londra non significa assolutamente che appoggiamo il governo cinese in certi suoi comportamenti - ha detto il sottosegretario britannico con delega alle Olimpiadi Tessa Jowell, al passaggio della torcia a Downing Street - siamo stati assolutamente chiari con la Cina, devono dialogare con il Dalai Lama sulla situazione in Tibet".

(6 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-4/torcia-londra/torcia-londra.html

Quando lo Stato italiano vessava i suoi emigrati

GLI ALTRI NOI, Storie di immigrazione di Giovanni Maria Bellu

Non siamo stati solo "albanesi" come, qualche anno fa, ci ha raccontato Gian Antonio Stella nel suo fondamentale L'orda - quando gli albanesi eravamo noi. In un certo senso siamo stati anche romeni, srilankesi, filippini, marocchini e cinesi. Lo siamo stati perché, dal punto di vista delle leggi, abbiamo avuto un'esperienza molto simile a quella degli immigrati di oggi. Di più: le linee essenziali dell'attuale legislazione hanno come modello le norme che, nei primi due decenni del dopoguerra, furono sperimentate sui nostri emigrati. E' quanto si scopre leggendo Lavoro in movimento - L'emigrazione italiana in Europa, 1945-57 di Michele Colucci, recentemente pubblicato da Donzelli.

Sono innumerevoli le analogie tra il nostro passato di emigrati e il presente di quelli che vengono da noi. Sono stati i nostri emigrati a sperimentare per primi la connessione rigida tra il possesso di un contratto di lavoro e la possibilità di risiedere in uno Stato estero. E sono stati i primi a reagire con l'emigrazione clandestina alla macchinosità delle normative che stabilivano le procedure per l'espatrio legale. E' nell'immediato dopoguerra che nascono ambigue agenzie di intermediazione e "centri di reclutamento" non molto diversi da quelli che oggi rappresentano il volto formalmente legale del traffico di esseri umani. La ragione è la stessa di oggi: "Chi favoriva l'immigrazione clandestina - scrive Colucci - lo faceva per disporre di manodopera basso costo e ricattabile".

Così come gli attuali immigrati stranieri in Italia, i nostri emigrati in Francia, in Germania, in Belgio, erano lavoratori di serie B e, a dispetto delle solenni dichiarazioni di principio contenute nelle premesse degli accordi bilaterali, godevano di minori diritti ed erano esposti a maggiori rischi sul lavoro. Prima della tragedia di Marcinelle (1956, 126 vittime italiane) in Belgio erano già morti 520 nostri minatori.

E' nell'immediato dopoguerra che l'Europa conosce, sulla pelle degli italiani, le prime tragedie dell'immigrazione. Il confine da superare non è il Mediterraneo, ma le Alpi. E così il killer non è il mare, ma la polizia svizzera. Il 28 ottobre del 1946 le guardie di confine uccidono "tale Mancassola Pietro, fu Adamo, di anni 23, bracciante", che non ha "aderito alle intimazioni di fermo", come spiega qualche giorno dopo un documento della direzione generale del ministero dell'Interno.

Ciò che colpisce maggiormente è l'atteggiamento dello Stato italiano. Nel 1948 vennero istituiti, con lo scopo dichiarato di rendere più semplice l'emigrazione, i "centri di raccolta". Luoghi desolati dove spesso il numero dei poliziotti era di gran lunga superiore a quello dei medici e degli assistenti sociali. Poi, nei paesi di arrivo, i rappresentanti dello Stato italiano erano non solo indifferenti ma addirittura ostili. Ed ecco l'agghiacciante conversazione tra un ragazzo di 23 anni che ha perso un braccio in un incidente sul lavoro e il nostro funzionario consolare in Svizzera che lo esorta a considerarsi fortunato visto che avrà un risarcimento di un milione di lire. "I lavoratori che emigravano - scrive ancora Colucci - erano una presenza scomoda. Una "rogna" per le autorità consolari costrette a occuparsi di loro controvoglia e con scarso interesse. Una scomodità per chi ne aveva organizzato e disposto la partenza".

In definitiva, all'assenza attuale di un'adeguata politica nazionale verso l'immigrazione straniera, si trova un riscontro nell'atteggiamento sciatto delle prime istituzioni repubblicane verso l'emigrazione italiana all'estero. E' un elemento da tenere presente: forse a volte si scambia per xenofobia quella che, in realtà, è solo l'ultima puntata di una lunga storia di indifferenza verso i più deboli.

(glialtrinoi@repubblica.it)
(6 aprile 2008)

Friday, April 4, 2008

"No alla pillola del giorno dopo" Pisa, la Procura apre un'inchiesta

Dopo il rifiuto opposto a due ragazze che chiedevano il farmacospunta un altro caso che si è verificato qualche mese fa a Firenze
"No alla pillola del giorno dopo"Pisa, la Procura apre un'inchiesta
Asl, verso le sanzioni."Avvenire" difende i medici:"Legittimo rifiutare"

di MAURIZIO BOLOGNI

Una confezione della cosiddetta pillola del giorno dopoFIRENZE - La procura di Pisa apre un'inchiesta per la pillola del giorno dopo rifiutata a due ragazze e intanto da Firenze arriva via mail a Repubblica la segnalazione di un caso analogo: "Ho telefonato alla guardia medica del mio quartiere, hanno rifiutato la prescrizione e mi hanno detto di rivolgermi altrove". Anche questa denuncia, come a Pisa, tira in ballo non un singolo medico ma un intero servizio pubblico di guardia medica. Quando è così, le cose si complicano, come ha ribadito ieri il ministro della sanità Livia Turco in una lettera alla Federazione nazionale dei medici. Occorre "che la prescrizione della contraccezione d'emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario". Prende spunto dai casi di Pisa L'Avvenire di ieri per difendere la libertà di scelta dei medici. Sui fatti di questi giorni, in particolare, il giornale dei vescovi minimizza: li definisce "di rilievo limitato, ma occasione per alcuni laicisti per riaprire polemiche stantie, accusare i cattolici di oscurantismo, stigmatizzare i medici obiettori". Antonio di Bugno, che svolge le funzioni di capo della procura a Pisa, ha invece aperto un'inchiesta sulla base degli articoli di stampa: l'ipotesi di reato potrebbe essere interruzione di pubblico servizio. Mentre i vertici della Asl pisana, che ieri hanno sentito i due medici indicati come autori del rifiuto, concluderanno entro la settimana l'indagine interna. Eventuali contestazioni potranno essere utilizzate in fase di processo penale, come prove per una condanna, o in fase disciplinare presso l'ordine: i medici rischiano la sospensione. I casi risalgono alla vigilia di Pasqua e alla notte tra mercoledì e giovedì di una settimana fa. A Pasqua una ventenne, con il fidanzato, va alla guardia medica del quartiere "I Passi" e trova un cartello che dice "qui non si prescrive la pillola del giorno dopo. Rivolgersi al proprio medico, pronto soccorso, ginecologia, consultorio, qualsiasi medico privato". Nel secondo caso una ragazza denuncia di aver ricevuto dinieghi di prescrizione dal pronto soccorso dell'ospedale Santa Chiara oltre che dalla guardia medica. La Asl però assolve il pronto soccorso dove "la pillola è stata somministrata in entrambi i casi".

Resta il comportamento delle due guardie mediche che ieri sono state sentite dal direttore sanitario dell'Asl 5 Rocco Damone e che hanno prodotto una relazione difensiva. Damone vuole in particolare valutare se i dottori hanno violato gli articoli 22 e 36 del codice deontologico: il primo consente al medico di non prestare la propria opera se in contrasto con le proprie convinzioni ma gli impone di informare l'utente su come godere del servizio, mentre il secondo subordina l'obiezione di coscienza all'emergenza (il farmaco va somministrato entro 12 ore e non oltre 72 ore dal rapporto e - precisa il foglietto delle istruzioni - non interrompe gravidanze in atto ndr).

(4 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/pillola-negata/pillola-negata/pillola-negata.html

Ciro il fotografo degli operai

http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=7584976612268017949

Ciro Quratanta: 53 anni. Note particolari: figlio di contadini, ex operaio alla Belelli di Taranto dove ha lavorato per tren'anni. Padre di due figlie Ciro Qaranta ha sempre avuto una passione, quella per la fotografia.. Da ragazzo studia da perito elettrotecnico alle scuole serali. Arriva, non senza fatica, la prima macchina fotografia con la quale comincia a scattere immagini che hanno come soggetto gli operai. Il suo mito è Cartier-Bresson, uno dei padri nobili di quest'arte. Nel 1990 Quaranta partecipa ad uno stage con René Burri, il fotografo di Fidel Castro e Che Guevera. Da lì in poi è tutto in discesa. Quaranta è bravo e molte agenzie fanno a gara per accaparrarsi i suoi lavori. Ma lui è un uomo libero e di lavorare su commissione non ci pensa proprio. La mostra che gli dedica il Museo nazionale Archeologico di Taranto, realizzata grazie alla Provincia, è un omaggio ad un artista schivo e geniale che con i suoi "racconti" per immagini rappresenta, in tempi in cui si tende a dimenticare la storia della classe operaia, il custode della memoria: del lavoro e dei suoi protagonisti. La mostra resterà aperta fino primo giugno

Presto a Kolkata. Varanasi addio...

...o arrivederci, chissa'...

Varanasi di cui e' impossibile scrivere nei pochi minuti di internet rimasti...
...e di cui non ho potuto scrivere in questo ultimo giorno e mezo in cui mi ha condannato a diarrea e vomito...forse per averla tradita, aver abbandonato il cuore vibrante, i ghats, ed essermi concessa il lusso di massaggi e piscina...per essermi rammollita e imborghesita, chissa'...

Domani mi svegliero' su un treno verso Kolkata...l'avventura in solitario continua...' notte