Showing posts with label articolo di giornale. Show all posts
Showing posts with label articolo di giornale. Show all posts

Sunday, April 13, 2008

...fortunato chi puo' andare...

MUSICA: CELESTINI DOMANI A "THE PLACE" IN WEB STREAMING
Ascanio Celestini sara' in concerto al "Place" di Roma domani 14 aprile a partire dalle 22,45. Il live di Celestini, che presentera' gran parte dell'album "Parole sante", sara' trasmesso in streaming su www.theplace.it. Ad aprire il disco e la serata al "Place", sara' "Rivoluzione", cio' che sarebbe potuto essere, ma non e' stato. Un brano molto cantautorale proprio come "Noi siamo gli asini" che ricorda molto Fabrizio De Andre'. A seguire "Il popolo e' un bambino", che ritorna ben 4 volte nel disco e, recitato da Ascanio Celestini, evidenzia come il popolo puo' essere manipolato dalla politica, dai mezzi di informazione. Seguira' il brano "Cadaveri vivi". Una delle caratteristiche di Ascanio Celestini e' il sapersi distinguere per la sua liberta' di espressione. Un esempio e' la rabbia presente in "Poveri Partigiani": "Poveri nomi e cognomi dei caduti di tutte le guerre, che stanno sempre sulla bocca degli onorevoli politici la loro lingua e' un Camposanto dove resuscitano ogni tanto". Cantera' anche la magnifica "La morte del disertore". Il risultato rispecchia sia l'attore-autore Ascanio Celestini, sia la societa' in cui viviamo. Con Ascanio Celestini sul palco, Roberto Boarini (violoncello), Gianluca Casadei (fisarmonica), Matteo D'Agostino (chitarra) e Andrea Pesce (suono).

Youness, il "terrorista" col visto del consolato

Se Youness Zarli fosse veramente un terrorista, avremmo rischiato grosso. Fortunatamente, per quanto fino a ora è stato accertato, non sembra esserlo. Lo ha escluso persino la magistratura del suo paese, il Marocco, che davanti a sospetti del genere non va molto per il sottile. Ma Youness Zarli è ormai marchiato indelebilmente dal "decreto Pisanu" e in ogni caso non può rientrare in Italia. Non conta né l'assoluzione, né il fatto che abbia sposato una donna italiana e stia per diventare padre.

Youness Zarli, 27 anni, giunse in Italia, nella provincia di Bergamo, nel 1997, quando era ancora minorenne. Fino a tre anni e mezzo fa ha condotto una vita normale: permesso di soggiorno, nessun problema con la giustizia, il fidanzamento con Jessica, la sua attuale moglie, e anche la soddisfazione di conquistare, con la "Boxe Bergamo" il titolo di campione italiano di light contact. Questo qualche mese prima del 3 dicembre del 2005.

Quel giorno Youness Zarli riceve a casa una visita degli agenti della Digos che lo portano in questura e, dopo quarantotto ore, lo sistemano su un aereo per Casablanca. Il decreto di espulsione gli attribuisce un "consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo islamico".

La frase citata è un frammento di una formula un po' più lunga che, sempre identica, viene utilizzata in casi di questo genere. Il "decreto Pisanu" fu emanato nel 2005 dopo gli attentati di Londra e appartiene alla categoria di quelle norme antiterrorismo che, in nome delle esigenze di sicurezza, sacrificano in tutto o in parte i diritti della persona. L'idea di base è che, davanti a un grave pericolo, alcune garanzie possono anche essere accantonate. Il fondamento della norma è dunque l'efficacia della prevenzione. Se esiste un sospetto, è opportuno intervenire. Nel caso di Youness Zarli, il sospetto - mai menzionato nel provvedimento di espulsione - nasceva dal coinvolgimento di uno dei suoi fratelli in un'inchiesta su attentati compiuti in Marocco dai fondamentalisti islamici.

Alcune settimane fa abbiamo ricordato che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per le espulsioni in paesi che utilizzano verso i detenuti la tortura o trattamenti inumani o degradanti. Youness Zarli quei "trattamenti" li ha subiti. Appena è sceso dall'aereo è stato arrestato dalla polizia marocchina, duramente interrogato per due settimane e quindi trasferito in un carcere speciale. L'assoluzione è arrivata il 29 novembre del 2006, dopo quasi un anno di reclusione, e alla fine di un processo che era stato istruito soprattutto sulla base dei sospetti della nostra polizia.

Una volta tornato in libertà, Youness Zarli, che intanto era stato raggiunto dalla fidanzata Jessica, si è presentato al consolato italiano di Casablanca, si è sposato con la nostra connazionale e ha chiesto e ottenuto un "visto per ricongiungimento familiare". Quindi, assieme alla moglie, è tornato in Italia e si è presentato alla questura di Bergamo per chiedere il permesso di soggiorno.

Mai l'avesse fatto. Il giorno dopo era nuovamente sull'aereo per Casablanca. Infatti, essendo stato espulso, non avrebbe potuto tornare in Italia. Non lo sapeva. Era convinto che l'assoluzione in Marocco avesse annullato gli effetti della decisione italiana. Il fatto è che non lo sapeva nemmeno il nostro consolato che dunque - stando nella logica del decreto Pisanu - ha rilasciato il visto a un presunto terrorista. A quanto pare c'è un problema di coordinamento tra le varie amministrazioni. Il risultato è che la norma antiterrorismo diventa, nello stesso tempo, inefficace e vessatoria.

Non è finita. Perché nel novembre scorso, Youness Zarli, quando ha saputo della gravidanza della moglie, ha deciso di infischiarsene dell'espulsione e di tornare in Italia. E, incredibilmente, ha potuto farlo nel più semplice dei modi: imbarcandosi su un aereo e mostrando alla frontiera il suo passaporto. Non gli era stato ritirato. E inoltre, con tutta probabilità, il suo status non era stato registrato negli archivi del sistema Schengen. La polizia si è accorta del rientro quando Youness Zarli era nuovamente a Bergamo. L'ha fermato ancora una volta e l'ha espulso di nuovo. Perché il sospetto terrorista era, come al solito, a casa con la moglie.
(glialtrinoi@repubblica.it)

(13 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/youness-zarli/youness-zarli.html

Carmen Chacon, nuova ministra della difesa spagnola - incinta ...a quando in Italia?!...

Zapatero, dopo il giuramento al re Juan Carlos, annuncia il nuovo esecutivo
Il ministero della Difesa sarà assegnato da Carme Chacon, 37 anni, incinta
Spagna, ecco il governo Zapatero
Nove donne e otto uomini

MADRID - Il nuovo governo socialista spagnolo schiera più donne ministro che uomini: 9 a 8. Dopo aver giurato per il secondo mandato davanti a re Juan Carlos, il premier Jose Luis Rodriguez Zapatero ha presentato il suo esecutivo. E per la prima volta nella storia politica della Spagna le donne sono più numerose degli uomini.

Oltre ad essere in maggioranza, alle donne è andato anche il ministero della Difesa, che verrà assegnato a Carme Chacon, 37 anni. La donna, che aspetta un figlio, è una delle figure in ascesa all'interno del Partito Socialista. Diversi dei membri chiave del precedente governo resteranno al loro posto, come il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, il ministro dell'Economia Pedro Solbes e quello degli Interni Alfredo Perez Rubalcaba.

Sono cinque i ministri nuovi e quattro quelli non confermati, come il dicastero del Lavoro, Jesus Caldera. Fra le novità, il Ministero dell'Uguaglianza affidato a Bibiana Aido, 31 anni, il ministro più giovane
della democrazia spagnola e quello delle Scienze e dell'Innovazione, ruolo che sarà di Cristina Garmendia, 45 anni.

(12 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/spagna-zapatero/spagna-zapatero/spagna-zapatero.html

...Possiamo?!...

Oggi possiamo
cambiare il Paese
di EUGENIO SCALFARI

SOLE e nuvole si alternano nei cieli d'Italia in questi giorni di un aprile che trattiene ancora una coda d'inverno ma preannuncia col verde dei prati e il profumo dei fiori la più dolce stagione dell'anno. Così ci auguriamo che sia anche per la società italiana, appesantita dai tanti fardelli del passato ma desiderosa di riprendere slancio e di lavorare per un futuro meno avaro di speranze e di risultati.

Vedo che la preoccupazione maggiore di molti osservatori delle vicende politiche, giunti alla scadenza della campagna elettorale, si appunta sul dopo elezioni. Quale che sia l'esito, vinca l'uno o l'altro dei due principali competitori, si teme che dalle urne non esca una netta vittoria e di conseguenza un governo più affannato a durare che capace di affrontare i problemi di fondo che incombono sull'Italia, sull'Europa e sul mondo intero.

Si ripropone a questo punto un tema con il quale siamo alle prese da quindici anni, cioè dall'irruzione di Silvio Berlusconi nella politica: quello della sua legittimità, quello dell'anomalia da lui introdotta nella democrazia italiana e della sua demonizzazione da parte di quella metà del Paese che non si riconosce in lui e lo considera a tutti gli effetti il nemico pubblico numero uno.

Questo diffuso sentimento di delegittimazione che provoca inevitabilmente un'analoga reazione, condizionerà la fase politica successiva al voto? Renderà ancora più arduo governare? Spingerà il vincitore a esercitare vendette e discriminazioni contro i perdenti? Trasformerà l'autorevolezza in autoritarismo seguendo uno schema purtroppo frequente nella nostra storia?

La maggior parte degli osservatori indipendenti riconosce a Walter Veltroni d'aver condotto una campagna elettorale misurata e responsabile, senza toni di rissa, senza attacchi scomposti all'avversario, innovativa ed equilibrata sugli impegni assunti con gli elettori. Il timore che si fa strada in queste ore di pausa e di attesa, anche di fronte alle frequenti incontinenze del leader di centrodestra, è che questo clima possa radicalmente cambiare.

L'esperienza dei due anni passati, durante i quali l'opposizione di centrodestra non ha fatto altro che puntare sulla "spallata" per sgominare l'esile maggioranza di Prodi al Senato pesa giustamente nel ricordo di quanti seguono con attenzione le vicende della politica. Non potendo chiedere a Berlusconi di correggere la sua natura, lo chiedono a Veltroni: quale che sarà la sua posizione post-elettorale, spetterebbe a lui e sopportare con inesauribile pazienza gli spiriti animali dell'avversario.

Doppio gravame per Veltroni e per quella metà del paese che non si riconosce in Berlusconi: blandirlo in caso di vittoria dei democratici, sopportarlo se fosse lui a prevalere di poco senza imitare quanto lui stesso fece. Chiedere che i democratici ed il loro leader si assumano questa duplice responsabilità significa considerarli come la parte politica più responsabile. Per certi aspetti suona come un titolo di merito, per altri somiglia ad una "mission impossible": fare da punching ball non piace a nessuno e non sta scritto in nessun luogo che sia sempre e comunque utile al Paese.

In realtà - chi lo conosce bene lo sa - non è un fascista e neppure un dittatore nel senso militaresco del termine. Non è spietato. Non è xenofobo. Non è razzista. Berlusconi è un pubblicitario. Un venditore. Venderebbe qualunque cosa. Sia detto senza offesa per i pubblicitari di professione: lui è pubblicitario nell'anima, venditore nell'anima.

Quando vende patacche (e gli accade spesso) si convince rapidamente che la sua patacca vale oro zecchino. Perciò è bugiardo con la ferma convinzione di dire sempre la verità. Come tutti i venditori bugiardi è un imbonitore. Come tutti gli imbonitori è un demagogo. Non ha il senso della misura. Strafà. Non rispetta nessuna regola perché le regole le fa solo lui. Guardate l'ultimo atto della sua campagna elettorale, venerdì sera. Pochi minuti alla mezzanotte. Matrix, cioè casa sua, Canale 5. Conduttore Enrico Mentana.

Prima di lui aveva parlato Veltroni per cinquanta minuti. Lui era stato brevemente intervistato da Mimun per il telegiornale delle 20. Poi si era ritirato nello studio del direttore e di lì aveva ascoltato il "récit" del suo avversario. Infine è arrivato il suo turno e ha impiegato gran parte del tempo a ribattere gli argomenti di chi l'aveva preceduto con molta enfasi e parecchi insulti.

Tanto Veltroni era stato pacato e raziocinante tanto lui ha mostrato i denti e la rabbia, ma fin qui niente di speciale, il bello, anzi il bruttissimo, è venuto dopo quando il suo show era terminato, Mentana aveva dichiarato chiusa la trasmissione e aveva cominciato ad illustrare il modo di votare correttamente con davanti un tabellone che riportava un facsimile di scheda elettorale.

Lui non se n'era andato dallo studio, era sempre lì ma fuoricampo. A un certo punto, nello stupore generale, è rientrato in campo, si è sostituito a Mentana ed ha indicato lui il modo di mettere la crocetta sulle schede. Prima che accadesse il peggio, che in realtà stava già accadendo, Mentana ha chiamato la pubblicità e l'indebito spettacolo è stato oscurato. Quest'episodio rivela meglio di qualunque discorso la natura del personaggio e dei suoi spiriti animali.

L'Economist ha scritto che Berlusconi è inadatto a governare una nazione. "Unfit". Non è un insulto e neppure una demonizzazione. Semplicemente una constatazione. "Unfit". Inadatto. Metà degli italiani, da Casini fino a Bertinotti passando per i democratici, la pensano esattamente allo stesso modo e così pure i governi e il Parlamento europei.
Si dirà: contano i voti che usciranno dalle urne. Giustissimo, contano i voti e solo i voti. Resta un Paese diviso in due non soltanto per differenze politiche ma anche da un giudizio sulla persona: "unfit", inadatto, imbonitore, demagogo, venditore di patacche. Metà del Paese pensa questo, ne ha conferma tutti i giorni e sarà molto difficile che cambi idea.

Ci sono infinite altre prove della sua "unfitness" oltre alla miseranda scenetta a Matrix. La più rivoltante è la proclamazione di Mangano, il finto stalliere di Arcore ad eroe. Non si capisce quale tipo di eroismo sia stato il suo, ma sappiamo che è stato condannato a tre ergastoli per associazione mafiosa.

Sappiamo anche che Dell'Utri è in qualche modo connesso a un tentativo di taroccare le schede degli italiani all'estero: un mafioso latitante in Argentina gli ha telefonato proponendogli quell'imbroglio ma Dell'Utri ha risposto di non esser lui la persona adatta e l'ha indirizzato al responsabile del suo partito per gli elettori all'estero, senza però informare di quel contatto né la magistratura né il ministero dell'Interno. Mentre brogli veri si preparano, il leader già ora, in via preventiva, manda in scena una campagna contro i brogli supposti per precostituirsi un alibi in caso di sconfitta elettorale come già fece per tutti i due anni del governo Prodi. "Unfit".

Sostiene di aver lasciato nel 2006 i conti pubblici in perfetto ordine. La controprova sta nelle cifre a causa delle quali siamo stati per due anni messi sotto processo dall'Europa e ne siamo usciti solo dopo le leggi finanziarie di Paoda-Schioppa.

Sostiene anche di aver realizzato il suo "contratto con gli italiani" per l'85 per cento durante gli anni del suo governo, ma in realtà non ha realizzato se non il 15 perché nessuna delle proposte è diventata legge pur disponendo di 100 voti di maggioranza alla Camera e 50 al Senato. Quei voti servivano ad approvare le leggi a suo personale beneficio, dall'abolizione del falso in bilancio alle norme giudiziarie che accorciavano i tempi di prescrizione dei processi, alla Gasparri che ha mantenuto in vita Retequattro contro le reiterate sentenze della Corte.

"Unfit". Si potrebbe e forse si dovrebbe continuare, ma a che pro? L'altro giorno ho ricevuto una lettera da un lettore che mi rimprovera perché - dice lui - ho un pregiudizio contro. Io non ho pregiudizi contro e neppure a favore. Esamino la realtà e conosco le persone. Lui è inadatto.

Venderebbe la Cupola di San Pietro al primo che ci creda. Purtroppo molti ci credono. Forse gli inadatti sono adatti ad una parte di questo Paese il quale, non a caso, è in declino. L'altro ieri l'Ocse ha dimostrato che il nostro declino ha toccato il culmine nel quinquennio 2001-2006. È proprio il quinquennio del suo governo. Sarà magari un caso ma è un dato di fatto e coi dati di fatto non si può polemizzare.

Il pareggio elettorale non ci sarà, o vince uno o vince l'altro. Ma al Senato questa regola vale di meno. Può accadere che uno vinca con una maggioranza relativa e non assoluta. Oppure con una maggioranza di pochissimi voti come fu per Prodi. Tuttavia chi vince anche per un solo voto dovrà governare perché questa è la regola in democrazia.

Veltroni ha proposto un patto di "lealtà repubblicana" che significa un'opposizione che controlla, propone alternative, ma non paralizza l'azione del governo votato dalla maggioranza. Berlusconi ha rifiutato questa proposta.

Questo è lo stato dei fatti. Voglio ancora una volta ricordare la frase di Petrolini a chi l'aveva fischiato.
Disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t'hanno buttato de sotto". È la terza volta che la cito perché descrive splendidamente la situazione e mi sembra una buona chiusura nel giorno in cui andiamo a votare.

Si è creato in queste ultime ore un sommovimento nella pubblica opinione che ricorda quanto avvenne nel 1991 con il referendum di Mario Segni: un voto corale che fece saltare la Prima Repubblica ormai logora e dominata da una logora casta. Questo stesso sentimento può prevalere domani. Domani si può voltar pagina e aprire un ciclo nuovo che rimetta la politica al livello di un'Italia desiderosa di cambiare. Non sprecate questa grande occasione. Siate popolo sovrano perché è questo il vostro giorno.

(13 aprile 2008)

Saturday, April 12, 2008

Che coraggio...

La ragazza era stata sepolta nuda in un fosso. Arrestato un uomo reo confesso
Le aveva dato un passaggio poi l'ha violentata e strangolata. La salma in Italia lunedì
Istanbul, trovata morta
l'artista milanese scomparsa

ISTANBUL - Violentata e uccisa. Giuseppina Pasqualino, 33 anni, l'artista milanese nota come Pippa Bacca scomparsa la scorsa settimana mentre sull'autostrada di Istanbul faceva autostop vestita da sposa per una sua performance, è stata ritrovata. Morta, nuda, in un fosso, fra le cittadine di Kocaeli e Gebze, poco dopo la grande metropoli sul Bosforo.

Arrestato anche il suo assassino. Un uomo che avrebbe confessato, dopo aver portato agenti e magistrati sul luogo dove aveva lasciato il corpo. Si tratta di un giovane che aveva dato alla donna un passaggio alla periferia di Istanbul. Un benzinaio l'aveva notato aprire la portiera della sua jeep alla donna in abito da sposa. Ne aveva parlato alla polizia che ha controllato i video registrati dalle telecamere installate nella zona. Su un filmato, era rimasto impresso il volto dell'assassino in compagnia della donna. Risalire all'identità dello sconosciuto non è stato difficile: il nome e l'indirizzo dell'uomo era schedato da tempo negli archivi dei pregiudicati. Bloccato dagli agenti, l'uomo ha ammesso di aver bruciato i documenti della vittima e di aver sepolto l'artista nei pressi del villaggio di Tavsanli, vicino a Gebze. Nella sua jeep c'era ancora la macchina fotografica della giovane donna.

La notizia del ritrovamento del cadavere è stata data ieri notte dalle forze dell'ordine turche. L'autopsia ha chiarito che Giuseppina Pasqualino è stata strangolata. Ad Istanbul è toccato alla sorella e al fidanzato dell'artista che da giorni erano in Turchia per seguire le indagini, riconoscere la salma. Il feretro di Pippa Barca rientrerà in Italia lunedì.

Elena Manzoni, madre della vittima e sorella di Piero, l'autore della "merda d'artista", pensa di organizzare una mostra con il vestito da sposa che la figlia indossava in Turchia quando è scomparsa. "Mia figlia stava sistemando un seminterrato a Milano per realizzare i suoi progetti artistici. Adesso pensiamo di concludere noi i lavori: lì potremmo anche tenere la mostra, com'era previsto all'inizio, con il vestito da sposa di mia figlia al centro del progetto".

L'artista milanese era in viaggio verso Israele in autostop con un'amica: i vestiti bianchi da sposa sgualciti da migliaia di chilometri, oltre alle foto realizzate dalle due artiste, avrebbero dovuto rappresentare il prodotto finale del loro viaggio-performance nelle zone non pacificate del Mediterraneo.

Simpatica, estroversa, allegra e spontanea, Pippa Bacca aveva già compiuto numerose esperienze, da sola in Europa e in Centro America, in autostop. L'idea dell'ultima performance era nata dall'incontro con Silvia Moro. Le due donne sono partite insieme, l'8 marzo scorso, da Milano. I primi chilometri li hanno fatti sulle vecchie Vespe dei fidanzati, poi sulle autostrade italiane, slovene e croate chiedendo un passaggio, esibendo i loro vestiti bianchi e il cartello di cartone che indica a pennarello la località che si prefiggevano di raggiungere. Così Pippa e Silvia si sono fotografate apparentemente felici sulla strada per Zagabria, come comparivano infatti sulla home page del sito dedicato al progetto.

LE IMMAGINI

"Il nostro sogno - raccontava Pippa - è di percorrere in autostop quei paesi che sono stati sconvolti da guerre recenti e non sempre completamente sedate, un viaggio un po' ardito, lo so, quello di due bellissime spose vestite per un matrimonio. Un matrimonio che forse è già avvenuto e che forse non avverrà, o che forse è rappresentato dal viaggio stesso".

Le notizie si erano fermate al 31 marzo. La famiglia aveva subito denunciato la sua scomparsa, e nei giorni scorsi la sorella Antonietta e il fidanzato Giovanni Chiari erano partiti per Ankara, dove avevano trovato il sostegno delle autorità diplomatiche italiane e degli inquirenti turchi. In breve, si è formata una rete, anche attraverso le radio, le tv, i giornali, per trovare Giuseppina. La sua compagna, rintracciata ad Ankara, non era riuscita però ad essere utile per le indagini: da quando si erano separate, non aveva più notizie di Giuseppina. Avrebbero dovuto ritrovarsi in Libano.

A Milano, la denuncia per la sua scomparsa era arrivata sul tavolo del pubblico ministero Ilda Boccassini. Per la donna amici e parenti avevano appena lanciato una campagna per appendere lenzuola e striscioni ai balconi, con la scritta "Salvate Pippa Bacca".

(12 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/turchia-sposa-scomparsa/trovata-morta/trovata-morta.html

Thursday, April 10, 2008

Sulle tracce dell'ostaggio da sei anni nelle mani delle Farc

Reportage dal villaggio di El Capricho, in Colombia
A fine febbraio l'hanno portata in questo piccolo ambulatorio
Poi è scomparsa di nuovo. Il parroco: "Tutti sanno ma tutti tacciono"
dal nostro inviato OMERO CIAI
EL CAPRICHO (COLOMBIA) - A fine febbraio un gruppo di guerriglieri ha portato fin qui Ingrid Bétancourt, per curarla dopo i sei anni trascorsi nella giungla. La sua ultima apparizione risale al 23 marzo in un altro villaggio della zona dove vennero rilasciate Clara Rojas insieme al figlio Emmanuel e Consuelo Gonzalez. Tre stanzette spoglie e sporche, due barelle, uno scaffale polveroso con piccole ampolle di medicinali in un assolato villaggio ai margini della selva. Poi, come fantasmi, sono scomparsi tutti. Il giovane medico, Andres Mauricio Teheran, ha abbandonato il Pronto soccorso; l'infermiera ha chiesto il trasferimento e suo marito, autista dell'ambulanza, si è messo in ferie. All'esercito che li ha interrogati hanno smentito di aver incontrato l'ostaggio numero uno di tutta la Colombia. E quando un tenente ha minacciato di sottoporli alla "macchina della verità" si sono dileguati. Oggi nell'ambulatorio di El Capricho c'è un nuovo dottore. Temporaneo, perché qui non ci vuole venire nessuno e il Ministero della Sanità ci spedisce i giovani laureati in missione obbligatoria per sei mesi. Nel villaggio, un centinaio di case di legno, vivono 700 abitanti. È gente di frontiera. Ultimo lembo di una colonizzazione iniziata negli anni Sessanta ed esplosa alla fine degli anni Ottanta quando, con Pablo Escobar re del narcotraffico, migliaia di coloni raggiunsero questa regione nel sud-est del paese per strappare alla giungla la terra propizia per le piantagioni di foglia di coca. La guerriglia li proteggeva, l'esercito non c'era e la legge era quella che ognuno aveva la forza di imporre. Questa vita li ha resi chiusi e sospettosi. "Per sopravvivere quaggiù - racconta Jorge, un giovanotto nato nel boom della colonizzazione - non devi dare confidenza a nessuno. Perché un anno comandano i soldati, l'anno dopo la guerriglia e quello dopo ancora un gruppo di paramilitari. Vanno e vengono come le stagioni. Se ti leghi a qualcuno, se collabori, gli altri ti ammazzano".

L'ultima apparizione di Ingrid Betancourt risale alla mezzanotte del 23 marzo in un altro villaggio della zona, El Retorno, non lontano da quello, La Libertad, dove grazie alla mediazione del presidente venezuelano Chavez, a gennaio vennero rilasciate Clara Rojas (l'assistente della senatrice franco-colombiana) insieme al figlio Emmanuel, avuto durante la prigionia, e Consuelo Gonzalez, una ex deputata. A rivelarlo è il parroco, Manuel Mancera, unico custode della confessione di un anonimo contadino. L'incontro sarebbe avvenuto fuori dal paese lungo un sentiero sterrato che si perde nella vegetazione rigogliosa della giungla. Il contadino ha raccontato al prete di aver incontrato la Betancourt nel corso di un trasferimento notturno da una prigione ad un'altra e di averla riconosciuta grazie alle fotografie che aveva visto in tv. Era debole, aveva l'aria dimessa. Il contadino le avrebbe stretto la mano cercando di rianimarla, dicendole "Forza, forza". E lei, senza parlare, gli avrebbe sorriso. Mancera è un Padre istrionico, vulcanico. Durante la messa suona con brio un pianoforte appoggiato al lato dell'altare e canta insieme ai fedeli pregando per la libertà di Ingrid. Sul breve ricovero dell'ostaggio nel Pronto soccorso di El Capricho e sul successivo avvistamento di El Retorno non ha dubbi: "Tutti sanno ma tutti tacciono". Per il timore di rappresaglie, aggiunge. La regione del Guaviare è diventata in questi mesi l'epicentro della politica colombiana. Sei ostaggi sono stati rilasciati in quest'area. Le prime due donne a La Libertad, gli altri quattro nel villaggio di La Paz. La Betancourt è stata curata nel piccolo ospedale di El Capricho e più tardi avvistata a El Retorno. "Capriccio", "Ritorno", "Pace", "Libertà". E' come se le Farc stessero utilizzando il linguaggio di un messaggio in codice, e un buon investigatore, esaminando territorio e toponomastica, potrebbe individuare il luogo della prossima rivelazione.

El Capricho, il villaggio dove è stata vista per l'ultima volta, Ingrid BetancourtIn cima al triangolo dell'area colonizzata c'è la capitale del Guaviare, San José, 400 chilometri a sud di Bogotà e 60 mila abitanti che oggi, dopo l'arrivo dell'esercito spinto fin qui dai programmi di "tolleranza zero" del "Plan Colombia" finanziato dagli Stati Uniti, vivono l'illusione di potersi finalmente riconvertire: da coltivatori nelle piantagioni di coca all'allevamento del bestiame e alla produzione di frutta tropicale. Dall'altra parte, nell'apice che si incunea verso la giungla, c'è Calamar, trenta case addossate alla pista di un aeroporto militare. Tutt'intorno è selva, giù fino all'orizzonte verso le frontiere con l'Ecuador, il Perù e il Brasile. L'immensa terra delle Farc e delle sue inaccessibili prigioni. Nella guarnigione di San José ci sono settemila soldati e la gente del posto dice di aver visto anche molti "gringos", i consiglieri militari statunitensi. Ma controllare la miriade di piccoli villaggi che appaiono improvvisi con le loro baracche di latta e legno confuse con la vegetazione, è quasi impossibile. Le strade sono tortuosi sentieri di terra battuta che diventano pozze di fango e scompaiono nella stagione delle piogge. Ogni sei mesi bisogna tracciarle di nuovo. Fino all'inizio di questo secolo nella grande piazza rettangolare che disegna il centro di San José ogni settimana si teneva il Gramaje, la vendita a peso delle foglie di coca agli intermediari dei grandi cartelli di Calì o di Medellin. Atterravano quaggiù su piccoli aerei che oggi trasportano gli inviati di tutta la stampa francese e delle grandi agenzie. Ma l'arrivo dell'esercito ha cambiato la vita dei coloni e trasformato il mercato della coca. Oggi le piantagioni sono molto più a sud e i narcos hanno allestito i laboratori chimici nella giungla: in tal modo non devono più trasportare le foglie ma direttamente la pasta base della cocaina. La guerriglia vigila e incassa la tassa sulla produzione.

L'interno dell'ambulatorio di El CaprichoA San José si dice che i trafficanti siano in difficoltà, che le incursioni sempre più frequenti delle Forze armate, i bombardamenti e il rastrellamento degli aerei spia, abbiano indebolito le Farc. Fino al punto che Uribe, il presidente colombiano, si sarebbe convinto del fatto che saranno dei disertori, prima o poi, a restituirgli la Betancourt senza che lui debba piegarsi ai ricatti dei leader guerriglieri. Ed effettivamente le taglie, milioni di dollari, che vengono elargite dal governo ai ribelli che uccidono i loro capi e si consegnano ai soldati, cominciano a funzionare. L'ultimo caso è quello di Ivan Rios, il membro del Segretariato delle Farc (dieci uomini in tutto), ammazzato nel sonno dalla sua truppa. Ma sono appena voci che si rincorrono. Proprio come le apparizioni di Ingrid. L'area della giungla è talmente vasta che le versioni cambiano di villaggio in villaggio come parole che sfidano il vento. Non appena Marulanda, l'anziano leader della guerriglia, ha respinto la missione sanitaria francese, il Falcon 50 dell'Eliseo ha immediatamente lasciato l'aeroporto militare di Catam, a Bogotà, per tornarsene mestamente a Parigi. Eppure non c'è altro modo che scendere nel ventre del Guaviare per capire questa guerra civile che dissangua la Colombia da cinquant'anni. Il dominio delle Farc è direttamente proporzionale all'abbandono istituzionale di queste aree, all'avidità dei narcos e all'assenza di infrastrutture, strade e aeroporti in primis. Ne sa qualcosa Alejandro, un giovane contadino, già padre di quattro figli, che ha riciclato la sua piantagione di coca in papaya. Peccato che da qui nessuno si prenda la briga di trasportargli la papaya in aereo verso qualche ricco mercato: costerebbe troppo. "Se ci fosse una buona strada, un magazzino con i frigoriferi per conservare la frutta - sogna Alejandro - chissà, magari sarebbe diverso". Del resto non solo lo spazio ma anche lo scorrere del tempo in questi luoghi tropicali ha una dimensione astratta. I tempi di Parigi non sono quelli di Marulanda. Se nessuno cederà qualcosa la prigionia della Betancourt potrebbe durare ancora molto a lungo. Perché per le Farc è un ostaggio prezioso tanto quanto la sopravvivenza della guerriglia.

(10 aprile 2008)
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/betancourt-farc/betancourt-reportage-ciai/betancourt-reportage-ciai.html

Fuga dei disperati dalla Birmania 54 morti nel cassone di un camion

La tragedia scoperta in Thailandia dove i poveretti (molte donne) cercavano di arrivare per trovare un lavoro. Un guasto all'impianto di areazione
BANGKOK - Tragedia della disperazione tra la Birmania e la Thailandia: 54 birmani, che erano riusciti ad attraversare illegalmente il confine, sono rimasti soffocati all'interno del frigorifero di un camion per il trasporto del pesce. Al viaggio, organizzato dai trafficanti di lavoratori, sono sopravvissuti 67 altri disperati, molti dei quali però sono stati ricoverati in ospedale, in stato di semi-incoscienza. La tragedia, l'ultima in una serie di fatalità che hanno coinvolto birmani in fuga dalle precarie condizioni di vita nel loro Paese, uno dei più poveri del mondo, è accaduta nella provincia di Ranong, una zona al confine dove sono molte attive le bande di criminali dedite al contrabbando degli immigrati destinati al lavoro illegale in Thailandia. La polizia ha spiegato che i clandestini, in gran parte donne, sono rimasti chiusi per ore all'interno del container, con l'aria che scarseggiava man mano che il tempio trascorreva, perchè il sistema di ventilazione aerea non funzionava per un guasto. I birmani avevano pagato circa cinquemila bat a testa (più o meno 160 dollari) nella speranza di arrivare a Phuket, la località turistica distante circa 150 chilometri a sud di Ranong, dove lavorano illegalmente decine di migliaia di birmani in cerca di una vita migliore.

(10 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/birmania-54-morti/birmania-54-morti/birmania-54-morti.html

Monday, April 7, 2008

In India il Muro della vergogna. Le foto segrete dell'orrore in Tibet

Il reportage / A McLeod Ganj, casa indiana del Dalai Lama, le istantanee della rivolta di Lhasa che hanno aggirato la censura
Gli scatti provano la repressone: cadaveri e corpi deformati dalle botte dei militari
dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO
Le foto della rivolta di Lhasa repressa nel sangue

DHARAMSALA - Le foto sono sbiadite, i colori spenti, le figure sgranate. Le hanno immortalate con il cellulare, tra le vie, gli anfratti, le case anonime di Lhasa: scatti frettolosi, rubati, mentre i reparti speciali della polizia e l'esercito cinese davano la caccia ai feriti e portavano via i morti della rivolta. Adesso sono lì, prove crude e concrete; per un mondo che prima inorridisce, s'indigna, condanna e poi, sommessamente, chiude gli occhi e rimuove, schiacciato dagli interessi economici, deciso a non alterare gli equilibri geopolitici di un'area che resta e deve restare immutata. Corpi nudi, di uomini. Corpi deformati dai colpi, dalle percosse, le bocche chiuse in una smorfia che non sai se attribuire al dolore o all'ultimo respiro di un'agonia infinita.

Cadaveri distesi pieni di sangue rattrappito, i fori dei proiettili all'altezza del viso, del petto, dei fianchi, delle gambe, della schiena, della testa. Qualcuno ha avuto la forza e il coraggio di spedirli ad altri cellulari, a siti sicuri e protetti del web in una corsa contro il tempo. Prima del black-out, dei ripetitori disattivati, del blocco delle linee telefoniche, delle tv oscurate, delle retate porta a porta, nei monasteri, nelle università, negli alberghi, negli ospedali. Prima degli arresti e del cerchio di acciaio e piombo che ha sigillato l'intero Tibet.

Le foto, stampate come un manifesto, campeggiano su un filo di naylon teso sopra il cancello d'ingresso del "Tsuglakhang complex", la residenza ufficiale in esilio del Dalai Lama immersa nel cuore di McLeod Ganj, India del nord, il villaggio-simbolo del Tibet in fuga abbarbicato sul costone di una montagna che si arrampica verso la catena dell'Himalaya. Quaranta uomini e quaranta donne del villaggio, seduti in due distinti recinti, gli uni di fronte alle altre, proseguono da tre settimane lo sciopero della fame e della sete.

Si danno il cambio ogni 12 ore. Cantano a voce bassa, pregano, sollevano provati le dita della mano in segno di vittoria. Le voci si affievoliscono con il passare delle ore, i corpi si distendono, qualcuno crolla tra coperte e giacche, teli, cartelli con gli slogan, incensi che bruciano. Davanti ondeggiano le foto, sospinte da folate di vento gelido che scende dalle vette innevate dell'Himalaya. Sono un pugno allo stomaco. Centinaia di persone le osservano, le fotografano, le filmano, le studiano da vicino. Chi per riconoscere un familiare, un amico, un conoscente.

Chi soltanto per inorridire di fronte ad una mattanza che difficilmente troverà giustizia. Nonostante le proteste di mezzo mondo, pochissimi paesi hanno insistito per sapere la verità. Il mitico "Shangri-là", il tetto del mondo, la terra nella quale il buddismo, simbolo di pace e di tolleranza, affonda le sue radici, resta chiuso agli stranieri e ai turisti cinesi. Bisognerà attendere il primo maggio, festa dei lavoratori, data scelta da Pechino con chiara valenza politica, per capire e vedere con i propri occhi cosa sta veramente accadendo dal 10 scorso a Lhasa e nelle province vicine di Sichan, Gansu e Qinghai.

Attraverso il segretario del partito comunista del Tibet, la Cina ha annunciato che da quel giorno la regione centroasiatica riaprirà i battenti al mondo. Perché l'industria turistica ha risentito del blocco e perché Pechino vuole presentarsi a testa alta all'appuntamento con le Olimpiadi di agosto.

Le voci che giungono qui raccontano di carri armati schierati nei principali incroci di Lhasa, di monasteri ancora chiusi e assediati, di pattugliamenti incessanti su tutte le strade e di elicotteri che volteggiano in cielo pronti a mitragliare il primo assembramento sospetto. Non sappiamo se sia vero. Sappiamo solo ciò che raccontano le testimonianze raccolte e riproposte ogni giorno a McLeod Ganj durante il corteo che si snoda lungo le vie del villaggio per tenere accesa l'attenzione sul Tibet.

Storie che si assomigliano tutte, per l'orrore che svelano e per il terrore di chi le racconta. Il tempo, però, tende a smorzare i sentimenti. Più passano i giorni più l'appuntamento delle sei del pomeriggio, un pellegrinaggio di monaci, sostenitori, turisti, ragazzi e ragazze venuti da ogni angolo del pianeta, le candele accese, bandiere tibetane, preghiere e slogan, sembra un rito stanco. Un ragazzo, armato di megafono, passa per tutte le vie del villaggio e invita la gente a radunarsi.

L'appello è accolto, più per forma che per sostanza. E ogni giorno la folla dei primi momenti, quando questa fetta di Tibet in esilio si radunava in massa, chiudeva negozi, bar e ristoranti e gridava la sua rabbia mista al dolore, si assottiglia sempre di più.

Resistono l'orgoglio di un popolo defraudato della sua terra, il desiderio di verità e di giustizia, una solidarietà diffusa, istintiva. Ma in giro si respira un sentimento di impotenza. Per ben quattro volte, negli ultimi dieci giorni, i vertici di India e Cina si sono sentiti al telefono: Pechino ha chiesto a New Delhi garanzie sul percorso della fiaccola olimpica che il 17 aprile passerà nella capitale e ha sollecitato una presa di posizione più decisa sul tema del Tibet.

Il premier Manmohan Singh si è detto contrario al boicottaggio dei Giochi e ha sollecitato il Dalai Lama a non svolgere alcuna attività politica anticinese fino a quando sarà ospitato. Perfino il gesto di Baichung Bhutia, capitano della nazionale di calcio indiana, considerato una vera star per aver diffuso il football in un paese che vive solo per il cricket, è caduto nel vuoto. Ha respinto l'invito a portare la fiaccola quando passerà a New Delhi. Ma è rimasto solo. Nessuna delle altre 50 celebrità dello spettacolo e dello sport coinvolte nell'operazione politico-diplomatica si è tirata indietro. Ammir Khan, stella di Bollywood a cui si era appellato lo Tibetan youth congress, si è detto "orgoglioso" di alzare la fiamma olimpica. "Nessuno rifiuta", ha motivato, "non vedo perché l'India dovrebbe rinunciare a questo onore".

Sorride nervoso il presidente della Tibetan youth congress, Tsewang Rigzin: "Da un punto di vista religioso rispettiamo le opinioni del Dalai Lama ma sul piano politico siamo favorevoli al boicottaggio. Far passare per Lhasa e piantare sulla cima dell'Everest la fiaccola è un gesto politico, non sportivo".

Anche la gente di McLeod Ganj non si rassegna. Ma la vita deve ricominciare. Riaprono i negozi, gli alberghi, i bar, le sale da tè, i ristoranti. I turisti di sempre arrivano giorno e notte, con gli autobus carichi all'inverosimile, i taxi traballanti, i treni colmi di passeggeri. Un fiume umano di donne, uomini, spesso giovanissimi, che qui cerca la soluzione ai propri affanni. Con corsi di filosofia tibetana, di magia, di massaggi, di lingua, di astrologia, di yoga e di meditazione. Tra nobile volontariato, bonzi fuggiti da un inferno, qualche cialtrone e i soliti approfittatori. La gente segue, studia, partecipa. S'immerge fino al collo in questo ambiente, rispettando alla lettera valori e usanze. Sveglia all'alba, niente alcol, fumo e cibo solo vegetariano. C'è chi rimane un mese, chi un anno, chi il resto dei propri giorni. Vanno e vengono. La comunità tibetana vive anche su questo. Sognando, da mezzo secolo, di tornare un giorno a casa.

Gruppi di ragazzi si allenano correndo sulle strade in salita del paese, altri si riscaldano con esercizi sulle terrazze dei campi coltivati a grano. Forse pensano alle Olimpiadi. Quelle vere, libere. Con la bandiera gialla, blu e rossa del Tibet che garrisce al vento.

(6 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-4/tibet-scontri-lhasa-4/tibet-scontri-lhasa-4.html

Torcia olimpica a Londra, proteste. Manifestanti cercano di spegnerla

Centinaia di dimostranti pro-Tibet nella capitale britannica
Scontri con le forze dell'ordine, arrestate almeno 30 persone
L'ambasciatore cinese Fu Ying fa il tedoforo, ma con un cambio di programma
L'imbarazzo di Downing Street: "Il passaggio non rappresenta un appoggio a Pechino"

LONDRA - Proteste contro la repressione cinese in Tibet anche a Londra, tappa odierna del viaggio della fiaccola olimpica. Scontri tra polizia e un piccolo gruppo di manifestanti sono scoppiati fuori dallo stadio di Wembley, da dove la torcia ha iniziato il suo giro per la capitale britannica, imbiancata da una nevicata fuori stagione. Un dimostrante ha cercato di impadronirsi della torcia e di spegnerla con un estintore durante il suo passaggio per le strade a bordo di un tipico bus londinese a due piani. Altri tafferugli nella zona di Trafalgar Square. Almeno 30 persone sono state arrestate. Malgrado l'imponente dispositivo di sicurezza, centinaia di militanti pro-Tibet con cartelli e bandiere hanno atteso il passaggio della fiaccola lungo il percorso. L'ambasciatore cinese, la signora Fu Ying, che doveva portarla per un breve tratto accanto al British Museum, ha fatto da tedoforo a Chinatown, dove c'erano minori rischi di incontrare contestatori.

LE IMMAGINI

La cerimonia. La cerimonia è iniziata poco dopo le 10.30 ora locale (le 11.30 italiane) allo stadio di Wembley, mentre cadeva la neve. Il primo degli 80 tedofori è stato il canottiere Steve Redgrave, vincitore di cinque medaglie d'oro olimpiche. Accanto a lui, nel momento in cui è uscito dallo stadio, correvano alcuni giovani e dei poliziotti. Redgrave ha poi ceduto la fiaccola a una giovane atleta che è salita su un autobus scoperto. Sportivi e celebrità devono portarla in giro a piedi, in bicicletta, in barca e in autobus per otto ore facendole percorrere in totale 50 chilometri.

L'assalto. L'assalto è avvenuto nella zona di Ladbroke Road, all'angolo con Holland Park Avenue (ovest di Londra). Due militanti, Martin Wyness e Ashley Darby, che avevano scritto 'estintori di propaganda' sui due estintori, si sono gettati sul tedoforo Chris Parker, mentre questi stava passando la fiaccola al tedoforo successivo. Sono stati immediatamente bloccati dalla polizia. I due avevano diffuso una dichiarazione in cui dicono di non avercela "con il popolo cinese, ma con il brutale regime che li governa, con il suo orribile trattamento dei diritti umani. La Cina non ha diritto di far passare la fiaccola da Londra". Un altro arresto, poco distante, è stato mostrato dalle tv: un dimostrante che tentava di strappare la torcia a una presentatrice della Bbc, Konnie Huq.

Gli scontri. Poco prima che la fiaccola arrivasse a Downing Street, dove ad attenderla c'era il premier Gordon Brown, scontri sono avvenuti tra i manifestanti pro-Tibet e quelli, pure presenti, pro-Cina. La polizia tentava di tenerli separati, ma i gruppi sono entrati in contatto. Diversi gli arresti. Ogni tanto, durante il percorso, la polizia ha dovuto fermare qualche manifestante che cercava di buttarsi davanti ai diversi tedofori - in tutto 80 per i circa 50 chilometri di percorso fino a North Greenwich (sudest di Londra) - per bloccare la corsa. Alla fine, i fermati sono stati almeno 36, secondo quanto ha riferito Scotland Yard.

L'imbarazzo di Downing Street. La giornata è stata politicamente difficile per il governo di Londra, che ha negato che questa parata della fiaccola sia stata un implicito appoggio alla Cina: "Il passaggio attraverso Londra non significa assolutamente che appoggiamo il governo cinese in certi suoi comportamenti - ha detto il sottosegretario britannico con delega alle Olimpiadi Tessa Jowell, al passaggio della torcia a Downing Street - siamo stati assolutamente chiari con la Cina, devono dialogare con il Dalai Lama sulla situazione in Tibet".

(6 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa-4/torcia-londra/torcia-londra.html

Quando lo Stato italiano vessava i suoi emigrati

GLI ALTRI NOI, Storie di immigrazione di Giovanni Maria Bellu

Non siamo stati solo "albanesi" come, qualche anno fa, ci ha raccontato Gian Antonio Stella nel suo fondamentale L'orda - quando gli albanesi eravamo noi. In un certo senso siamo stati anche romeni, srilankesi, filippini, marocchini e cinesi. Lo siamo stati perché, dal punto di vista delle leggi, abbiamo avuto un'esperienza molto simile a quella degli immigrati di oggi. Di più: le linee essenziali dell'attuale legislazione hanno come modello le norme che, nei primi due decenni del dopoguerra, furono sperimentate sui nostri emigrati. E' quanto si scopre leggendo Lavoro in movimento - L'emigrazione italiana in Europa, 1945-57 di Michele Colucci, recentemente pubblicato da Donzelli.

Sono innumerevoli le analogie tra il nostro passato di emigrati e il presente di quelli che vengono da noi. Sono stati i nostri emigrati a sperimentare per primi la connessione rigida tra il possesso di un contratto di lavoro e la possibilità di risiedere in uno Stato estero. E sono stati i primi a reagire con l'emigrazione clandestina alla macchinosità delle normative che stabilivano le procedure per l'espatrio legale. E' nell'immediato dopoguerra che nascono ambigue agenzie di intermediazione e "centri di reclutamento" non molto diversi da quelli che oggi rappresentano il volto formalmente legale del traffico di esseri umani. La ragione è la stessa di oggi: "Chi favoriva l'immigrazione clandestina - scrive Colucci - lo faceva per disporre di manodopera basso costo e ricattabile".

Così come gli attuali immigrati stranieri in Italia, i nostri emigrati in Francia, in Germania, in Belgio, erano lavoratori di serie B e, a dispetto delle solenni dichiarazioni di principio contenute nelle premesse degli accordi bilaterali, godevano di minori diritti ed erano esposti a maggiori rischi sul lavoro. Prima della tragedia di Marcinelle (1956, 126 vittime italiane) in Belgio erano già morti 520 nostri minatori.

E' nell'immediato dopoguerra che l'Europa conosce, sulla pelle degli italiani, le prime tragedie dell'immigrazione. Il confine da superare non è il Mediterraneo, ma le Alpi. E così il killer non è il mare, ma la polizia svizzera. Il 28 ottobre del 1946 le guardie di confine uccidono "tale Mancassola Pietro, fu Adamo, di anni 23, bracciante", che non ha "aderito alle intimazioni di fermo", come spiega qualche giorno dopo un documento della direzione generale del ministero dell'Interno.

Ciò che colpisce maggiormente è l'atteggiamento dello Stato italiano. Nel 1948 vennero istituiti, con lo scopo dichiarato di rendere più semplice l'emigrazione, i "centri di raccolta". Luoghi desolati dove spesso il numero dei poliziotti era di gran lunga superiore a quello dei medici e degli assistenti sociali. Poi, nei paesi di arrivo, i rappresentanti dello Stato italiano erano non solo indifferenti ma addirittura ostili. Ed ecco l'agghiacciante conversazione tra un ragazzo di 23 anni che ha perso un braccio in un incidente sul lavoro e il nostro funzionario consolare in Svizzera che lo esorta a considerarsi fortunato visto che avrà un risarcimento di un milione di lire. "I lavoratori che emigravano - scrive ancora Colucci - erano una presenza scomoda. Una "rogna" per le autorità consolari costrette a occuparsi di loro controvoglia e con scarso interesse. Una scomodità per chi ne aveva organizzato e disposto la partenza".

In definitiva, all'assenza attuale di un'adeguata politica nazionale verso l'immigrazione straniera, si trova un riscontro nell'atteggiamento sciatto delle prime istituzioni repubblicane verso l'emigrazione italiana all'estero. E' un elemento da tenere presente: forse a volte si scambia per xenofobia quella che, in realtà, è solo l'ultima puntata di una lunga storia di indifferenza verso i più deboli.

(glialtrinoi@repubblica.it)
(6 aprile 2008)

Friday, April 4, 2008

"No alla pillola del giorno dopo" Pisa, la Procura apre un'inchiesta

Dopo il rifiuto opposto a due ragazze che chiedevano il farmacospunta un altro caso che si è verificato qualche mese fa a Firenze
"No alla pillola del giorno dopo"Pisa, la Procura apre un'inchiesta
Asl, verso le sanzioni."Avvenire" difende i medici:"Legittimo rifiutare"

di MAURIZIO BOLOGNI

Una confezione della cosiddetta pillola del giorno dopoFIRENZE - La procura di Pisa apre un'inchiesta per la pillola del giorno dopo rifiutata a due ragazze e intanto da Firenze arriva via mail a Repubblica la segnalazione di un caso analogo: "Ho telefonato alla guardia medica del mio quartiere, hanno rifiutato la prescrizione e mi hanno detto di rivolgermi altrove". Anche questa denuncia, come a Pisa, tira in ballo non un singolo medico ma un intero servizio pubblico di guardia medica. Quando è così, le cose si complicano, come ha ribadito ieri il ministro della sanità Livia Turco in una lettera alla Federazione nazionale dei medici. Occorre "che la prescrizione della contraccezione d'emergenza sia garantita, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei pronto soccorso e nelle guardie mediche, prevedendo la presenza di almeno un medico non obiettore in ogni distretto sanitario". Prende spunto dai casi di Pisa L'Avvenire di ieri per difendere la libertà di scelta dei medici. Sui fatti di questi giorni, in particolare, il giornale dei vescovi minimizza: li definisce "di rilievo limitato, ma occasione per alcuni laicisti per riaprire polemiche stantie, accusare i cattolici di oscurantismo, stigmatizzare i medici obiettori". Antonio di Bugno, che svolge le funzioni di capo della procura a Pisa, ha invece aperto un'inchiesta sulla base degli articoli di stampa: l'ipotesi di reato potrebbe essere interruzione di pubblico servizio. Mentre i vertici della Asl pisana, che ieri hanno sentito i due medici indicati come autori del rifiuto, concluderanno entro la settimana l'indagine interna. Eventuali contestazioni potranno essere utilizzate in fase di processo penale, come prove per una condanna, o in fase disciplinare presso l'ordine: i medici rischiano la sospensione. I casi risalgono alla vigilia di Pasqua e alla notte tra mercoledì e giovedì di una settimana fa. A Pasqua una ventenne, con il fidanzato, va alla guardia medica del quartiere "I Passi" e trova un cartello che dice "qui non si prescrive la pillola del giorno dopo. Rivolgersi al proprio medico, pronto soccorso, ginecologia, consultorio, qualsiasi medico privato". Nel secondo caso una ragazza denuncia di aver ricevuto dinieghi di prescrizione dal pronto soccorso dell'ospedale Santa Chiara oltre che dalla guardia medica. La Asl però assolve il pronto soccorso dove "la pillola è stata somministrata in entrambi i casi".

Resta il comportamento delle due guardie mediche che ieri sono state sentite dal direttore sanitario dell'Asl 5 Rocco Damone e che hanno prodotto una relazione difensiva. Damone vuole in particolare valutare se i dottori hanno violato gli articoli 22 e 36 del codice deontologico: il primo consente al medico di non prestare la propria opera se in contrasto con le proprie convinzioni ma gli impone di informare l'utente su come godere del servizio, mentre il secondo subordina l'obiezione di coscienza all'emergenza (il farmaco va somministrato entro 12 ore e non oltre 72 ore dal rapporto e - precisa il foglietto delle istruzioni - non interrompe gravidanze in atto ndr).

(4 aprile 2008)

http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/pillola-negata/pillola-negata/pillola-negata.html

Ciro il fotografo degli operai

http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=7584976612268017949

Ciro Quratanta: 53 anni. Note particolari: figlio di contadini, ex operaio alla Belelli di Taranto dove ha lavorato per tren'anni. Padre di due figlie Ciro Qaranta ha sempre avuto una passione, quella per la fotografia.. Da ragazzo studia da perito elettrotecnico alle scuole serali. Arriva, non senza fatica, la prima macchina fotografia con la quale comincia a scattere immagini che hanno come soggetto gli operai. Il suo mito è Cartier-Bresson, uno dei padri nobili di quest'arte. Nel 1990 Quaranta partecipa ad uno stage con René Burri, il fotografo di Fidel Castro e Che Guevera. Da lì in poi è tutto in discesa. Quaranta è bravo e molte agenzie fanno a gara per accaparrarsi i suoi lavori. Ma lui è un uomo libero e di lavorare su commissione non ci pensa proprio. La mostra che gli dedica il Museo nazionale Archeologico di Taranto, realizzata grazie alla Provincia, è un omaggio ad un artista schivo e geniale che con i suoi "racconti" per immagini rappresenta, in tempi in cui si tende a dimenticare la storia della classe operaia, il custode della memoria: del lavoro e dei suoi protagonisti. La mostra resterà aperta fino primo giugno

Tuesday, March 18, 2008

Ancora Genova...

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"
"Io, l'infame della casermache ha denunciato quelle torture"
di GIUSEPPE D'AVANZO

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

(18 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/infame-bolzaneto.html

Monday, March 17, 2008

http://rampini.blogautore.repubblica.it su Tibet

Lunedì, 17 Marzo 2008
Tibet? L’America ha ben altre preoccupazioni…
Al loro risveglio questo lunedi` mattina gli europei apprenderanno che: 1) Di domenica pomeriggio a New York la banca JP Morgan ha “salvato” la sua disastrata ex-concorrente Bear Stearns comprandola per 2 dollari ad azione mentre venerdi` il titolo Bear Stearns aveva una quotazione di Borsa di 30 dollari gia` “scontata” dopo un crollo del 50% (iene e avvoltoi sono dei dilettanti al confronto di questa gente qui…). 2) Alle 19.30 ora della East Coast (di domenica sera!) la Federal Reserve ha deciso un nuovo ribasso dello 0,25% sul tasso che pratica nel rifinanziamento delle banche ed ha annunciato l’apertura di un altro sportello di rifinanziamento per banche in difficolta` (praticamente ne annuncia uno nuovo ogni tre giorni). O il banchiere centrale degli Stati Uniti Ben Bernanke e` in preda al panico o ha capito che sta veramente per crollargli il cielo addosso. Di certo si capisce perche` gia` domenica il Tibet era stato declassato in pagina interna del New York Times, spodestato dalla prima pagina dove dominano i timori di un grande crac finanziario. Con i problemi che ha l’America - e il bisogno di capitali esteri - non e` il momento per far salire la tensione nei rapporti con il governo di Pechino.

Domenica, 16 Marzo 2008
Le vere ragioni della morsa cinese sul Tibet
Le vere ragioni della determinazione con cui Pechino da 58 anni tiene in pugno questa immensa nazione montagnosa, semidesertica e quasi inaccessibile: 1) il suo ruolo originario di cuscinetto strategico in vista di un conflitto con l’India e/o con altre potenze presenti nell’Asia centrale; 2) la scoperta piu` recente di ricchi giacimenti di materie prime e metalli rari che fanno del controllo del Tibet una risorsa essenziale per lo sviluppo industriale delle zone costiere; 3) infine il significato simbolico che questa regione ha nella storia del buddismo in una fase di riscoperta del retaggio religioso tra alcune fasce della popolazione cinese.

Domenica, 16 Marzo 2008
Tibet, perche` la protesta contagia lo Sichuan
Il dilagare degli scontri in altre regioni della Cina, a cominciare dallo Sichuan, si spiega con il fatto che il Tibet originario era molto piu` largo di quello racchiuso nei confini attuali. Dopo averlo invaso i cinesi ne hanno “ritagliato” dei pezzi che sono stati annessi alle provincie vicine come lo Sichuan e lo Yunnan. Il Tibet etnico rimane quindi ben piu` largo di quello amministrativo perche` sacche di popolazione tibetana vivono nelle zone limitrofe. E si sentono perfino piu` oppressi dei loro conterranei di Lhasa.

Sabato, 15 Marzo 2008
La storia del terrore cinese in Tibet
Da “L’ombra di Mao”:
Il Dalai Lama è la figura più odiata dai governanti cinesi. Perfino il suo volto è all’indice: l’onnipresente polizia cinese arresterebbe chiunque dovesse esibire una sua foto. Ma nessuna censura, nessuna persecuzione è riuscita a sconfiggere la religiosità diffusa, mistica e corale del popolo tibetano. Lo spettacolo dei pellegrini che invadono quotidianamente Lhasa oggi sembra “normale” perché Pechino ha ripristinato – alle sue condizioni – la libertà di culto. In realtà questo spettacolo è una dimostrazione impressionante di resistenza passiva, alla luce di quel che i buddisti hanno dovuto soffrire. Dopo l’invasione militare cinese del 1950, la tolleranza verso le tradizioni locali durò solo pochi anni. Nel 1959 una prima svolta estremista di Mao Zedong portò all’imposizione dell’ateismo di Stato. Dal 1966 al 1975la Rivoluzione culturale intensificò le violenze contro la religione, con i famigerati “processi di piazza” ai fedeli. Il Tibet fu vittima della campagna più feroce: i comunisti cinesi uccisero 1,2 milioni di persone, un quinto dell’intera popolazione. Ma la tenacia dei tibetani ingannò perfino il leader più lucido e astuto della Repubblica popolare, Deng Xiaoping. Nel 1979, insieme con la svolta politica moderata, la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente e l’avvio delle riforme di mercato, Deng allungò un simbolico ramoscello d’ulivo al Dalai Lama invitandolo a mandare suo fratello in visita in Tibet per constatare che le condizioni di vita dei suoi concittadini erano migliorate. Nei piani di Deng quell’apertura era il preludio per un negoziato con il Dalai Lama da posizioni di forza, per convincerlo a tornare in patria dopo essersi sottomesso all’autorità centrale di Pechino. Secondo le informazioni che Deng riceveva dal partito comunista locale, i tibetani ormai erano assuefatti alla dominazione cinese, e i progressi nel benessere materiale appagavano la popolazione. L’errore di calcolo di Deng fu clamoroso. La visita del fratello del Dalai Lama scatenò un delirante entusiasmo popolare, le manifestazioni di gioia degenerarono in cortei nazionalisti al grido di “Tibet indipendente” e “Han go home” (gli Han sono il ceppo etnico dominante della Cina). Ogni dialogo con il Dalai Lama è stato troncato. In compenso la pratica del buddismo è tornata a fiorire, sia pure con un “numero chiuso” che contingenta il reclutamento dei nuovi monaci: questo non impedisce che oggi nei monasteri di Lhasa molti di loro siano giovanissimi, segno che nessuna secolarizzazione è riuscita a inaridire le vocazioni. Sul fronte economico Pechino ha accelerato gli investimenti per dotare il Tibet di infrastrutture efficienti, dagli aeroporti alle autostrade, e per agganciarlo al boom economico cinese. Nei quartieri nuovi di Lhasa i grandi viali moderni oggi pullulano di gru per la costruzione di palazzi, dilagano le pubblicità e le insegne commerciali al neon, gli shopping mall, i negozi di elettronica e di moda. Ogni giorno che passa Lhasa assomiglia un po’ di più a tutte le altre città della Cina. Questo è vero anche nella composizione demografica: per accelerare lo sviluppo economico Pechino ha incoraggiato l’immigrazione degli Han, più istruiti e più intraprendenti. Eppure la marea dei pellegrini che sommerge Lhasa a tutte le ore in tutte le stagioni dell’anno, è lì a ricordare che questo è un luogo diverso. Mai nella storia millenaria del Tibet, il suo popolo aveva dovuto subìre una invasione etnica come l’attuale immigrazione dei cinesi. Il buddismo locale è pacifista, il Dalai Lama si è sempre rifiutato di appoggiare qualsiasi lotta violenta. Ma la religiosità tibetana ha già dimostrato in passato di saper custodire un nazionalismo profondo, che riemerge in momenti inaspettati e nelle forme più imprevedibili. Come nel Canto dell’Antilope Tibetana, che il gruppo hard rock Vajara intona a tutto volume all’una di notte, nella discoteca gremita di teenagers entusiasti: “Sotto questi cieli azzuri / Sotto le nuvole bianche / Vivono le più belle creature dell’universo / All’improvviso siete arrivati voi / Con le vostre armi e la vostra avidità / State uccidendo l’ultima antilope / Ci state divorando / Lasciateci vivere / Lasciateci vivere”.

Tibet, strage nelle vie di Lhasa - ET

Pechino parla di dieci vittime e dà la colpa all'opposizione
Per il governo tibetano in esilio i caduti sono 30: "Intervenga l'Onu"
Guerra di cifre sul numero di morti
Ultimatum cinese: "La rivolta cessi entro lunedì a mezzanotte"
Dopo l'arresto di 102 tibetani in India, pronto a partire un altro gruppo
di RAIMONDO BULTRINI
DHARAMSALA (INDIA) - Le notizie che giungono a Dharamsala dalla capitale tibetana Lhasa sono sempre più allarmanti. Se fino a ieri polizia ed esercito cinese avevano adottato una tattica di repressioni mirate, oggi le truppe sono state impiegate in tutto il distretto cittadino e altre sono in arrivo con la nuova linea ferroviaria da Pechino e Golmud destinata - nei progetti - a portare "ulteriore progresso".
Attraverso le organizzazioni degli esuli abbiamo potuto avere alcuni contatti di fonti non solo del dissenso, ma anche di stranieri e cinesi che lavorano in diversi progetti governativi. Riferiscono testimonianze agghiaccianti di sparatorie dalle auto in corsa contro manifestanti e semplici cittadini tibetani incontrati al loro passaggio. Il numero delle vittime varia dai dieci morti denunciati dai media cinesi e dalle autorità (quasi tutti commercianti, titolari e dipendenti di alberghi) ai trenta accreditati dallo stesso governo tibetano in esilio.
La polizia ha dato tempo ai rivoltosi di consegnarsi entro la giornata di lunedì, promettendo un trattamento di favore. Vuol dire che dopo l'ultimatum la situazione peggiorerà ulteriormente.
Ormai è data per scontata, anche se non ufficialmente, la notizia dello stato d'emergenza nella capitale, ma anche in altre città come Chengdu nel Sichuan, dove vive una grande comunità tibetana. Qui le truppe hanno circondato i quartieri " a rischio" e tagliato la corrente elettrica, nell'intento - tra l'altro - di non esacerbare gli animi con le immagini delle rivolte di Lhasa diffuse invece nel resto della Cina.
"In realtà il governo mostra solo ciò che vuole", ci hanno detto diversi familiari di residenti con i quali abbiamo parlato a Dharamsala. La televisione nazionale del partito trasmette senza censure le immagini delle rivolte nell'intento affatto nascosto di mostrare il volto violento di questo popolo che distrugge negozi, auto, strutture pubbliche, uccide cittadini inermi e ferisce i poliziotti. Ma l'esasperazione - da quanto risulta ormai chiaro dalla reazione che coinvolge ogni strato della società tibetana - era ormai alle stelle.
Ieri è emersa dalle conversazioni con numerosi tibetani a Dharamsala e al telefono da Lhasa che tra i motivi scatenanti della protesta c'è stata la decisione degli Stati Uniti di declassificare la Cina nell'elenco dei paesi che violano i diritti umani. La concomitanza con i 49 anni della mancata insurrezione del 59 contro le truppe di Pechino e l'approssimarsi delle Olimpiadi ha convinto molti monaci e giovani ad utilizzare il possibile impatto mediatico per mostrare al mondo ciò che davvero sentono e pensano i tibetanti dopo 60 anni di occupazione.
Per il secondo giorno consecutivo centinaia di residenti del villaggio di Nyangra a 50 chilometri dalla capitale sono scesi in strada per protestare contro la repressione dei monaci di Sera, uno dei più grandi monasteri del Tibet. Dopo il tentato suicidio di due religiosi (vedi le foto di Lobsang Kelsang e Lobsang Damchoe) di un altro centro monastico, Drepung, che lottano tra la vita e la morte, un terzo monaco di Ganden si è dato alle fiamme e non è sopravvissuto.
Ancora incerte le conseguenze di altre manifestazioni nelle regioni lontane dal Tibet centrale dove si trova Lhasa. Di certo la gente è scesa in piazza a Shigatse, sede del grande monastero di Tashilungpo del Panchen lama, la seconda figura del buddhismo tibetano dopo il Dalai. L'importanza di Shigatse è legata a uno dei più gravi motivi di risentimento dei tibetani verso le autorità cinesi. Il Panchen insediato a Tashilungpo infatti è stato scelto dai cinesi dopo aver fatto sparire nell'ormai lontano 1995 un bambino di appena cinque anni considerato la vera reincarnazione dal Dalai lama e dagli abati del monastero.
Non è però il solo "reincarnato" deciso a tavolino dal partito: con una nuova legge ogni cosiddetto Buddha vivente deve essere sottoposto al vaglio politico dei dirigenti comunisti, e i tibetani hanno temuto di vedersi privare anche dei maestri spirituali che avevano finora alleggerito la pesantezza della condizione di servi e prigionieri dei nuovi padroni nel loro stesso paese.
L'altra regione strategica dove dilagano le rivolte è Pashu, nel Kham, una regione di confine abitata da fiere tribù guerriere e molto devote al buddismo. Le notizie giunte tra i profughi in esilio sono di un impressionante movimento di truppe che hanno bloccato tutte le strade d'accesso al distretto.
Nella città degli esuli a nord dell'India gruppi di religiosi e laici attraversano le strade del villaggio tibetano di McLeod Ganji con bandiere e striscioni gridando tutta la loro frustrazione. Se da una parte sono entusiasti della rivolta dei loro fratelli e parenti, dall'altra temono che i rapporti di forza impari possano trasformarsi in un bagno di sangue ben più grave delle cifre riferite finora. Già giungono voci di retate e arresti notturni nelle abitazioni dei tibetani sotto osservazione o riconoscuti durante le manifestazioni.
Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza, ma è ormai chiaro che la situazione è sfuggita di mano a tutti. Da sempre una grossa fetta della popolazione non riusciva ad accettare la posizione non violenta assunta dal leader spirituale, soprattutto perché il controllo e la repressione si accompagnava a una situazione economica disastrosa per la grande maggioranza dei tibetani. Gran parte dei posti di lavoro va infatti da mezzo secolo ai nuovi arrivati cinesi che costituiscono la maggioranza della popolazione. Invece di assumere tibetani, dei quali non si fidano, richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina. Negli ultimi anni il business con l'arrivo massiccio di turisti dall'Occidente è cresciuto enormemente, e per evitare contatti troppo diretti tra dissenzienti e stranieri in quasi ogni monastero sono stati collocati falsi monaci e lama istruiti dal partito. Lo stesso Dalai lama nel suo ultimo discorso aveva sottolineato le "massicce violazioni dei diritti umani" nel suo paese, e non aveva cercato di dissuadere i giovani tibetani partiti in marcia da Dharamsala il 10 marzo scorso per raggiungere il confine cinese in occasione delle Olimpiadi.
Dopo quattro giorni la polizia indiana, su ordine del governo preoccupato per le possibili crisi di relazioni con la Cina, li ha fermati e arrestati. Ma lunedi prossimo ne partiranno altri 44, già pronti a raggiungere la città dove sono detenuti i loro compagni.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-sabato/tibet-scontri-sabato.html

http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/situazione-16mar/situazione-16mar.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/rischi-pugno-duro/rischi-pugno-duro.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/protesta-su-internet/protesta-su-internet.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/reportage-bultrini/reportage-bultrini.html
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa/tibet-scontri-lhasa.html

Riesplode la "polveriera" Tibet e la Cina rivive l'incubo dell'89

Le insicurezze del presidente Hu Jintao che 18 anni fa scatenò l'esercito
Il Dalai Lama non può essere accettato: è una autorità spirituale indipendente
dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Sulla pacifica protesta dei monaci tibetani è scattata feroce la repressione cinese: dagli ospedali di Lhasa giungono notizie di numerosi morti e feriti. La capitale è in stato d'assedio e sotto coprifuoco, tutti i principali monasteri buddisti della regione sono circondati da reparti della polizia antisommossa.
È la più grande rivolta popolare in Tibet dal 1989, un anno di infausta memoria: allora il plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa era Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare. Hu Jintao l'8 marzo 1989 non esitò a dichiarare la legge marziale e a scatenare l'esercito contro la popolazione indifesa. Si acquistò i galloni dell'uomo forte, i suoi metodi servirono da prova generale per il massacro di Piazza Tienanmen tre mesi dopo.
Sono passati quasi vent'anni ma il Tibet non ha mai smesso di essere una polveriera dove si accumulano le tensioni create dalla politica di "assimilazione forzata". La fiammata di questi giorni può sembrare improvvisa e inaspettata, in realtà da mesi si segnalavano episodi di protesta nei monasteri, arresti, deportazioni e torture dei religiosi fedeli al Dalai Lama. C'è una logica stringente dietro questa escalation. Una maggioranza dei tibetani continua a considerare illegittima l'invasione dell'armata maoista che nel 1950 ha annesso il loro territorio. Sentono che il tempo gioca contro di loro, per l'invasione continua di immigrati "han" (l'etnia maggioritaria cinese) che sconvolge gli equilibri della popolazione locale e ne snatura l'identità culturale.
Il precedente della rivolta birmana nel settembre scorso è stato seguito con passione, solidarietà e sofferenza da parte dei buddisti tibetani: anche questo popolo ha un attaccamento straordinario alla propria religione, e non tollera le violenze contro i monaci. La gente di Lhasa che ha osato protestare in queste ore sogna di avere miglior sorte del popolo birmano. Si affida all'influenza del Dalai Lama, un leader spirituale che gode di un immenso prestigio nel mondo. Inoltre la Cina non è un piccolo paese arretrato e isolato come la Birmania. Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco, a poche ore di volo Pechino si appresta a celebrare i Giochi come una prova della sua apertura verso il resto del mondo, accogliendo milioni di turisti stranieri.
Ora o mai più: è il sentimento che ha spinto molti tibetani a scendere in piazza. C'è la speranza che nell'anno delle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati su Pechino, Hu Jintao avrà qualche esitazione prima di ordinare una nuova carneficina.
Per gli occidentali la politica cinese in Tibet appare non solo ignobile ma anche assurda. Con realismo e moderazione, il Dalai Lama ha smesso da decenni di rivendicare l'indipendenza e chiede solo una ragionevole autonomia. Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore a Hong Kong: porre dei limiti all'immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l'ambiente naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica estera e difesa. Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese come una concessione intollerabile, destabilizzante.
Pechino continua a bollare il Dalai Lama come un "secessionista" con cui è impossibile dialogare. La paura che provano i tibetani è, specularmente, la certezza di Hu Jintao: il fattore tempo gioca in favore della Cina. Con 3,8 milioni di km quadrati di superficie, quanto l'Europa occidentale, il Tibet occupa un terzo della Repubblica popolare ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5% dei cinesi. Lo squilibrio demografico è immane, è difficile resistere alla "sinizzazione".
Il regime può contare anche su un consenso reale fra la maggioranza dei cinesi sulla questione tibetana. Imbevuti di nazionalismo fin dalle scuole elementari, imparano sui manuali di storia solo la versione della propaganda ufficiale: il Tibet è "sempre" appartenuto alla Cina; dietro le velleità di autonomia ci sono forze che vogliono indebolire la nazione, proprio come nell'Ottocento e primo Novecento quando gli imperialismi occidentali e giapponese "amputarono" l'Impero Celeste di pezzi di territorio, da Hong Kong alla Manciuria.
Nazionalismo cinese, superiorità demografica, sviluppo economico, sono i rulli compressori che lavorano ad appiattire il Tibet. Mentre la nuova ferrovia rovescia fiumane di "coloni", vasti quartieri di Lhasa già hanno subito uno stravolgimento: ipermercati, shopping mall di elettronica, banche e uffici turistici sono gestiti prevalentemente dai cinesi han, più istruiti e abili negli affari. Lo stesso turismo di massa violenta l'anima dei luoghi: il Potala Palace, ex dimora del Dalai Lama trasformato in museo, è circondato dai torpedoni, invaso da comitive cinesi volgari e arroganti.
Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio. L'incapacità di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un'insicurezza. Il partito comunista cinese non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative. I culti religiosi sono stati autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedeltà assoluta al governo. La figura del Dalai Lama è inaccettabile perché è un'autorità spirituale indipendente.
Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti: guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l'idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società civile autonoma. Tra gli incubi della nomenklatura c'è lo scenario Solidarnosc, proiettato in versione buddista.
Nonostante le sue fobie totalitarie, la classe dirigente cinese gestisce tuttavia una superpotenza fortemente integrata nelle relazioni internazionali. La Repubblica popolare è membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, dell'Organizzazione del commercio mondiale; è il principale partner commerciale dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Ha l'ambizione di essere un attore responsabile nella governance globale. E' indispensabile che l'Occidente eserciti ogni pressione per far capire a Hu Jintao i rischi che corre in Tibet: vanno ben al di là dei Giochi olimpici.
Lo sviluppo con cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte della popolazione, può incappare in serie turbolenze se la Cina decide di presentarci un volto odioso e minaccioso.
(15 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/esteri/tibet-scontri-lhasa/olimpiadi-avvelenate/olimpiadi-avvelenate.html

POLITICA - Il drammatico errore dell'euro alle stelle

di EUGENIO SCALFARI

C'È ANCORA molto da dire sulla situazione economica italiana dopo gli ultimi dati dell'Istat, della Banca d'Italia e della "Relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica" (Ruef) che sostituisce la vecchia "Trimestrale di cassa". Stando a quest'ultimo documento il nostro debito pubblico alla fine del 2007 era diminuito di 2,5 punti in rapporto al Pil scendendo dal 106,5 al 104. Ben oltre le previsioni dello stesso Padoa-Schioppa.

Non si è riflettuto abbastanza su questo dato. I tanti Soloni (e Catoni) che sdottoreggiano sui mancati tagli della spesa, sulla dissipazione delle risorse e sul cattivo impiego del "tesoretto" tirando la croce addosso al governo Prodi e ai suoi ministri economici, hanno pressoché ignorato la diminuzione del debito sottolineando invece il rallentamento del Pil previsto per il 2008 dall'1,5 allo 0,6 per cento.

Capisco che il dimezzamento di una crescita già fiacca fa più notizia, ma i due fenomeni sono profondamente diversi. Il secondo dipende infatti interamente dall'andamento pessimo della congiuntura internazionale che è fuori dal controllo dei governi nazionali. Il primo invece è opera nostra e riguarda uno degli aspetti più delicati della nostra finanza pubblica.

L'andamento virtuoso del debito ha infatti una sola causa: la diminuzione della spesa corrente e quindi del disavanzo del Tesoro. Nel quinquennio berlusconiano la spesa aumentò di 2,5 punti di Pil, in cifre assolute 35 miliardi di euro. Nel biennio prodiano l'aumento della spesa è stato invece dell'1,4 (inferiore alla crescita del Pil).

Ci si dovrebbe chiedere da che cosa sia stato causato un divario così rilevante tra la maggiore spesa del governo Berlusconi-Tremonti e quella molto minore del governo Prodi-Padoa-Schioppa. Forse il primo ha alleviato i redditi individuali, i salari, le pensioni?

Oppure ha intrapreso una politica di lavori pubblici e di infrastrutture particolarmente consistente? Ha sostenuto i giovani, le famiglie, gli anziani? Non risulta che vi siano stati miglioramenti consistenti in queste voci della spesa sociale. I pochi provvedimenti in favore di quei settori e di quelle categorie sono stati effettuati in gran parte con sgravi fiscali e quindi con minori entrate. Ma la spesa è nel frattempo cresciuta in cifre relative e in cifre assolute. Dove sono andati a finire quei soldi?

In gran parte nella spesa sanitaria, abbandonata a se stessa senza controlli; e poi nei cosiddetti consumi intermedi della pubblica amministrazione, acquisti di beni e servizi che rappresentano quasi la metà della spesa corrente. Lì c'è stata la dilapidazione delle risorse senza alcun beneficio né per la crescita dell'economia né per la riorganizzazione della pubblica amministrazione centrale e locale.

Stupisce che questi processi siano passati quasi inavvertiti dinanzi all'opinione pubblica e ai cosiddetti esperti. Oggi ne abbiamo ufficiale conferma, certificata anche dalle autorità internazionali: la spesa pubblica è tornata sotto controllo mentre la lotta contro l'evasione ha fornito un surplus di entrate di 20 miliardi.

Tra maggiori entrate e minori spese si tratta dunque di 40 miliardi di euro che, pur in mezzo alla tempesta internazionale cominciata dal giugno scorso, hanno fatto diminuire il deficit ereditato dalla precedente legislatura dal 4 all'1,9 per cento, hanno ridotto il debito pubblico di 2,5 punti rispetto al Pil, hanno portato il disavanzo dello Stato al punto più basso degli ultimi nove anni.

* * *

Purtroppo a questi buoni risultati nella pubblica finanza non hanno corrisposto analoghi segnali positivi nell'economia e nel benessere degli italiani. Anzi quel benessere è stato seriamente colpito, le condizioni degli individui e delle famiglie sono decisamente peggiorate, il costo della vita è aumentato, le retribuzioni (salari, stipendi, pensioni) sono sempre più insufficienti costringendo a diminuire i consumi sia in quantità sia in qualità.

L'Istat stima l'inflazione ufficiale intorno al 2,6 per cento ma quella dei generi di largo consumo ad oltre il 5. Particolarmente elevati i prezzi dei cereali, dell'energia, dei trasporti. Insomma l'ossatura del sistema, sia dal lato dei consumi sia da quello degli investimenti.

A che cosa si deve questa situazione di sofferenza e di precarietà economica e sociale? Aggravata da aspettative ancor più negative che si trasformano, come sempre avviene in questi casi, in ulteriori peggioramenti percepiti prima ancora di essere avvenuti?

La risposta è nei fatti: un miliardo di persone, soprattutto nei paesi asiatici, sta gradualmente entrando nel circuito dei consumi di qualità; quattro o cinque governi (India, Cina, Corea, Singapore, Indonesia) stanno investendo massicciamente nella modernizzazione dei rispettivi paesi.

Tutti questi elementi sono fuori dal controllo dei governi nazionali europei, dell'Europa nel suo insieme e perfino degli Stati Uniti d'America. È la nuova domanda a spingere in alto i prezzi dei cereali, del petrolio e dell'energia. Accrescere l'offerta di questi beni non è impossibile, ma procede con rapidità molto minore dell'irruente aumento di domanda dei nuovi consumatori. Per di più l'aumento dell'offerta non avverrà che in presenza di prezzi non inferiori al livello attualmente raggiunto.

Siamo così, in tutto l'Occidente, dinanzi ad un'inflazione importata dall'estero da paesi con sistemi economici diversi dai nostri, livelli retributivi decisamente più bassi, monete inconvertibili, Banche centrali non integrate con quelle occidentali. Da questo punto di vista la politica dei tassi d'interesse (e quindi il valore del cambio estero della moneta europea) attuata ormai da un anno dalla Banca europea è del tutto insensata. Per il rispetto dovuto a una grande istituzione la stampa si è finora astenuta dal prender di mira la Bce; i governi e l'Ecofin hanno fatto altrettanto. Ma ora l'errore e l'inspiegabile tenacia con cui la Banca mantiene un livello dei tassi sempre più squilibrato non può esser sottaciuto. Mantenere il tasso ufficiale dell'euro al 4 per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi bendati verso il disastro.

Questa politica ha già spinto il cambio con il dollaro ad un'altezza insostenibile. Non soltanto con il dollaro ma anche con le altre monete che hanno cambi fissi con quella americana e quindi si svalutano con essa, a cominciare dallo yuan cinese. La conseguenza è quella di render difficilissime le esportazioni dell'Europa verso il resto del mondo, di bloccare il turismo diretto verso i nostri paesi e tra di essi di colpire soprattutto quelli come l'Italia le cui imprese operano principalmente in settori convenzionali con scarso valore aggiunto e bassa produttività.

Il futuro governo che uscirà tra un mese dalle urne dovrà dunque affrontare questi problemi in primissima battuta. L'indipendenza della Bce nella politica dei tassi d'interesse non può e non deve essere intaccata, ma la sua sovranità non si estende al cambio estero. Si tratta di due grandezze strettamente collegate ma che fanno capo ad istituzioni diverse. Perciò una dialettica tra il Consiglio dei ministri europei e la Banca centrale non è soltanto auspicabile ma a questo punto urgente e necessaria.

* * * *

I nostri due maggiori partiti che si fronteggiano in questa campagna elettorale dovranno comunque adottare provvedimenti rivolti a sostenere il potere d'acquisto dei ceti medi e inferiori della nostra società. Le tecnicalità sono diverse ma l'intento non può che esser comune: intervenire a sorreggere una domanda di consumi e di investimenti particolarmente calante e un flusso di esportazioni anch'esso in preoccupante ristagno.

Le risorse per finanziare questa strategia sono scarse sicché una politica anticiclica di "deficit spending" è diventata inevitabile. È la sola strada per sollevare il livello di crescita del Pil almeno fino al livello dell'1 per cento dall'attuale previsione dello 0,6. Ma poiché questa politica non potrà attuarsi prima del prossimo mese di maggio e avrà dunque dinanzi a sé soltanto il secondo semestre dell'anno, diventerà necessario adottare misure di impatto immediato sulla realtà economica. Soprattutto bisognerà iniettare nel sistema non solo risorse materiali ma anche fiducia per rovesciare le aspettative dei consumatori e delle imprese.

Si discute tra gli economisti se un'operazione di sostegno della domanda avrà gli effetti desiderati oppure - come in altre occasioni è accaduto - non sarà immobilizzata dai beneficiari in impegni liquidi anziché in un'espansione dell'economia. Ma l'attuale compressione della domanda è arrivata ad un punto tale da rendere impensabile la tesorizzazione della liquidità. Perciò l'effetto desiderato avrà sicuramente luogo.

Al timore che si possa determinare accanto all'inflazione importata un'ulteriore impennata dovuta al rilancio della domanda interna si dovrà rispondere aumentando il livello della libera concorrenza, spingendo avanti le liberalizzazioni e agganciando le retribuzioni non all'inflazione ma alla produttività del sistema.

Lo ripeto: non c'è altra via. Da questo punto di vista è stato un gravissimo errore quello del centrodestra di non aver risposto positivamente all'invito di Veltroni, ancora rinnovato in questi ultimi giorni, di render possibile da subito un accordo bipartisan sull'attuazione di provvedimenti di detassazione dei salari dei lavoratori dipendenti. Avremmo guadagnato mesi preziosi, riconciliato imprenditori e sindacati, diminuito la distanza tra società e istituzioni. Forze politiche che avessero a cuore gli interessi del paese avrebbero accettato quella proposta. Tanto più sbagliato e odioso appare il rifiuto che è stato opposto e l'egoismo elettorale che l'ha motivato.

Post Scriptum. Una parola sul "protezionismo" sostenuto da Tremonti nelle sue recenti sortite. Molti l'hanno preso sul serio e ne hanno fatt o motivo di polemica mostrandone gli aspetti perversi che avrebbe sull'economia.

Concordo sulla loro perversità ma debbo avvertire che un protezionismo nazionale è del tutto incompatibile con la nostra appartenenza all'Unione europea che è la sede esclusiva per poter decidere se le frontiere debbano restare aperte o invece presidiate da dazi e contingentamenti nei confronti del resto del mondo. Lo stesso Tremonti ne è del resto pienamente consapevole e l'ha scritto nel pamphlet che contiene quell'improvvida proposta.

La sua era dunque soltanto una provocazione, forse un "lanciare la palla in tribuna" per non affrontare argomenti assai più spinosi e realistici d'un protezionismo al di fuori della nostra portata. Poiché l'ex ministro dell'Economia berlusconiana conosce bene i problemi che abbiamo di fronte avrebbe potuto impegnare assai meglio il suo talento e la sua influenza inducendo il leader di Forza Italia ad accettare la proposta di Veltroni. Così pure avrebbe potuto spendersi per far accettare l'altra proposta del Partito democratico di tagliare fin da ora il costo del finanziamento pubblico dei partiti. Due segnali importanti che avrebbero potuto esser dati e che invece sono stati soffocati dall'assordante silenzio di chi parla nei momenti sbagliati e tace in quelli opportuni.

(16 marzo 2008)

http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/euro-alle-stelle/euro-alle-stelle.html

Esteban, clandestino per troppa solidarieta'

Le vicende dell'immigrazione in Italia offrono materiale straordinario per l'elaborazione di nuove commedie degli equivoci. Lo scambio di persona e l'errore sull'identità sono qua da noi incentivati a corroborati dall'incrociarsi dei meccanismi delle leggi con alcuni tratti del nostro costume.
Le assunzioni internazionali, per esempio: decine di migliaia di datori di lavoro presentano una domanda di assunzione del loro dipendente facendo finta che ancora risieda nel paese di origine. Se la domanda viene accolta, lo straniero non fa altro che tornare in patria e subito dopo, col timbro fresco sul passaporto, sale sul primo aereo per l'Italia. Dunque, quando comincia a lavorare, è come se prendesse il posto del fantasma di se stesso. Altre volte la domanda di assunzione internazionale serve a formare una famiglia o a salvare un amore. Abbiamo già segnalato il caso di un italiano che, non avendo ancora ottenuto il divorzio e dunque non potendo risposarsi, ha assunto come badante la propria fidanzata serba.
Gli spunti tragicomici sono davvero infiniti. Specie quando la norma incontra le nostre diffidenze verso le leggi e le nostre astuzie. Probabilmente Esteban C., cittadino dell'Ecuador, ci riderebbe sopra se non ci fosse di mezzo il suo futuro. Ma prima di tutto bisogna sapere che il Testo Unico sull'immigrazione elenca una serie di situazioni nelle quali lo straniero non può essere espulso. Una di queste è la sua convivenza con un italiano che sia suo parente entro il quarto grado. Questo caso - attraverso le acquisizioni di cittadinanza e i matrimoni misti - sta diventando sempre più frequente. E, conseguentemente, sono sempre più numerose le richieste di permesso di soggiorno fondate sulla parentela. Tanto numerose che la polizia le vede con crescente sospetto: le verifiche sulla effettività della convivenza sono sempre più minuziose.
Ma Esteban giura che lui con la sorella - diventata cittadina italiana dopo aver sposato un italiano - convive per davvero. E perciò ci è rimasto molto male quando la sua domanda di permesso di soggiorno è stata respinta perché, proprio nel momento in cui la polizia effettuava la verifica, lui non si trovava a casa. Nemmeno la dichiarazione del cognato è stata presa sul serio. "Potete chiedere anche ai vicini", ha detto allora Esteban ai poliziotti. E' rimasto di sale quando ha saputo che i condomini erano stati già sentiti e avevano detto di non conoscerlo.
Poi ha capito. Il fatto è che Estaban è un giovane simpatico, benvoluto da tutti. Parla perfettamente l'italiano, solo con un leggera inflessioni sudamericana. Fa l'idraulico e l'elettricista ed è sempre disponibile. Così i vicini, benché informati del fatto che è un immigrato irregolare, lo chiamano quando c'è qualche lavoro da fare. Arriva Esteban e ripara l'interruttore difettoso o aggiusta il rubinetto.
Quando i poliziotti si sono presentati nel condominio con la sua fotografia, i vicini non hanno pensato che si trattasse di una semplice verifica dell'effettiva residenza di Estaban nel palazzo. Sapendolo "irregolare" - benché fratello e cognato di quella coppia di italiani - hanno ipotizzato che la questura intendesse notificargli un ordine di espulsione o qualcosa del genere. E hanno creduto di fargli un favore affermando di averlo solo visto di sfuggita in occasione delle sue "rare" visite alle sorella e di ignorarne il domicilio.
Ma questa parte della storia Esteban non l'ha scritta nel ricorso che ha presentato al tribunale. Ed è questa la ragione per cui abbiamo cambiato il suo nome e non abbiamo indicato la città dove vive.
(glialtrinoi@repubblica. it)
(16 marzo 2008)
http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/esteban/esteban.html